Spazio all’ascolto

15.09.2026

sebbene gli input visivi ci diano l’illusione di dominare il mondo, sono tuttavia le informazioni acustiche a svelarne l’essenza più profonda e a guidarci nella sua comprensione. Sicché, nonostante la luce sia di gran lunga più veloce del suono – e a livello neurologico sia la vista a indirizzare la percezione e l’orientamento rispetto all’ascolto, che arriva in “ritardo” – quest’ultimo prevale per profondità emotiva, velocità di elaborazione e capacità di connessione sensoriale.

Nell’attuale edizione della Biennale d’Arte persiste una logica dell’accumulo che genera un profondo senso di vuoto per “eccesso di pieno”. La domanda che sorge è: a sua volta, anche il “vuoto come assenza” è capace di generare il pieno? O, ancora, ritornando su un tema ampiamente dibattuto, ci si potrebbe chiedere quanto lo spazio sia in grado di condizionare le opere d’arte. Infatti, pare che in determinati contesti quest’aspetto venga trascurato da anni, al punto da non consentire più allo spettatore di entrare in contatto con le singole opere ed esperirne adeguatamente la diversità. Nel caso della Biennale d’Arte, il rischio è quello di snaturarne la funzione originaria – quella di contenitore sociale e confronto tra proposte innovative – e appiattirla alla dimensione della fiera commerciale.

Il rifiuto di questa “logica del caos” a sostegno di un’autentica “accoglienza che si fa pensiero” viene suggerita dal Padiglione della Santa Sede attraverso la dimensione dell’ascolto.

Il musicologo Guido Barbieri, considerato “the voice” della radiofonia italiana, racconta che, quando fu inaugurata la cupola del duomo di Santa Maria del Fiore a Firenze nel 1436 – realizzata, com’è noto, da Filippo Brunelleschi – Papa Eugenio IV, oltre a ordinarne lo spettacolare addobbo con 6.000 rose bianche illuminate da 5.000 candele, incaricò il maestro di cappella Guillaume Dufay di redigere un’opera musicale per accompagnare la celebrazione.Così,l’ingegnoso compositore ideò un mottetto rispettando la logica architettonica dell’edificio sacro concepito sull’unità di misura dell’epoca – il braccio fiorentino (pari a 58,32 cm) – dando vita a un’opera sonora perfettamente fusa con lo spazio.

Vista dell’installazione presso il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, Cannaregio, Venezia

È proprio in questa logica di rispetto per lo spazio che viene articolato il tema dell’accoglienza sia nel contesto del Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi a Cannaregio (dove l’ascolto musicale viene concepito come fenomeno di contemplazione terapeutica), sia nel Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello (XI secolo circa), dove Sua Eminenza il Cardinale José Tolentino de Mendonça – già Prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, ora in veste di Commissario – esalta l’analogia tra restauro e cura.

Interamente ispirato a Santa Ildegarda di Bingen, il progetto accoglie nel Giardino Mistico una serie di installazioni sonore realizzate ad hoc da ventuno artisti. Il visitatore passeggia lentamente tra i filari della vigna – dove la varietà di vite palestinese dialoga con quell’autoctona – mentre ascolta in silenzio, prima il canto sacro del duo berlinese Holly Herndon e Mat Dryhurst, poi le composizioni del britannico Brian Eno e, infine, altri brani di vari artisti che si susseguono in maniera quasi impercettibile. Grazie alle cuffie in dotazione si è liberi di proseguire il cammino, sdraiarsi sull’erba e contemplare la variegata vegetazione: un angolo di paradiso in cui è possibile decomprimere i sensi e sfuggire al carosello turistico.

