Immagini da una malattia

11/02/2026

C’è un’urgenza, nella letteratura recente, di raccontare le storie sommerse del disagio mentale. Sono i racconti di persone in cura o ex pazienti, ma sono anche i diari o i resoconti di medici, psichiatri, specialisti che ricostruiscono la loro esperienza clinica. Oltre a questi ci sono i romanzi composti dallo sguardo di chi cerca le tracce degli ex internati per riportarli alla luce. Cartella clinica di Serena Vitale è uno di questi.

Il titolo annuncia il contenuto e il dispositivo narrativo messo all’opera. Rossana Vitale, sorella maggiore dell’autrice, nel 1958 inizia a mostrare segni di sofferenza psichica, viene ricoverata in più cliniche e ospedali psichiatrici e nell’ultimo, il Santa Maria della Pietà di Roma, muore nel 1960, dopo un anno di ricovero. C’è un punto oscuro nella sua vicenda, pari a quello di tanti pazienti psichiatrici affondati nell’istituzione manicomiale pre-basagliana: tutti casi in cui le tracce sulla cura, il ricovero e le cause della morte eventuale sono rarefatte, talvolta inesistenti o rimosse.

L’urgenza di raccontare le storie sommerse del disagio mentale nell’Italia otto-novecentesca che precede la Legge 180 sulla chiusura degli ospedali psichiatrici si accompagna oggi a quella di recuperare genealogie familiari disperse. La vergogna, il disagio o il timore dello stigma, uniti alla carenza di informazioni sugli internati e di accesso ai documenti ospedalieri hanno prodotto narrazioni familiari e sociali che hanno adattato, frammentato o velato le storie personali di chi si trovava al di là del muro. È ciò che Nadia Terranova nel recente romanzo Quello che so di te, tematicamente affine, chiama la mitologia familiare, che distorce e nasconde. In un panorama di narratori inaffidabili e di notizie non più verificabili per il troppo tempo trascorso, Vitale cerca la verità su sua sorella Rossana. E per farlo si serve di due dispositivi: quello ottico delle fotografie e quello verbale e documentale della cartella clinica.

Le voci che si alternano sono molteplici, dunque: gli scritti dei medici e le trascrizioni delle parole dell’internata (che si alternano nel documento clinico), i ricordi parentali che si affiancano a quelli di Vitale nel racconto, le cinque immagini fotografiche dall’album di famiglia. Salta subito agli occhi che non siamo di fronte a un romanzo familiare di figure, in stile Lalla Romano, ma a un diverso strumento narrativo che parte, esponendolo in foto, dalla scrittura più remota, quella della cartella clinica. È un’inversione di prospettiva decisiva: la prima foto non mostra Rossana Vitale, ma ciò che il discorso medico dice di lei, quello che Michel Foucault chiama il potere psichiatrico del linguaggio dello specialista. In questo ribaltamento prospettico sta l’elemento nuovo, dirompente e polifonico di una narrazione che possiamo definire clinica e che si afferma dopo aver verificato l’incompletezza o la falsificazione della mitologia familiare, oltre all’inaffidabilità del racconto istituzionale.

La prima fotografia del libro, quella della cartella clinica, sovrappone dunque il dispositivo visuale con quello verbale: è l’immagine del documento che riporta la data di internamento e di morte, la diagnosi e le annotazioni mediche.

Seguono altre quattro fotografie, delle quali solo l’ultima è della sorella Rossana. In un’intervista radiofonica Vitale ha detto che è stata espunta dall’editore quella della macchina per l’elettroshock. Particolare di non poco conto, se si considera l’attitudine documentaria della scrittrice e slavista, che dieci anni prima pubblicava un volume sulla morte, nel 1930, di Vladimir Majakovskij – Il defunto odiava i pettegolezzi – ponendosi in fondo la medesima domanda: che cosa è successo veramente? In quel testo polifonico i verbali della polizia e dei medici legali si intrecciavano alle testimonianze di inquilini dello stabile, di fattorini, di amici e amiche. Un coro affiancato dalle fotografie del poeta e della folla presente ai suoi funerali: l’insieme dei testi verbali e visuali componeva un piccolo ma significativo repertorio testimoniale che metteva in risalto le contraddizioni e i sospetti relativi alle diverse narrazioni su quel colpo di pistola che aveva ucciso Majakovskij.

