Anime di cristallo di Silvia Mariotti

Anime di Cristallo è il titolo del progetto artistico che Silvia Mariotti ha condotto nell’arcipelago delle Azzorre. Vincitore dell’Italian Council 2024, è esposto al MACTE – Museo di Arte Contemporanea di Termoli fino al 26 settembre. Anime di Cristallo si ispira alle teorie del biologo e filosofo Ernst Haeckel, successivamente rilette e ampliate dalla scienziata Laura Tripaldi, secondo le quali la materia inorganica è portatrice di una forma di intelligenza. Le opere esposte al MACTE invitano il pubblico a riflettere sul rapporto tra essere umano e ambiente, mettendo in luce la capacità della natura di reagire, adattarsi e rispondere alle sollecitazioni esterne. Pubblichiamo di seguito le riflessioni inedite di Francesco Marilungo su Anime di Cristallo, che insistono sulla corrispondenza tra natura e linguaggio: come gli ecosistemi si trasformano attraverso contaminazioni e ibridazioni, anche le lingue crescono e si rinnovano nell’incontro con l’altro.

Intro

Esistono terre e lingue che la storia e la geografia hanno consegnato all’isolamento. Eppure, per sopravvivere, ogni isola deve imparare a viaggiare, a farsi travasare, a farsi tradurre. Sperduto nel cuore dell’Atlantico, l’Arcipelago delle Azzorre evoca l’idea stessa di isolamento. Tuttavia, il suo paesaggio vegetale si rivela essere il frutto di continue interazioni con flussi che provenivano da e andavano altrove. Pur lontane geograficamente, queste isole sono al centro di un nodo di relazioni, di connessioni, di contatti liquidi e ondosi. Similmente, le nostre lingue, apparentemente isolate e separate da una soglia di incomunicabilità, sono profondamente interconnesse nel formulare un discorso con tutto ciò che esiste. Come le onde del mare hanno legato le coste azzorriane al resto del mondo, così “onde interpretazionali” si agitano fra i codici verbali, mettendo in comunicazione le nostre “isole-menti” (Terrinoni). Il progetto artistico Anime di Cristallo di Silvia Mariotti, sviluppatosi fra le rocce vulcaniche delle Azzorre e i laboratori biochimici del Politecnico di Milano, viene qui accostato attraverso la lente della traduzione: non un semplice atto di trasferimento di concetti da un idioma all’altro, ma metafora del continuo, inarrestabile prodursi in forme nuove dell’esistente.

I. La teca-mondo: tradurre il biologico

Nel laboratorio del Professore Andrea Turolla, ingegnere ambientale del Politecnico di Milano, si studia come stringere un’alleanza evolutiva con famiglie di batteri che ci aiutino a ridurre l’impatto ambientale delle nostre azioni. Tra i miscelatori e i computer di quel laboratorio, per qualche mese ha preso posto una teca del tutto peculiare. Lì dentro gruppi di micro-organismi si sono fronteggiati nel colonizzare il terreno vitale messo a loro disposizione, guerreggiando per lo spazio e per le risorse vitali e sprigionando, ai nostri occhi, colori, luminescenze, cristallizzazioni. Quelli nella teca non erano organismi passivi; bensì agenti semiotici. Comunicano attraverso molecole e segnali chimici, compiendo un’operazione di traduzione: convertono uno stimolo ambientale esterno (cibo, limiti chimici, ceppi rivali) in una risposta bio-chimica. Una variazione invisibile del pH si traduce in una proliferazione di spore, in una luminescenza o in una secrezione cromatica. Sotto le loro mani la materia organica è un testo in perenne riscrittura.

Con la supervisione sapiente del team del Prof. Turolla, dentro quella teca si agita il fare artistico di Silvia Mariotti. È un’operazione artistico-scientifica che consiste nel costruire un dispositivo di traduzione che converte quel codice bio-chimico in un codice visivo. Dal testo creato dal metabolismo invisibile dei batteri si arriva al testo-immagine. Mariotti “legge” una pagina scritta in una lingua misteriosa e, rispettando la spinta originaria, la traspone in una lingua comprensibile al lettore: le forme estetiche dell’arte.

