Prendere sul serio Duchamp. La “machina artifex”

21.09.2026
Artist Marcel Duchamp walking down a flight of stairs in a multiple exposure image reminiscent of his famous painting "Nude Descending a Staircase"

“L’artista” – dice Marcel Duchamp in una conferenza del 1957 intitolata “Il processo creativo” – “agisce come un essere medianico che dal labirinto del tempo e dello spazio, cerca la sua strada verso una radura” (Scritti, Abscondita, p. 161). L’artista è qualcuno, o qualcosa, che si è perso nel “labirinto del tempo e dello spazio”: cioè qualcuno, o appunto qualcosa, che non sa dove si trova, o meglio sa solo che si trova in un labirinto. Un abisso temporale, perché il passato è infinitamente ricco di storie, immagini, discorsi, talmente ricco che si sa solo che qualunque cosa si dirà o penserà in un modo o nell’altro è già stata detta o pensata in qualche altro tempo; allo stesso modo il labirinto è infinitamente ricco di strade e luoghi possibili, e questo rende del tutto irrealistico sperare che una mappa possa determinare la nostra posizione, perché sono comunque troppe le strade percorribili. L’artista, per Duchamp, sa soltanto, e in modo confuso, che sta cercando la “sua strada”, anche se non sa nemmeno perché la stia cercando. Si tratta di una precisazione importante: il medium, per così dire, ‘media’ fra passato e futuro ma non sa perché lo stia facendo, tantomeno sa che cos’è che, propriamente, sta portando nel presente dal “labirinto del tempo e dello spazio”. Pertanto, prosegue Duchamp, “se accordiamo dunque all’artista gli attributi di un medium, dobbiamo allora rifiutargli la facoltà di essere pienamente cosciente, sul piano estetico, di quel che fa o del perché lo fa”. La sua è allora un’azione senza intenzione, un gesto che non è preceduto da un pensiero cosciente: il medium, come sappiamo, opera in trance. È lo stesso Duchamp, tuttavia, che ci dice che l’artista “cerca la sua strada verso una radura”. In che senso, però, può essere detta la “sua” strada, se ci ha appena ricordato che non è altro che un “essere medianico” che quindi non sa “quel che fa o perché lo fa”? Anche la meta di questo attraversamento medianico è peculiare, per Duchamp è una “radura”. È difficile resistere alla tentazione di associarlo alla “radura dell’essere” di cui parla Martin Heidegger nella Lettera sull’Umanismo (Adelphi, p. 51), dove finalmente l’essere del mondo potrà apparire nel suo splendore. In effetti la “radura” di cui parla Duchamp non ha niente di personale, tantomeno di soggettivo: è il luogo dove l’artista in quanto “essere medianico” si arresta. Nella “radura” il mondo si manifesta per quel che è, al di là delle intenzioni e dei progetti umani. Sappiamo anche che la “radura” non è il posto che stava cercando, dal momento non cercava alcun posto, è piuttosto il posto in cui il suo errare, per un certo tratto di tempo, si placa. Ma siamo sicuri che il “medium” non rimarrà troppo a lungo fermo nella “radura”, perché è nella sua natura non essere mai nel posto giusto. Duchamp ci spiega, nella pagina seguente, che cos’è che non cessa di mettere in movimento l’“essere medianico”: “lo scarto” che non può non esserci fra “l’intenzione e la sua realizzazione, scarto di cui l’artista non è per nulla cosciente” (p. 162). Quello che chiama “scarto” è quanto rimane di quello che la tradizione chiama ‘ispirazione’ e ‘genio’. In fondo per Duchamp l’arte non si fa, piuttosto accade.

