Appena venticinque anni, ma brucianti. Sono quelli che dividono fra loro, dal ’43 al ’68, i due muri fra i quali s’iscrive una delle vicende più esemplari del secolo. Su quello scrostato del carcere di Regina Coeli, dove viene torturato dai fascisti che lo hanno catturato mentre diciottenne preparava un attentato agli occupanti nazisti, e dove ora attende la fine che segnerà per lui il trasferimento a Mauthausen (per suo disdoro lo salverà la madre, nobildonna asburgica amica di Hermann Göring), iscrive il suo nome graffiandolo sui mattoni della cella: «NOVELLI».

Sul telaio del suo quadro più baldanzosamente rivoluzionario, che si preparava a esporre alla Biennale di Venezia, dalla quale però, sdegnato dai pestaggi dei celerini, ha deciso di ritirarsi capovolgendo le tele al muro, scrive a lettere molto più vistose, ma con lo stesso senso di cocciuta resistenza corporale, la frase che sente scandire dai manifestanti fuori dal palazzo: «LA BIENNALE È FASCISTA». Di lì a poco si trasferisce a Milano, dove fa in tempo a prendere parte a un’ultima protesta alla Triennale; ma muore ad appena 43 anni, il 22 dicembre di quel ’68, vittima di un collasso post-operatorio.

Il centenario di Gastone Novelli, grazie all’attivismo discreto quanto instancabile dell’Archivio curato da suo figlio Ivan, ha fruttato bene. Dopo la mostra e il convegno tenutisi la scorsa estate al MAC dell’Università di São Paulo, a cura di Ana Magalhães e Marco Rinaldi (in ricordo dei ben sei anni passati dall’artista in Brasile, fra il ’48 e il ’55), che hanno documentato i suoi esordi e gli incontri decisivi con Paul Klee (cui la Biennale brasiliana dedicò una retrospettiva nel ’53) e la vulcanica energia del demiurgo Emilio Villa (che scriverà di lui e lo farà esporre al suo ritorno a Roma), è ora la volta della grande mostra a Ca’ Pesaro, la più importante da quella dedicatagli dal MART nel ’99 (sessanta opere dall’allestimento esemplare, ben distribuite nelle otto sale al piano nobile magnificamente illuminato), e del volume dedicatogli, il quattordicesimo della serie, dagli «A-Z» di Electa (al quale ho avuto il piacere di contribuire anch’io): che indaga un po’ su tutti gli aspetti, biografici tecnici e ideologici, del Novelli “italiano” (ma diciamo pure europeo: saldamente connesso qual era alle estreme propaggini surrealiste, come documentano in catalogo Rinaldi e Lara Conte, e in contatto coi maggiori scrittori del suo tempo – da Bataille a Klossowski, da Beckett a Claude Simon).
Venezia, dunque. Novelli ha avuto in sorte di partecipare alle due Biennali più movimentate della storia: quella del ’64 (dieci lavori, dei quali sei presenti a Ca’ Pesaro), che vide il trionfo fra le polemiche della Pop Art americana, e quella «del dissenso», già evocata, del ’68 (dall’assise cinematografica, a giugno, i carabinieri preoccupatissimi avevano dovuto trasportare via a braccia uno strepitante Cesare Zavattini, che capeggiava la rivolta insieme a Pasolini; di quei quattordici lavori, compreso il murale Per navigare più oltre oggi disperso, a Ca’ Pesaro ne sono presenti nove, compreso quello rovesciato dall’autore contro il muro, Lutte, échec, nouvelle lutte).

Le ultime tele, di proporzioni gigantesche, parcellizzano il colore – del quale Novelli è sempre stato parsimonioso – in minime taches luccicanti: le si paragona ai da-tze-bao cinesi ma le parole di fuoco che le intitolano (L’Oriente risplende di rosso, Un omaggio a Che, Per una rivoluzione permanente, Caro Vietnam, Guerra alla guerra) corrispondono a immagini laconiche, eleganti come sempre ma ora solenni e quasi incombenti, perfettamente svuotate di forme e d’azione. È un po’ quello che farà di lì a poco Vincenzo Agnetti col suo «teatro statico»: comizi pseudo-politici nei quali pronuncia enfatico quelle che si rivelano, all’ascolto, semplici serie numeriche. Ma manca a Novelli il desengaño dei suoi compagni post-sessantottini: per il semplice motivo che insieme al Sessantotto muore anche lui (vent’anni dopo, poco prima di andarsene a sua volta, ricorderà l’amicissimo Giorgio Manganelli la notizia datagli al telefono da Alfredo Giuliani: «Hai capito? Non lo vedremo più»). Quelli che sono forse i suoi ultimi quadri, steli grandiose punteggiate di colori primari, hanno titoli eloquenti: Cancello per sempre la parola e Mais si vous voulez pourrir en paix (una citazione dal Molloy di Beckett). Ovviamente non è dato sapere cosa avrebbe pensato di fare, Novelli, se fosse sopravvissuto a quel tornante.