Il concetto di rifugio viene adottato anche nella sede di Castello che, in continuità con la passata Biennale d’Architettura, prosegue l’Opera Aperta curata dallo studio messicano Tatiana Bilbao Estudio, insieme allo spagnolo Maio Architects e il belga Dogma Architects, i quali decidono di affidare a esperti artigiani veneziani il risanamento di antichi materiali recuperati in situ. L’idea di cura si concretizza nel risanamento di un’antica chiesa che, dopo essere stata danneggiata dall’acqua alta, resa inagibile e sconsacrata, viene adesso restituita a nuova vita grazie all’“accoglienza” offertale dal Padiglione della Santa Sede.

A testimoniare la dedizione per la tutela del bene è anche la scenografica impalcatura con i neon gialli che si dispiega davanti ai nostri occhi; esperienza visiva accompagnata dall’ascolto della liturgia sacra cantata ad horas dalle suore coriste benedettine secondo il calendario dell’Abbazia di Eibingen (fondata nel 1165 da Santa Ildegarda di Bingen nei pressi di Rüdesheim sopra il Reno). Le registrazioni del canto liturgico, realizzate all’interno dell’Abbazia tedesca dal Soundwalk Collective – collettivo internazionale con base a Berlino e New York che ha curato anche il progetto della seconda sede –, vengono diffuse nella chiesa veneziana in perfetta sincronia oraria con le funzioni che si tengono a Eibingen.

Così, l’ascolto diventa testimone dell’alleanza tra due culture e accompagna lo spettatore mentre contempla il modello ligneo del nuovo monastero cistercense nel Brandeburgo (edificio in corso di realizzazione presso un ex sito della Stasi), frutto della collaborazione internazionale tra tre studi di architettura. Accanto al plastico, adagiato su un lungo tavolo, si trova anche un ricco archivio di testi in varie lingue, inerenti la Santa “profeticae visionaria” (così definita da Claudio Bonvecchio nella prefazione al libro Come per Lucido Specchio edito da Mimesis).

La rappresentazione di culture distanti unite nell’ascolto ben sintetizza l’intenzione curatoriale del Commissario che ha individuato in Santa Ildegarda – mistica canonizzata nel 2012 da papa Benedetto XVI come Santa e poi Dottore della Chiesa – la figura perfetta per “dar voce” al Padiglione Vaticano. Scelta che pure omaggia il legame e il dialogo tra la cultura portoghese del Cardinale Tolentino de Mendonça e la lezione del Papa tedesco Benedetto XVI, legati dalla devozione per quella “voce dal cielo” udita da Ildegarda nel corso delle sue visioni mistiche e descritta nel Libro dei meriti di vita.

All’interno dell’itinerario espositivo è presente anche un’opera di Alexander Kluge: filmaker e video artista tedesco scomparso pochi mesi prima dell’inaugurazione (una perdita che si assomma a quella della scultrice tedesca Henrike Naumann, di Georg Baselitz e la curatrice Koyo Kouoh) Kluge – a cui pur si deve l’ideazione del titolo del Padiglione vaticano, L’orecchio è l’occhio dell’anima – propone un percorso diviso in tre stanze e 12 stazioni che illustrano il pensiero della Santa attraverso brevi video che evocano tanto la dimensione visiva quanto quella sonora. Sequenza a cui si aggiunge un video che ricostruisce il volto di Ildegarda.

Anche se fuori Biennale, nel sestiere di Castello vi è un’altra opera concepita intorno al concetto di ascolto: si tratta di Elegy, realizzata dall’artista sudafricana Gabrielle Goliath e allestita nella Chiesa di Sant’Antonin. Il lavoro è stato presentato in forma indipendente dopo la censura da parte del Ministro della Cultura sudafricano per via dei contenuti politici dell’opera – in particolare quelli riferiti al genocidio di Gaza ancora in corso – dando vita a un dibattitoche ha portato alla totale cancellazione del padiglione sudafricano.