Silvia Mariotti, Flows, leaves and beyond, 2026.
Stampa inkjet su carta cotone e dibond, cornice in ferro patinata a mano, 100 x 70 cm

II. Il participio futuro della materia

Nel guardare alle opere di questo progetto, ci viene subito incontro il concetto di ‘Natura’. L’uso corrente che facciamo di questa parola ci porta a smarrirne un significato più profondo. Siamo abituati a considerarla esclusivamente come un sostantivo – qualcosa di già dato, “la natura delle cose” – dimenticando che, in realtà, la parola può essere letta anche come un participio. Partecipa dell’essenza del nome ma anche di quella del verbo: è un processo, non un oggetto. Possiamo leggerla come un participio futuro: se ‘nato’ è ciò che è già stato e ‘nascente’ è ciò che accade sotto i nostri occhi, natura è ‘ciò che sta per nascere’, ciò che è destinato a venire alla luce, che sta per prendere forma, spinto dal lavorio incessante delle metamorfosi in atto.

In questo senso, la natura è per definizione inafferrabile: è promessa, è na-sci-tura, un protendersi vegetale verso la luce. La scommessa delle opere di Silvia Mariotti sta nel funzionare proprio come dei participi futuri: illuminano quel senso di imminenza e di irrevocabilità insito nell’attimo del ‘non ancora’. Non fotografano ciò che siamo, ma sottintendono ciò che saremo. Alludendo a un retrostante caos primigenio, indicano una forma estetica che quel caos saprà assumere. Una promessa di bellezza. La fioritura di quel momento prosegue ed evolve nell’occhio di chi guarda e quel divenire si compie in noi: davanti a queste opere, torniamo a essere, in un certo senso ‘na-sci-turi’, immessi nel flusso. Non distaccati osservatori di un oggetto, ma funzioni di un processo.

Silvia Mariotti, Mistérios Negros – Azzorre, 2025

III. Il prelievo e il taglio

C’è una somiglianza metodologica tra il lavoro di Silvia e quello dei traduttori. Entrambi operano un prelievo. Cercano qualcosa di straniero, in terre ‘isolate’. Percorrono per gli altri una foresta di simboli sconosciuti in cerca di qualcosa, si avventurano nell’estraneo. Poi c’è il ritorno nel “laboratorio” – lo studio d’artista o il tavolo del traduttore – dove il materiale prelevato viene fatto reagire con l’aria di casa. Da un lato piante, spore e minerali; dall’altro parole, suoni e strutture sintattiche, chiamati a ricombinarsi in spazi nuovi.

In entrambi i processi arriva inevitabilmente il momento della cesura. Come Mariotti ‘sente’ l’istante esatto in cui il processo biochimico ha raggiunto il suo apice estetico e scatta la fotografia o fissa i colori; così il traduttore deve, a un certo punto, interrompere le pressoché infinite possibilità di riformulare un verso o una frase e scegliere quella, auspicabilmente, più ricca. Enrico Terrinoni vede nel tradurre “il potenziale infinito del dire” (La letteratura come materia oscura): in questa operazione si declinano universalmente tutte le infinite potenzialità dell’atto del dare al mondo un nome. Ma la traduzione è anche l’arte di decidere quale, tra le mille vite possibili di un testo, debba finalmente incarnarsi. È un atto, anche, di rinuncia, di scelta: accettare di perdere qualcosa perché sappiamo che non tutto si può trattenere. È proprio in quel taglio, che l’opera o il testo smettono di essere un groviglio di possibilità quantistiche e diventano forma.

Silvia Mariotti, Anime di Cristallo, veduta della mostra, MACTE – Museo d’Arte Contemporanea di Termoli, foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO

IV. Cristallizzazioni, contiguità e impollinazione

Forma appunto. Dopo quello di natura, l’altro concetto che il lavoro di Mariotti risveglia e che risuona con l’atto della traduzione è quello di metamorfosi. Un concetto che apre a tantissime risonanze.

