Sabato 3 ottobre, alle ore 18, alla Galleria La Stanza delle Biciclette a Palazzo Cottinelli, in Via delle Battaglie 16 a Brescia (sino al 25 ottobre, dal venerdì alla domenica dalle 17.30 alle 19.30), s’inaugura la nuova mostra di Vincenzo Cottinelli, Un bosco filosofico. Emozioni fotografiche a Bomarzo, parole e immagini sull’opera cinquecentesca di Vicino Orsini. Ventisette stampe dello «Studio Gusmeri fine art», e un testo dell’autore, sono riportati nel libro omonimo edito dalle Edizioni L’Obliquo (48 pp. ill. b.n., € 20; delle quattrocento copie stampate, dieci contengono una stampa ai sali d’argento). Per la cortesia dell’autore e dell’editore si offrono ai lettori di «Antinomie» un estratto dal testo dell’autore e una scelta delle sue immagini.
Premessa
Decido di iniziare l’esposizione e la pubblicazione delle mie «Storie fotografiche» con la più bizzarra, sul Bosco di Bomarzo, riscoperta e rivalutata con una nuova selezione di immagini da mettere in mostra. Non lontano da Viterbo, nel bosco sottostante il paese di Bomarzo, su cui svetta il Palazzo Orsini, si conserva un incredibile lavoro creato dal principe Vicino Orsini che, fra il 1548 e il 1552 circa, fece “arredare” quelle colline, sparse di massi di pietra “Peperina”, da amici architetti e scultori (con probabile regia di Michelangelo, che lui conosceva, e di cui, secondo alcuni, si vede l’impronta in qualche lavoro).
È un’opera singolare: non solo tre ettari di paesaggio decorato, o architettura sparpagliata, o parco di strane sculture; non solo spazio di intrattenimento per ricchi, nemmeno mausoleo per la moglie Giulia Farnese prematuramente morta (1552), ma un anomalo misto di tutto ciò. Certo, non un Giardino all’Italiana (perciò il fascismo lo esclude nel 1931 dall’omonima mostra). Lui lo chiama «il Boschetto», senza aggettivi. Nemmeno gli studiosi sono d’accordo sulla denominazione (Sacro Bosco? Parco dei Mostri? Villa dei Mostri? Villa delle Meraviglie?).

Ci trovi scolpiti personaggi mitologici (sulla cui identità spesso gli studiosi non sono d’accordo: Giano, Cronos, Iside, Nettuno, Venere, Cibele, Proserpina, Ercole, Cibele) cani, elefanti, orsi, leoni, e poi teste, facce, mostri marini, draghi, sfingi; simboli strani, più inquietanti che divertenti, legati a significati filosofici (il potere, il tempo, la vita, l’amore, la morte, l’inferno, la violenza, i vizi, le virtù). C’è anche una casetta inclinata, accessibile, su due piani, visitabile attaccandosi alle pareti: emblema delle “brutte inclinazioni”? destabilizzante parodia dell’abitare? forse autoironia? (Gli Orsini, i Farnese e i Medici, come tutti i nobili, principi, papi e re, erano maestri di spreco e megalomania nel fare palazzi e abitazioni).
Un’iscrizione, forse aggiunta tardivamente a una sfinge – «voi che nel mondo gite errando vaghi / di veder meraviglie alte e stupende / venite qua dove son facce orrende / elefanti, leoni, orsi e draghi» – darebbe l’idea di un Orsini ricco giocherellone che crea un’opera per divertire i suoi amici e predestinata a un futuro consumismo turistico (come accade). Gli interpreti più attenti intravedono piuttosto qualcosa di serio, laico e filosofico. Per esempio una messa in scena teatrale sparsa nel terreno, ispirata al pensiero di Giulio Camillo (1480-1544) umanista laico, che frequentava, sia a Venezia che a Roma, gli stessi ambienti di cultura antagonista che affascinarono anche Vicino Orsini. Il libro di Camillo L’idea del Theatro, stampato postumo dal veneziano Gabriele Giolito, ebbe molte edizioni a partire dal 1550. Molto probabile che Orsini lo abbia letto: a Venezia frequentava l’editore Giolito, ed aveva rapporti con Francesco Sansovino, Jacopo Sannazaro, Annibal Caro. Infatti dentro il Boschetto si ritrovano, di quel libro, personaggi e schemi numerici.