Iniziato più di dieci anni fa, questo lavoro assume una dimensione “corale” per due ragioni fondamentali: innanzitutto perché viene performato da un gruppo di donne nere che, attraverso il canto, danno voce alle varie forme di violenza – come abusi sessuali e femminicidi – che piagano il loro continente. Il tutto in una lirica monodica che avvolge i visitatori attraverso registrazioni video multicanale, dove ciascuna cantante cede il posto alla successiva attraverso un passaggio di testimone “vocale”. La seconda ragione è da ascrivere al luogo e risiede nel potente gesto di aver scelto proprio uno spazio consacrato per accogliere un’opera altrove rifiutata. A questo proposito, la preparatissima custode – Arianna – ci informa che, oltre a ospitare mostre d’arte contemporanea, l’edificio continua a celebrare le funzioni religiose ed è indissolubilmente legato all’Oriente: un legame testimoniato dalla presenza di figure come San Saba (monaco bizantino del V secolo trasferitosi in Palestina e qui raffigurato da Palma il Giovane nella Cappella Tiepolo), San Spiridione (Vescovo cipriota del IV sec, venerato dalla Chiesa ortodossa) e il siriano Sant’Antonin (martirizzato durante l’impero di Diocleziano), a cui la chiesa è intitolata.

Accerchiati da un Mediterraneo tormentato dalle guerre, torniamo a interrogarci sugli stessi approdi in questo luogo sacro che porta inscritto nel suo stesso retaggio storico il palpito dell’accoglienza. Ridotto a una sola navata nel Seicento da Baldassarre Longhena, questo spazio è ora in grado di restituire un volume acustico che arriva sino a noi; uno spazio in cui l’ascolto è protagonista e strumento di relazione.

Difficile immaginare una sede più adeguata ad accogliere questo lavoro. Il vuoto lasciato dal Padiglione sudafricano all’Arsenale viene così colmato – grazie all’invito del Patriarcato di Venezia e al sostegno di una collettività volitiva – dall’accoglienza di Elegy in un luogo dal profondo valore simbolico. Con quest’ opera Gabrielle Goliath vuole onorare la memoria della poetessa palestinese Heba Abu Nada, uccisa dagli israeliani nell’ottobre 2023 a soli trentadue anni insieme ai suoi familiari.

In realtà, con la morte di Heba Abu Nada è stata annientata un’intera generazione di artisti palestinesi e il governo che ha portato avanti questa politica è stato sostenuto da molti paesi – incluso il nostro, rimasto in silenzio. Contro questo silenzio si sono levate le voci di figure come Emily Jacir ed Eyal Weizman che, leggendo i testi di alcune poetesse scomparse (l’iraniana Forough Farrokhzad, l’haitiana Danielle Legros Georges, la palestinese Abu Nada o l’attivista queer sudafricana Maneo Mohale), hanno dato vita a Elegy Reader: un’estensione di Elegy concepita come atto di dolore condiviso a cui si poteva partecipare attivamente – previa registrazione – leggendo uno dei testi proposti. L’azione partecipativa si è svolta nei giorni di apertura della Biennale, in uno spazio adiacente alla chiesa gremita di persone: un “pieno” che sembrava rispondere al “vuoto” lasciato dal governo, creando un’atmosfera di accoglienza grazie all’ascolto reciproco.

Laure Prouvost, vista della mostra Nous, frissons d’étoiles (2026), Grand Palais, Parigi

La sfera visiva, oramai incapace di autonomia, necessita sempre più di una dimensione immersiva che, proprio grazie alla spazializzazione del suono, riesce a suscitare nello spettatore quel “brivido” evocato nel titolo di Nous, frissons d’étoiles: monumentale installazione dell’artista francese Laure Prouvost – presentata anche a Venezia nella mostra Glasstress a palazzo Ca’ Tron – che domina lo spazio del Grand Palais di Parigi animandolo di luci, suoni e sottili vocalizzi diramati da ogni angolo tramite altoparlanti.