Il titolo del lavoro, Anime di cristallo, tratto dalle Kristallseelen di Ernst Haeckel, colui che agli inizi del ‘900 sviluppa l’idea di una continuità insoluta fra materia organica e materia inorganica, invita a degli accostamenti letterari. Cristallizzate nei materiali e nelle trasformazioni di Silvia Mariotti, ci sono delle “anime”, soffi che entrano nel materico, che rompono i confini tra ciò che è vita e ciò che, apparentemente, non lo è. Sono “anime” trasfigurate in “forme” nuove, come avviene a quelle della Commedia. Ci sono anche dei precisi inviti lessicali: penso ad esempio alle “visiere di cristallo” del Canto XXXIII, quello in cui le anime sono congelate e cristallizzate nell’assenza totale di amore divino, nella ghiaccia di Cocito. Siamo nel punto più distante da Dio, sorgente di vita, eppure troviamo ancora una traccia di coscienza vitale. Corrotta, perduta, congelata, eppure vita. Anche oggi, forse, nel batterico e nel minerale, distanti sideralmente da noi, possiamo ipotizzare una peculiare forma di cognizione.  

Ma il concetto di metamorfosi, ovviamente, richiama il grande catalogo letterario delle trasformazioni, le Metamorfosi di Ovidio. Calvino parla di un poema che comunica “la contiguità fra dèi ed esseri umani e tra tutte le figure o forme dell’esistente”. Fauna, flora, regno minerale, firmamento inglobano nella loro comune sostanza il flusso della trasformazione vitale. Non c’è gerarchia. C’è contiguità fra un regno e l’altro: traduzione da un codice vitale a un altro. Si pensi all’incessante metamorfosi del mondo vegetale, così presente nella “riscrittura” artistica delle Azzorre compiuta da Mariotti. Ci ricorda Emanuele Coccia, nel suo La vita delle piante, che “il loro corpo è un’inarrestabile fabbrica morfogenetica. La vita vegetativa è un distillatore cosmico della metamorfosi universale”. E la questione aveva già occupato Goethe nel 1790, quando nel suo La Metamorfosi delle piante cerca uno sguardo scientifico che invece di imbrigliare la natura in tassonomie sappia coglierne la capacità di “creare forme eternamente nuove”.

Nelle Metamorfosi il vegetale fissa una storia di trasformazione: Ciparisso che diventa un piangente Cipresso; Clizia un Girasole; Dafne, ovviamente; e poi Narciso, forse il mito della nostra contemporaneità, quello che meglio di altri rappresenta la nostra estraneità rispetto al mondo naturale, la nostra incapacità di ammirare la bellezza di uno stagno, perché affogati in noi stessi. In questo senso, il lavoro di Silvia Mariotti ha qualcosa di terapeutico: perché ci costringe a distogliere lo sguardo da noi e a guardare ad altro, a riconoscerci nella voglia di vita e di trasformazione delle piante, dei minerali, nella trascendenza cromatica ed estetica che la loro lotta per lo spazio e il cibo in quella teca-mondo sprigiona. Ci spinge a fare quello che Alessandro Bergonzoni chiamerebbe un “salto in altro”: uscire dal sé per abitare ciò che non siamo. Compiere l’opera di un’“altrista”, che ci eleva nello spossessarci del nostro sguardo asfitticamente concentrato su noi stessi. Per farci capire che, come sapeva Rimbaud, noi siamo già l’altro. Je est un autre.

L’arte di Mariotti ci mostra questa contiguità, accende una metamorfosi che invita a travalicare i confini dell’umano. E cos’è la traduzione se non, travalicamento e metamorfosi? Se, come voleva von Humboldt, “tutte le lingue insieme assomigliano a un prisma di cui ogni faccia mostra il mondo sotto un colore di diversa sfumatura”, cos’è il tradurre se non il costante allargarsi della pronunciabilità del senso, attraverso la variabilità pressoché infinita delle forme del dire? Cos’è se non uno sforzo di mediazione tra la molteplicità delle culture e l’unità dell’umano; tra la pluralità delle forme e l’unità della vita? “Si traduce perché nel corpo a corpo con il testo straniero si rivela la nostra alterità, il nostro essere stranieri. Come se l’estraneità dell’altrui ci definisse, perché l’io è un altro” (Stefano Arduini, Perché tradurre. Ovvero la traduzione come filosofia).