Niente di religioso o sacro dunque: piuttosto influssi neoplatonici di moda in una certa Europa antipapista e imperiale, dove erano molto stimati Rabelais, Ludovico Ariosto, il Tasso, Giacomo Sacchi e perfino un personaggio riformatore in odore di ribellione come il cardinale Reginald Pole (amico e protettore di Orsini). Molto ruotava intorno al re di Francia Francesco I, colto, umanista e dissidente.
A Bomarzo il cristianesimo sembra assente. Certo, sullo sfondo storico ci sono i papi, che fanno il bello e il cattivo tempo: agiscono come re o principi, di cui sono parenti; possiedono mezza Italia, sono mecenati, corruttori e corrotti, finanziatori di grandi opere, organizzatori di matrimoni fra ricche casate, colti e a volte illuminati, anche dissoluti, condottieri spietati di eserciti, propri o mercenari (anche Vicino Orsini collabora, come militare, quando gli conviene, e forse fa anche qualche massacro in giro per l’Italia, ma, per dare un dettaglio, chiama i suoi cinque figli con nomi lontani dall’universo della Chiesa: i maschi Corradino, Marzio, Alessandro e Scipione, le due femmine Faustina e Ottavia). Nel Boschetto c’è molto invece di ispirazione egizia, greca, orientale, ermetica. Non esoterismo o magia, piuttosto epicureismo, neoplatonismo.
Ma Vicino Orsini non è solo il creatore del Boschetto: ha avuto una vita assai varia e piena di esperienze (viaggiatore colto e curioso, frequentatore di Venezia, aperta alla cultura internazionale, condottiero, amico di grandi del Rinascimento, perfino membro di collegio arbitrale per una disputa fra Michelangelo e Sammicheli). Il «Boschetto» dunque andrebbe visto non tanto come un’opera di bizzarra decorazione del paesaggio, ma come testimonianza di libertà intellettuale, al limite della provocazione, e insieme un inno alla universalità della conoscenza. Era il Rinascimento, ricordiamocelo.

Fotografare Bomarzo
Qualcuno potrebbe dire che c’è in me dell’impudenza nell’esibire immagini di un luogo così abbondantemente fotografato, filmato, dipinto, anche da grandi artisti, da oltre un secolo. Non ho saputo né voluto fare ricerche sistematiche. Nel preparare questa Storia mi sono imbattuto in nomi straordinari. Salvador Dalí ci si immerge nel 1938, si fa riprendere, ne ruba schizzi e bozze per la sua fantasia; Michelangelo Antonioni lo filma nel 1949; Herbert List negli anni Quaranta e Cinquanta fa un reportage di elegante realismo (con appropriato pastorello e pecore); Richard Avedon nel 1958 usa modelle per «Bellezze e Bestie»; Franco Rubartelli nel 1969 mette Veruschka in braccio a Nettuno, per «Vogue»; Tim Burton, in stile «National Geographic», nel 2024 ci aggiunge Monica Bellucci. Ma ci sono stati anche Brassaï e Fosco Maraini! E certamente me ne sfuggono altri.
Ma come sono arrivato io a Bomarzo? Nel settembre 2005, in margine a un evento fotografico a Viterbo, feci una breve visita e mi limitai a tredici (!) scatti delle sculture più intense, fatti con Leica M6, film bianco e nero, lenti 50, 35, 21 mm. Nulla sapevo della storia di Bomarzo, tantomeno di quella iconografica. Rientrato da Viterbo, guardando i provini, intuii che restavo debitore/creditore di Bomarzo per un lavoro più profondo. Riuscii a tornarci solo nel 2016, dopo due svolte importanti: l’accantonamento della mia prevalente passione (ritrattistica di intellettuali) e l’inizio di un gioco creativo con le fotocamere della mia collezione: rianimarle usandole per fotografare con le loro speciali qualità o difetti. Non che mi interessasse la moda “analogica”: la vera novità era la libertà stilistica che mi dava la pellicola medio formato in bianco e nero con il “rullo libero” cioè in assenza del blocco contro le doppie esposizioni, che rende possibili riprese multiple, anche parziali, scivolate, aggiuntive e irregolari (piuttosto che semplicemente doppie sovrapposte).