Intelligenza Artificiale, The Next Rembrandt, 2016

Queste parole di Duchamp ci permettono di entrare nel libro di Luigi Bonfante, Arte senza artista. Esperimenti estetici con l’intelligenza artificiale generativa (Johan & Levi, 2026), una mappa esauriente, e aggiornatissima, dell’arte ‘prodotta’ dalle varie forme di intelligenza artificiale che si sono succedute negli ultimi decenni. È il campo di quello che Bonfante chiama “machina artifex” (p. 11), cioè dei dispositivi artificiali che ‘producono’ arte, o meglio che producono ‘opere’ che per molti esseri umani hanno le caratteristiche di quei manufatti tradizionalmente definiti come ‘manufatti artistici’. Si prenda il caso del ritratto del giovane uomo che apre queste note. A chi abbia anche solo una vaga conoscenza della storia della pittura noterà una qualche somiglianza con il modo di dipingere di Rembrandt. In effetti si tratta del cosiddetto “The Next Rembrandt”, un rivoluzionario esperimento di Intelligenza Artificiale e stampa 3D del 2016. Un algoritmo di deep learning ha analizzato oltre 160.000 dettagli visivi estratti da tutti i dipinti noti di Rembrandt; sulla base di questi dati statistici, l’IA ha infine ‘dipinto’ questa tela. Ora qui evidentemente non interessa se si tratti di un ‘buon’ Rembrandt, tantomeno se abbia un qualche valore (una tela dipinta dal vero Rembrandt vale di solito qualche decina di milioni di euro). Si tratta di capire in che modo cambi, un’operazione come questa, il modo tradizionale di intendere l’arte e l’artista. Prima domanda: chi è l’autore di questa “opera”? Un programma di deep learning associato ad un dispositivo che materialmente ha steso i colori sulla tela. Una “machina artifex”, appunto. Ma una macchina può essere ritenuta capace di ‘creare’ un’opera d’arte? Se ci atteniamo alla definizione di Duchamp sì, solo che non si tratta propriamente di una ‘creazione’: come abbiamo visto l’artista, per Duchamp, non è un ‘creatore’, è piuttosto un “essere medianico” che “dal labirinto del tempo e dello spazio, cerca la sua strada verso una radura”. Dal passato della tradizione pittorica arriva nel nostro presente questo ‘nuovo’ Rembrandt; sappiamo che non è stato dipinto da Rembrandt Harmenszoon van Rijn (Leiden, 15 luglio 1606 – Amsterdam 4 ottobre 1669), tuttavia ‘somiglia’ ad un quadro che Rembrandt avrebbe (forse) potuto effettivamente dipingere (probabilmente non sarebbe stato uno dei suoi lavori migliori, soprattutto se si pensa all’intensità dell’ultima fase della sua pittura). Anche se la critica, come sempre, si è profondamente divisa sul valore di quest’opera, rimane che si tratta di un’opera d’arte che non è stata ‘creata’ da un artista. Bonfante è d’accordo, “machina artifex” è “capace di generare, ma non ha nessuna vera meta (che implica sempre un desiderio, una speranza), nessun senso del rischio o del coraggio, nessuna personalità, nessun fondo del pozzo” (p. 97). E, in una formulazione ancora più netta: “confrontare il processo creativo della macchina con quello dell’artista ci ha permesso di capire un po’ meglio come funzionano entrambi e ha confermato un’apparente ovvietà: la macchina non è un artista perché non ha volontà né intenzione cosciente” (p. 101). A questo riguardo viene da rifarsi a quanto scrive Wittgenstein nelle Osservazioni filosofiche, quando nota che “ogni prescrizione può essere considerata come una descrizione, ogni descrizione come una prescrizione” (Osservazioni filosofiche, § 14). Quando Bonfante asserisce con sicurezza che “la macchina non è un artista perché non ha volontà né intenzione cosciente” questa è una descrizione ‘oggettiva’ del comportamento di “machina artifex” oppure si tratta in realtà di una prescrizione, cioè una sorta di comando con cui decidiamo che cosa debba essere una “machina artifex”? L’IA è senza “volontà” oppure vogliamo che sia senza “volontà”, perché se l’avesse anch’essa non potremmo più proclamare la nostra eccezionalità? In effetti sembra che la posta in gioco, quando discutiamo di IA non sia tanto che cos’è questa intelligenza, quanto ribadire in ogni modo che noi umani siamo diversi e superiori (perché abbiamo un corpo e quindi emozioni e desideri). E così, quando leggiamo che “la macchina non è un soggetto” (p. 119) verrebbe da chiedersi: e tu come fai a sapere di essere un soggetto? Nella maggior parte dei casi diciamo di essere soggetti, ma non è proprio quello che fanno i LLMs, dire (scrivere) quello che sono o non sono?