L’identità si costruisce nella perenne e incessante relazionalità con Altro. La traduzione svela quindi una natura radicale: non un semplice scambio di vocaboli, ma una demolizione dello specchio di Narciso. Un costante allargamento dell’immaginario, la mappatura di possibili e nuovi legami con l’esistente, il materico, la natura (sempre declinata al futuro). Quando tradiamo la rigidità della nostra lingua per accogliere le strutture di un’altra, compiamo quell’atto che Paul Ricœur definiva “hospitalité langagière”: il miracolo di abitare la lingua dell’altro e, simmetricamente, di ospitare lo straniero presso di sé, accettando di farsi modificare da lui. “La vera sfida del tradurre è accogliere l’Altro e dargli ospitalità […] nella propria lingua e nella propria cultura senza che la lingua e la cultura di chi traduce neghino l’altrui riducendolo al proprio e tentino di assimilare l’elemento estraneo” (Franca Cavagnoli, Ospiti del linguaggio. Del tradurre e dell’interpretare). In questo spazio in cui si compie l’incontro con l’Altro ci collocano sia l’atto traduttivo, sia i lavori di Anime di cristallo.

Silvia Mariotti, Anime di Cristallo #6, 2024, veduta della mostra, MUHNAC – Museu Nacional de História Natural e da Ciência, Lisbona, Foto Alessio Beato 

V. Contro la solitudine della specie: ritrovare il nome

Se immaginiamo le lingue come fiori, i traduttori non sono altro che agenti impollinatori — il vento, l’ape, le acque che trasportano semi da una sponda all’altra, da una lingua all’altra, attraversando deserti di incomunicabilità. È un passaggio vitale, perché una lingua che non si apre all’esterno rischia l’endogamia intellettuale. La traduzione quindi è trapianto e innesto di narrazioni, discorsi e rappresentazioni verbali che ci mettono in contatto con la pluralità di ciò che esiste. È l’atto ecologico che protegge la biodiversità del pensiero.

Questo contatto linguistico ed epistemico con l’esistente e con la natura, oggi sembra sbattere contro un muro. Lo stagno di Narciso ci mostra la nostra immagine e ci impedisce di vedere la vita che si agita sotto la superficie. Paolo Volponi già nel 1982, approfondendo la complessità concettuale della triade essere umano, natura e macchina, aveva avvertito un senso di solitudine ed estraneità:

“Una grande, unitaria, uniforme, massiccia avanzata sconfigge la natura e l’animale, disbosca l’Amazzonia e cattura le ultime balene, e insieme abbatte le foreste della fantasia, della voglia, della fioritura del desiderio, del canto, del rinnovamento all’interno, nell’animo degli uomini.” (Natura e Animale).

L’avanzata di cui parla Volponi non disbosca solo l’Amazzonia; spiana contestualmente le ‘foreste della fantasia’. È un disboscamento interiore che ci rende muti e incapaci di ospitare il linguaggio dell’altro. Filosofi e scienziati la chiamano “species loneliness”. È, in altre parole, la cecità nei confronti del complesso reticolo relazionale al centro del quale siamo collocati. Dal senso di contiguità con la natura delle Metamorfosi ovidiane, che era certo anche perturbante, siamo arrivati alla solitudine della specie; siamo approdati su isole sulle cui spiagge non battono onde. Scollegati dal futuro. Trasformati in narcisi. Mentre i congegni dell’algoritmo accostano i vocaboli per inerzia statistica, svuotandoli di carne e di relazione, la standardizzazione accelera la scomparsa dei vernacoli, delle lingue minori e di quei dialetti terrestri che custodiscono l’ecologia profonda dei luoghi. Un velo di omogeneità si frappone fra noi e le infinite esperienze di contatto con il mondo che si creano attraverso le parole. Questo disboscamento interiore ci rende afasici, passivi consumatori di un linguaggio standardizzato e, paradossalmente, intraducibili. Affoghiamo negli schermi-stagno di bolle informative generate a nostra immagine e somiglianza e nelle quali il linguaggio non è più contiguità plastica con la realtà, ma codice assemblato da logiche probabilistiche.