Tutti elementi che ritroviamo anche nei progetti del duo – palestinese d’adozione – Basel Abbas e Ruanne Abou-Rahme, attivi dal 2007 tra New York e Ramallah. La pratica (ormai necessaria) d’integrare immagini e suono è pure evidente nella loro grande mostra Prisoners of Love: Until the Sun of Freedom in corso al MACBA di Barcellona. Qui, il primo video monocanale in bianco e nero, Collasso (2009), mostra la figura sfocata di una donna che cade ripetutamente dando vita a un’immagine di instabilità – ripetuta nei gesti che perdono definizione per sovrapporsi via via a immagini storiche – accentuata da un’incalzante colonna sonora. Attraverso queste interruzioni, ripetizioni e sovrapposizioni prende forma una sorta di “poetica della resistenza” capace di esplorare la repressione subita dal popolo palestinese e la sua strenua resilienza. Concetto che ritorna in Prigionieri dell’amore: Fino al sole della libertà dove, attraversoil canto e la poesia, alcuniex prigionieri palestinesi denunciano le loro ingiuste detenzioni.

È il suono, dunque, a guidare la mostra subordinando l’immagine: un primato particolarmente evidente nella videoinstallazione Screenshots and Desktop Performances (datata 2021 e ancora in corso d’opera) in cui ciascuno dei 9 video monocanale che la compongono è dotato di una cuffia che emette un solo suono, mentre sullo schermo appaiono – in simultanea – due immagini ferme e due in movimento.

Di fronte a tante sollecitazioni, sorgono due domande: cosa resta allo spettatore? Quanto riesce a imprimersi nella memoria il suono rispetto alle immagini? Infatti, laddove la sfera visiva richiede un’attenzione volontaria, la dimensione sonora – grazie alla sua natura pervasiva – riesce a raggiungere, coinvolgere ed emozionare anche lo spettatore più distratto. Ed è per questo motivo che oggi spetta agli spazi espositivi il compito di aprirsi a una nuova vocazione all’accoglienza.

L’orecchio è l’occhio dell’anima

Padiglione della Santa Sede alla 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia

commissario: José Tolentino de Mendonça

a cura di Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers in collaborazione con Soundwalk Collective

Venezia, Giardino dei Carmelitani Scalzi e Santa Maria Ausiliatrice, dal 9 maggio al 22 novembre 2026

Glasstress 2026

a cura di Adriano Berengo, Joanna De Vos e Umberto Croppi

Venezia, Palazzo Ca’ Tron, Venezia / Murano, Fondazione Berengo Art Space, dall’11 luglio al 22 novembre 2026

Basel Abbas e Ruanne Abou-Rahme

Prisoners of Love: Until the Sun of Freedom

a cura di Hiuwai Chu

Barcellona, MACBA – Museu d’Art Contemporani de Barcelona, fino al 28 settembre 2026

Laure Prouvost

Nous, frissons d’étoiles

a cura di Barbara Kroher

Parigi, Grand Palais, dal 10 giugno al 26 luglio 2026

Gabrielle Goliath

Elegy

a cura di Lina Lazaar

Venezia, Chiesa di Sant’Antonin, dal 4 maggio al 31 luglio 2026

Immagine di apertura: Gabrielle Goliath, Elegy, Chiesa di Sant’Antonin, Venezia, 2026

Monica Biancardi

Monica Biancardi

(Napoli 1972) si è formata all’Accademia di Belle Arti di Napoli e ha compiuto studi di storia delle arti e archeologia presso l’Università Federico II di quella stessa città. Interessata alla lettura dell’immagine, utilizza vari linguaggi come il disegno, l’incisione, il video e la fotografia.
La sua ricerca indaga la scrittura con la luce innanzitutto attraverso le ombre da essa generate, e si propone di riportare la fotografia ai suoi albori, rendendola pezzo unico non riproducibile, grazie alla fusione dell’incisione a mano su vetro o plexiglass. Perché è interrogando le ombre, senza arrestarsi sulla superficie, che si fa luce sulle cose.
I suoi lavori, presenti in Italia e all’estero, sono acquisiti da spazi pubblici e privati. Lavora con Shazar Gallery di Napoli.
Insegna Fotografia all’Accademia di Belle Arti di Roma

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