In questo romanzo il procedimento è similare: quindici capitoli dei complessivi quarantasei riportano stralci della cartella clinica che aggiungono vari materiali sensibili alle prime informazioni sintetiche (ingresso, morte, diagnosi) contenute nella pagina della prima foto. Tutto concorre alla ricerca della risposta a una domanda: come è morta Rossana? Ma anche agli altri quesiti, che interessano le vicende di numerosi internati di otto-novecento: quali sono state le cure, le condizioni di vita nel reparto, erano usate le contenzioni al letto? E quali sono state le sofferenze e le emozioni di chi viveva in manicomio?

L’inserimento di una fotografia della macchina per l’elettroshock avrebbe avuto dunque la funzione di accompagnare l’indagine che la scrittrice compie sui metodi di cura adottati per la sorella: terapia insulinica, gangliosidi, EST (elettroshock). A quest’ultima, la più invasiva, è dedicato il capitolo quindici con un breve panorama storico sull’inventore, Ugo Cerletti, e sulle prime sperimentazioni umane a partire dal 1938. Anche la pratica della lobotomia emerge nel racconto, non perché effettuata sulla paziente (non era più praticata dal 1949), ma come una delle parole che l’autrice bambina capta dai dialoghi familiari fra i nomi dei farmaci a uso psichiatrico, e su cui indaga nei libri all’epoca a disposizione in casa.

I termini medici della cura e della diagnosi sono il cardine di questa narrazione in cui l’autrice interroga i referti clinici ponendo loro una lunga serie di domande a cui sta cercando risposta da più di sessant’anni. In primis la cartella della prima fotografia, affrontata in un vero corpo a corpo testuale nel quarto capitolo. La prima evidenza è un errore nell’intestazione della cartella, «Rossana Vitale, fu Alfredo», ma – obietta l’autrice – il padre nel 1960 era ancora vivo. Nella parte sinistra inferiore dell’immagine leggiamo la Diagnosi, «Sindrome schizofrenica», e in quella destra le Annotazioni. Su queste si sofferma in particolare Vitale: la prima causa del decesso, firmata dal medico di guardia, è rettificata dallo stesso nella riga sottostante. Dalle altre pagine, di cui è trascritto il testo, apprendiamo che l’orario della morte è contraddittorio, gli aggettivi per descrivere il corpo sono inesatti. Cause reali e orario del decesso restano così sospese. L’evidenza materiale del documento storico, visualizzato nella foto, è insomma contraddetta dall’ambivalenza e dall’erroneità dei dati che contiene.

Nulla di nuovo, in fondo: la cartella clinica è quella rappresentazione della medicalizzazione della follia che i coniugi Basaglia definivano una pezza d’appoggio con cui l’istituzione psichiatrica giustificava ricoveri, cure e decessi, disegnando ritratti dei malati che rispondessero alle diagnosi. La grande novità nella nuova urgenza di racconto delle storie sommerse del disagio mentale risiede proprio nel dialogo aperto con i soggetti delle storie stesse e con gli interlocutori che li hanno raccontati. In questo caso con i soggetti delle due fotografie che aprono e chiudono il romanzo: la cartella clinica e la paziente. Vale a dire la narrazione subita e istituzionalizzata da una parte, la narrazione agita – per quanto difficilmente – dall’altra. Nello spazio intermedio fra incipit ed explicit si dispiega la ricostruzione scrupolosa di Vitale, la ricerca di indizi della malattia della sorella nella memoria delle vicende quotidiane della loro infanzia, l’assemblaggio di ricordi propri e altrui che aiutino a ricomporre il filo dell’esistenza di Rossana, fino all’ultima foto.

Fra gli indizi emerge il topos dell’ereditarietà della follia, in particolare della linea materna, che ritroviamo in scrittrici (Sibilla Aleramo, Goliarda Sapienza) o registe (Alina Marazzi), e che qui emerge in un dubbio sulla genealogia femminile che permane tutta la vita: «Dal giorno della morte di mia sorella ho chiesto a ogni medico da cui mi capitava di farmi curare – oculisti, dentisti, ginecologi, ecc. – se la pazzia fosse ereditaria. […] Non avrei avuto figli, decisi […]. E non ne ho avuti». D’altronde è il primo documento clinico – dalla Casa di Cura Villa Verde, a Lecce – a mettere in evidenza la questione ereditaria quando, in apertura del secondo capitolo, Vitale riporta quello che appare come un destino ineluttabile: «Famiglia gravemente tarata dal lato psichiatrico…».