Davanti ai lavori di Mariotti, invece, siamo reimmessi nel flusso, nella metamorfosi, scomposti e tradotti in elementi naturali variopinti. Invitati a leggere la fuggevolezza senza volerla “comprendere” in un insieme, a “leggere lo scorrere che siamo, e a non fissarci a fissare quel che fissato non può esser mai”. Ridestati dall’intorpidimento narcisistico dell’umano e rifatti “na-sci-turi”, declinati al futuro. Come ci segnala Terrinoni: “Ecco la seconda e più importante lezione della traduzione: insegnarci a essere quel che saremo, poiché saremo davvero solo quel tanto che ci sarà dato di capire.”

Le immagini di Anime di cristallo ci mettono in condizioni di capire, in codici per noi comprensibili, la vitalità trasformativa del vegetale e del batterico. E così, la traduzione: un modo di coltivare le infinite potenzialità della relazione linguistico-epistemica che ci lega alla natura. È il solo modo che abbiamo, sempre per rubare una battuta a Bergonzoni, di toccare “il detto del mondo”. Arte, traduzione e scienza sono dispositivi attraverso i quali possiamo fare ciò che suggerisce Laura Tripaldi in Menti Parallele: “ritrovare una continuità perduta con la natura, scoprendo che non esistono barriere rigide tra materia inanimata, vita e tecnologia – riscoprendoci in una nuova continuità con le nostre tecnologie e gli altri organismi viventi.” Per riconoscere che, con le parole di Ernst Haeckel, “ogni sostanza possiede la vita”.

Silvia Mariotti, Anime di cristallo, veduta della mostra, MACTE – Museo di arte contemporanea di Termoli, foto Alessio Beato

Outro

In chiusura del Purgatorio (che non casualmente è un’isola sperduta in qualche punto dell’Atlantico), Dante ci ricorda che per poter salire alle stelle, quelle stelle di cui siamo fatti, bisogna attraversare nuovamente i regni della materia e della vita, immergersi nell’onda, e tornare vegetali. Chiudendo la cantica, bagnatosi nel fiume Lete e ormai pronto a salire al cielo, sceglie dal mondo vegetale la metafora che meglio possa descrivere come si sente in quel momento di esitazione fra terra e cielo, fra materico e spirituale, fra il regno dei cristalli e quello delle anime. E allo stesso tempo, nella ripetizione anaforica del prefisso iterativo “ri” (ritornai – rifatto – rinovellate; e come non pensare qui anche al riverrun, past Eve and Adam’s che apre Finnegans Wake di James Joyce?) sembra alludere a quanto non siamo altro che una riedizione in forme diverse della stessa medesima vita; testo di partenza e d’arrivo di un incessante lavoro di traduzione:

Io ritornai da la santissima onda

rifatto sì come piante novelle

rinovellate di novella fronda,

 puro e disposto a salire a le stelle.

Ecco così, a mio parere, ci si sente dopo essersi immersi nei lavori di Silvia Mariotti.

Immagine di apertura: Silvia Mariotti, Anime di Cristallo #13, 2025. Ceramiche patinate a freddo con minerali, solfati e sali inorganici, struttura di rame patinata, neon, (part.), MACTE-Museo di arte contemporanea di Termoli, foto Gianluca Di Ioia – GDI STUDIO

Francesco Marilungo

Francesco Marilungo

Francesco Marilungo si è laureato in Letteratura Italiana all’Università La Sapienza di Roma, dove ha maturato un interesse per le intersezioni culturali tra l’Italia e il Medio Oriente e per le loro rappresentazioni letterarie. Dopo un periodo di tre anni trascorso nel Kurdistan turco, ha conseguito il Dottorato di Ricerca presso la University of Exeter con una tesi dedicata alla letteratura curda. Da allora si occupa di traduzione letteraria dal curdo all’italiano e di divulgazione della cultura curda.
Tra le sue traduzioni e curatele figurano “Il pozzo del destino” di Mehmed Uzun (Scienze e Lettere), “Il matto, la prostituta e lo scrittore” di Firat Cewerî (Calamaro Edizioni), “I Mangiapatate” di Farhad Pirbal (Narvhal Edizioni) e l’antologia “Frammenti di Kurdistan”, curata per Polidoro Editore. Ha scritto di letteratura, cultura e Medio Oriente per Il Mangialibri, MicroMega, il Mulino, Internazionale, Osservatorio Balcani e Caucaso e Kaleydoskop.

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