Così l’immagine può vibrare lateralmente o verticalmente o talvolta in profondità; la realtà parla di più, ne escono più dati, che non vengono raccolti in distinti fotogrammi, ma restano accorpati in un’unica striscia di pellicola “allungata” o “approfondita”. Sono più occasioni per lo sguardo: ogni scatto un battito di ciglia. Io rifletto molto prima di fare la sequenza, ma alla fine è un fotografare d’azzardo che si svela dopo lo sviluppo, sul provino a contatto (che, talvolta, col film 120 è a sua volta già un’opera grafica godibile) su cui poi operare le scelte di taglio. Infine, credo, è l’appropriazione, l’enfatizzazione della casualità già insita nell’in-sé della fotografia (Yves Bonnefoy, Igitur et le photographe).
Rispetto ai miei vecchi impegni (racconti di viaggio, reportage sociali o di costume, ritrattistica) il lavoro diventava meno contenutistico e invece più meditativo, impegnato nella «materialità irriducibile» (ancora Bonnefoy) del fotografato e nel suo valore estetico. Con anche più attenzione a limiti e prerogative del mezzo tecnico usato.
Ivi compresa, come componente dell’opera, la “matrice pellicola”, che “si fa sentire” non solo perché qualche volta si salva il suo affascinante bordo nero con affacciati il numero del fotogramma, la marca e le freccette. Nell’immagine finale stampata, la pellicola c’è, è presente, “parla” della complessità dell’operazione: alterazione dei sali d’argento ad opera dei vari flussi di fotoni fatti entrare a colpire il film-lastra (pelle). L’ho sperimentato, questo metodo, nel mio giardino, poi nelle querce di Maremma, infine a Venezia.
Chissà se il metodo può interagire col contenuto (messaggio) della fotografia. Si potrà valorizzare per esempio, nel caso Bomarzo, l’ambiguità o l’angoscia di un faccione scolpito o il suo incerto vivere in mezzo alla vegetazione? Si evocheranno un po’ Orsini e i suoi collaboratori, con le loro idealità anomale e inquiete, il loro Rinascimento come analisi di fallimenti?

Come ho fotografato Bomarzo
Si pensi dunque alla passione e all’emozione con cui, nel 2016, sono ritornato a Bomarzo con fotocamere analogiche di medio formato (vecchie Zeiss 6×6 e 6×9) e poi, nel 2022, con la Hasselblad 500, usando i miei amati film 120 in bianco e nero. Non avevo alcun progetto, non un’idea precisa, solo la sicurezza che non volevo (non potevo) documentare né illustrare Bomarzo come monumento (ho fatto pochi scatti normali e “perbene” solo quando utili a mostrare la forza di qualche oggetto).
Faccio perciò qualche esempio, libero chi vedrà le immagini di provare emozioni sue. All’inizio si incontra un orco, il Tempo, un mostro tondo che sorregge il Globo. Il suo faccione ghignante si vede, nitido e tremendo, in fondo, dietro una testa umana con quattro facce (Giano, secondo alcuni). Io poi l’ho triplicato, il mostro, sul bordo del bosco dove è stato messo, facendolo diventare una presenza ubiqua che sembra dire «io son dappertutto, e sempre trascorro, mai mi fermo, ti inghiotto»; infine un altro scatto, un primo piano di due dei volti di Giano, fortemente angosciati perché non possono sfuggire al Tempo, dato che appartengono a un’Erma ben piantata a terra (tecnicamente l’Erma è un piedestallo di pietra fissato al suolo, che sostiene busto e testa di una divinità, di un potente, di un eroe, di un personaggio). L’altra Erma è un faccione umano di identità sconosciuta che sta solitario nei cespugli, la cui bocca ferma e lo sguardo non denotano né un dio né un eroe, bensì un essere pensante, calmo e meditativo. Mi è piaciuto molto, l’ho fotografato da singolo, poi gli ho fatto scatti multipli spostati, come fosse con altri suoi simili, in attesa. Chissà, potrebbe rappresentare l’ospite che ha allestito questo bosco di pensieri sul mondo e che ci guarda attento mentre lo stiamo visitando. Non invita a divertirci, ma a riflettere. Ercole già ferito a morte (avendo indossato il mantello avvelenato) solleva per le gambe il servo Lica, latore ignaro dell’inganno, per buttarlo in mare; scultura imponente e tremenda. Qui si vuol parlare dell’ira come peccato capitale del singolo o dare risalto alle violenze, recenti o mitologiche, di cui è densa la storia umana, che Orsini voleva raccontare (avendone fatte anche lui, quando fu capo militare per il Papa).