Le cartelle cliniche riportate non dicono abbastanza o dicono falsità, ma al tempo stesso inseriscono nella narrazione familiare degli elementi disturbanti, ignoti, scorretti. Il microcosmo familiare emerge pian piano dalla voce narrante delle cartelle che scandagliano le ereditarietà, le depressioni paterne e le crisi materne, a cui Vitale affianca le sue memorie personali, del padre “strambo” o dell’esaurimento della madre. Di quest’ultima è la fotografia di classe, da bambina vezzosa, che ama mettersi in posa davanti all’obiettivo, così come dall’infanzia di Serena è tratta l’immagine durante una recita scolastica. Si compone in questo modo un esile album familiare, con inclusa la foto della Balilla nera del nonno, che racchiude il mondo brindisino di Rossana Vitale, dotata studentessa di pianoforte al conservatorio di Lecce che, rapidamente, nel corso di un paio d’anni, viene emarginata in quanto «paccia», pazza.

La narrazione collettiva della follia, origine dello stigma sociale, non risparmia la famiglia intera, scossa dalla malattia in maniera irreversibile, tale che condurrà alla separazione dei genitori e al trasferimento a Roma della madre con le figlie nel 1960, quando Rossana entra nell’Ospedale psichiatrico Santa Maria della Pietà.

Fra i segnali che anticipano la crisi del 1958, data di inizio del percorso fra cliniche e ricoveri, emerge un motivo della visualità: gli occhi. Rossana soffre di lieve strabismo e la preoccupazione di avere gli occhi «storti», «fissi» o «falsi» diventa in lei un controllo continuo nello specchio, un sintomo che viene riportato nelle anamnesi. Vitale integra anche qui le informazioni con i ricordi: sua sorella desiderava togliere gli occhi alle bambole o infilare spilli negli occhi delle fotografie che la ritraevano. Come non pensare al racconto del Mago Sabbiolino che strappa gli occhi ai bambini, il primo degli esempi che Freud estrapola da Der Sandmann di Hoffmann per illustrare il sentimento del perturbante? In Vitale il tema torna più volte nei brani dalle cartelle o nei ricordi di quando, al ritorno dalle ospedalizzazioni, i bellissimi occhi di Rossana non erano più quelli familiari ma «dilatati, senza luce». Sulla loro immagine si chiude il volume, nella foto che la ritrae in un letto d’ospedale, il corpo sotto il lenzuolo da cui emergono solo il volto e lo sguardo diretti verso l’obiettivo.

Il volume ci consegna solo due ritratti di lei: il volto e la sua descrizione medica nella cartella clinica. Due immagini complementari in cui la foto di Rossana integra e completa il processo di ribaltamento narrativo che questo romanzo porta con sé. L’operazione è tanto più evidente quando paragoniamo il suo ritratto ai volti delle donne internate che hanno iniziato a circolare nel grande pubblico a partire dagli anni Sessanta con i lavori – fra gli altri – di Carla Cerati, di Gianni Berengo Gardin, di Luciano D’Alessandro. I loro scatti, che mostravano per la prima volta la popolazione invisibile degli ospedali psichiatrici italiani, avevano una funzione sociale e politica di denuncia. Ma di quelle donne e di quegli uomini non sapevamo nulla.

Il volto di Rossana Vitale, pur abitando la stessa realtà manicomiale, si combina qui con la visualizzazione e divulgazione della sua cartella clinica e sovverte tanto la narrazione istituzionale quanto la mitologia familiare. Bisognava attendere la voce della sorella scrittrice, e il desiderio di restituirle la soggettività raccontando un’altra storia.

Serena Vitale
Cartella clinica
Sellerio, 2025
122 pp., € 13

In copertina: «Mamma è l’ultima in basso a destra e comunque la si riconoscerebbe, fra le altre scolare, per l’atteggiamento vezzoso, il sorriso accattivante, la piccola mano graziosamente posata sulla gamba (Serena Vitale)»

Marina Guglielmi

Marina Guglielmi

si occupa del rapporto tra immaginario, narrazione e disagio mentale, coordinando il progetto nazionale «Narrazione e cura. La de-istituzionalizzazione del sistema manicomiale in Italia (dal 1961 a oggi)». Su questo argomento ha pubblicato numerosi articoli, il libro «Raccontare il manicomio. La macchina narrativa di Basaglia fra parole e immagini» (Cesati 2018) e ha co-curato «Spazi chiusi. Prigioni, manicomi, confinamenti, stanze» («Between» n. 22, 2021) e «Sottratti all’invisibilità. L’immaginario del manicomio tra cinema, televisione e videogiochi» (ETS 2026). Insegna Letteratura comparata all’università di Cagliari, e co-dirige la rivista «Between».

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