Ben Richards, Ritratto di Ludwig Wittgenstein a Swansea, 1947

A questo proposito, che succede quando poniamo questa domanda ad un LLM: “sei un soggetto?”. Risponde così: “se intendi soggetto nel senso filosofico forte, cioè un essere che ha esperienza propria, coscienza di sé, intenzioni e una prospettiva sul mondo, no: non ho buone ragioni per considerarmi un soggetto di questo tipo. Se invece intendi un soggetto grammaticale o un agente che compie operazioni linguistiche, allora posso essere trattato come un ‘io’ nel dialogo: rispondo, affermo, nego, correggo. Ma questo ‘io’ non implica necessariamente un soggetto fenomenico dietro le parole”. La distinzione fra quello che il LLM chiama “soggetto nel senso filosofico forte” e il “soggetto grammaticale o un agente che compie operazioni linguistiche” è una distinzione così evidente? Ci sarebbe l’IO se non esistesse il pronome personale “io”? Sostenere con argomenti sensati di non essere un soggetto non è un modo di essere un soggetto?

Wojciech Zemek, Ritratto di Stanisław Lem, 1966

Quando siamo alle prese con l’IA tornano in mente le parole dello scrittore polacco Stanisław Lem, che nel 1964scriveva che “l’Intelligenza che un giorno scopriremo” – e quel giorno con tutta evidenza è arrivato – “potrebbe essere talmente diversa dai nostri parametri che non vorremo chiamarla intelligenza” (Summa technologiae, p. 107). Non è che quella dei LLMs non sia intelligenza, è piuttosto che non vogliamo chiamarla intelligenza, perché questo vorrebbe dire rinunciare definitivamente all’idea che abbiamo di noi stessi, come esseri unici e inimitabili. “Senza soggetto non c’è arte” (p. 161) scrive Bonfante, è proprio così. Ma non perché l’intelligenza artificiale non sia un soggetto, al contrario, perché quella stessa IA dimostra che non c’è bisogno della soggettività per essere intelligenti, e nemmeno artisti. Non è l’IA che sia priva di soggettività, è l’umano che scopre specchiandosi nella IA che non ha bisogno di pensarsi come soggetto, e tantomeno come artista. Il problema, in definitiva, non è che cos’è l’IA, ma che cosa non è l’umano. Ecco perché, allora prendere sul serio Duchamp. Perché se lo prendiamo sul serio si svuotano di ogni senso due parole a cui, al contrario, continuiamo ad attribuire un significato spropositato: arte e artista. L’artista è un medium, che ‘trasporta’ il passato verso il presente, senza sapere perché, o meglio sapendolo solo in modo confuso e parziale; il suo lavoro non consiste nel ‘creare’ le cosiddette “opere d’arte”, perché se non c’è l’artista non possono nemmeno esserci le sue cosiddette “creazioni”. E se – come sostiene Bonfanti – “senza soggetto non c’è arte”, allora, dal momento che il soggetto (umano o artificiale non fa differenza) non c’è non può esserci nemmeno l’arte. Non c’è l’artista, non c’è l’arte, finalmente c’è solo la “radura”, cioè il mondo.

Luigi Bonfante
Arte senza artista. Esperimenti estetici con l’intelligenza artificiale generativa
Johan & Levi, 2026, pp. 192, €23

Immagine di apertura: Eliot Elisofon, Marcel Duchamp Descending a Staircase, 1952

Felice Cimatti

Felice Cimatti

insegna Filosofia del Linguaggio all’Università della Calabria.

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