Più avanti vedo Iside (moglie di Osiride) dea egizia di fondamentale importanza per il discorso culturale, sotteso al Boschetto, ancorato all’antico Egitto. È una bellissima donna scolpita a busto nudo e morbido, volto dolce, serio, pacato. Io ne ho un po’ abusato, con numerosi scatti: dopo averla ripresa da sola, ci ritorno, la moltiplico prima per due, poi per quattro, inventando un gruppo di belle ragazze che stanno bene insieme in quel posto appartato, un paio sovrapposte sembra si abbraccino. Poi la fotografo ancora da sola, ma scopro che lo scatto contiguo è quello di un “doppio Nettuno” che, unificato in unica inquadratura, crea un divertente richiamo alla seicentesca Susanna insidiata dai Vecchioni. Altre donne: due scatti mostrano Proserpina (Persefone per i Greci) seduta elegante, serena e orgogliosa nel bosco con in testa un vaso dell’abbondanza mentre Venere (Psiche) è sdraiata, un po’ in disordine, sul limitare del bosco, protetta da un cane, è come estasiata, o stremata dall’amore, non tanto botticelliana. Sapienza, amore, fertilità, bellezza e generosità: sembra essere questo il percorso orsiniano sulle donne. Segnalo che in Iside, come nell’Erma pensosa, i miei scatti hanno spesso fatto “entrare” la vegetazione dentro il personaggio, ovvero lo hanno incorporato nelle fronde. Come a voler rimarcare la sovranità globale della natura, che del resto è implicita, data l’immersione boschiva di partenza di tutta l’opera orsiniana.
A parte sta Echidna, che assomiglia a una sirena con due code divaricate, bella donna anche lei, sensuale, ma in realtà una creatura tremenda della mitologia greca. Per conto suo Nettuno, come un antico romano sdraiato su un triclinio, non sembra aver niente a che fare con l’acqua, però ha un pesce in mano per connotarsi; emana una forza tremenda, per simboleggiare l’aggressività del mare e dei fiumi quando la natura si scatena (Lucrezio). Lo si vede anche vicino a un elefante (di Annibale?) il quale sta mangiando un soldato romano, giusto per non dimenticare la guerra. Il Teatro non c’è, per me non è fotogenico, ma a lato ho visti i sette Obelischi che riassumono la storia della Sapienza nel mondo, secondo lo schema numerico di Camillo. Sono facce austere e solenni, a simboleggiare l’elevazione spirituale; a volte, in un altro scatto, vibrano, vacillano.

A proposito di valori. Il Buon governo di Siena, immortalato da Lorenzetti due secoli prima di Bomarzo nella Sala della Pace, durò meno di settant’anni (1287-1355): era fondato su pace, giustizia, uguaglianza, elezioni democratiche di amministratori che curavano il bene comune e l’interesse pubblico. Ma chissà che pensarono i grandi del Rinascimento del fatto che né scienza, né filosofia, né arte (per non parlare della religione) bastarono a conservare o restaurare quei fondamentali valori civili. Non sono abbastanza informato sulla storia rinascimentale per poter rispondere. Potrei solo osare qualche ipotesi basandomi su Orsini: lui con il suo Boschetto, forse ha voluto dimostrare, seguendo Rabelais, che la maggior virtù umana è la libertà di pensiero, e ha scatenato qui arte e fantasia in forme anomale (se non sovversive). Ma probabilmente in questa specie di Teatro diffuso ha anche voluto mettere in scena le illusioni, i dubbi, i fallimenti della ragione, gli orrori del potere, la violenza. Era pessimista, credeva finito per sempre il Buongoverno? Pensava inevitabile che l’umanità intera finisse nella bocca infernale dell’Orco? Questo orrendo antro buio scavato nel peperino, io non l’ho ripreso con davanti pecore mansuete, ma l’ho volutamente fotografato con più scatti mossi in verticale, con occhi minacciosi, confuso ma aggressivo, non bizzarro monumento ma strumento sempre attivo, avido di inghiottire masse e popoli innocenti, spesso succubi per inganno. Lo metto in mostra come simbolo dell’oppressione e della guerra, prodotti criminosi di avidità, perfidia e fanatismo.
Ecco, sarei soddisfatto se questa Storia delle mie visite a Bomarzo, con le immagini che ne ho tratto, fosse occasione di dubbi e pensieri, non solo uno svago in bianco e nero.
settembre 2026
Gli scatti sono tutti analogici, la maggior parte eseguiti con vecchie fotocamere medio formato con scivolamento del negativo e riprese multiple. Questa «Mostra con Libro» è la prima di una serie di iniziative (Storie) con cadenza si spera quadrimestrale, su diversi temi, prevalentemente inediti, dall’archivio fotografico dell’Autore. Alcune indicazioni di prossime Storie: Penna e Pellicola, Tiziano Terzani scrittore e fotografo – Orchha 2015, la Follia del Maharajah – Dentro il Circo Togni, Backstage 1960 – Fotografare Venezia? (2019-2024) – Appunti di un viaggio in Olanda 1961.
Vincenzo Cottinelli
Un bosco Filosofico
Brescia, Galleria La Stanza delle Biciclette a Palazzo Cottinelli, dal 3 ottobre al 25 ottobre 2026
Vincenzo Cottinelli
Un bosco filosofico
L’Obliquo, 2026, pp. 48, €20