A Venezia, sempre inquieto, s’è trasferito l’anno prima: prende studio alla Casa dei Tre Oci, alla Giudecca, ma il vero centro delle operazioni è il mitico ristorante dell’Angelo gestito dall’amico Vittorio Carrain, depositario delle sue confidenze più intime. A lui dedica il suo quadro più enigmatico, che finalmente si può vedere a Ca’ Pesaro (dove resterà), Allunga il passo amico mio: dopo una prima “casella” che riprende i modi “fumettistici” sperimentati quell’anno con l’umoroso I viaggi di Brek, la tela si prolunga in una formidabile “carrellata” di cinque metri, di nuovo svuotata di figure: «quasi un orizzonte lagunare», scrive in catalogo la sempre impeccabile Paola Bonani, dove i segni discreti che lo punteggiano sarebbero le «bricole» e le «paline» del caso.

Ma si può intenderla anche come la strip d’un fumetto cancellato, astratto e potenziale (un “de-fumetto”, dunque, alla stregua delle «denarrazioni» d’avanguardia che promuoveva allora Vanni Scheiwiller), dal quale la figura pelosa del manganelliano mostriciattolo Brek è stata minuziosamente abrasa (a me ricorda l’altrettanto enigmatico Il mondo non mi vuole più e non lo sa, l’unico disegno “astratto” del Pasolini che detestava ogni astrazione: una foto nell’inserto iconografico dell’A-Z lo mostra sorridente a una vernice di Novelli alla galleria dell’Oca, in compagnia di una fulgida Luisa Laureati).

Comunque li si voglia interpretare, quelli di Novelli sono «muri di sogno» (così li definì Albino Galvano, recuperato dall’altra curatrice Elisabetta Barisoni). Su queste superfici scabre, a partire dal ’57, si depositano grumi di lettere, embrioni di immagini, frammenti di citazioni. All’inizio Novelli applica sulla tela ritagli di giornale, come in Per ricordare la vita e in Monumento alla cronaca: più che alla tradizione cubista viene da pensare al primissimo (e coevo) Andy Warhol. Ma presto quei brandelli di parole Novelli prende a compitarli direttamente sulla tela, graffiandola in stato di semitrance, fra lapsus e pun (un suo libro d’artista s’intitola Scritto sul muro: e Simon indovina che il «muro» è sempre quello di Regina Coeli). È il tempo dei primi capolavori, come il clamoroso Nascondersi vale la pena. Titoli evocativi, tratti da fonti letterarie che Novelli, a differenza per esempio del più rapinoso Schifano di quegli anni, approfondisce macerandole. Quei muri sono «luoghi imprecisati», per dirla con Manganelli, dai quali sono sempre in procinto di emergere figure ancora invisibili (Zona inesplorata s’intitola una scultura del ’64).
Non è più il bianco musicale dei silenzi di Mallarmé e Kandinskij bensì il blank, il terebrante «colore della mente» di cui molto più avanti parlerà Italo Calvino: il grigio di Paul Klee o il bianco di Cy Twombly, certo, sporcato di segni imprecisi e magari sconci, dove agisce una grammatica oniroide e semiconscia. La cremosità sensuale delle superfici (ben oltre la vinavilizzazione del mondo di Piero Manzoni), come nell’Era glaciale del ’58, ridà vita alla secchezza tragica del totem più ingombrante, ovviamente quello di Burri. La trasparenza pulverulenta e sognante di Klee, la sostanza più sottile che vela le sue tele, diventa la strada maestra e non solo per Novelli.

Archivio Novelli, Roma, in donazione al Comune di Venezia per le collezioni di Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna
La sua scrittura, o la sua «scrizione» come preferiva chiamava Roland Barthes, a differenza che in quel sublime nipotino di Mallarmé che era Twombly, non si trincera nel codice cifrato. Invita a leggerla, o a tentare di farlo; attira lo spettatore nel quadro, lo cattura a compitare le frasi, sbocconcellate ma appunto semileggibili, che sono iscritte sulle tele. Come chi le ha vergate, siamo tutti ridotti a bambini che apprendono il linguaggio in quel preciso momento, o a “primitivi” di fronte a qualcosa che non capiscono, ma che sanno di dover interrogare – come gli ominidi all’inizio del 2001 di Kubrick, apparso giusto nel ’68.
Quella dell’eros è la sfera che splende sempre più dominante, e impregna di sé tutta la natura («natura», allora, anche nel senso di Lucio Fontana). I seni alludono (oltre che al Duchamp beffardo di Prière de toucher) alle montagne almeno quanto le montagne, onnipresenti, alludono ai seni; e non c’è bisogno di dire cosa siano gli «onfali» che scolpisce Novelli. In un taccuino dei primi anni Sessanta, non riportato nel Viaggio in Grecia del ’66, si legge: «di là dalla morale pagana, o da quella giudeo-cattolica, o marxista, l’amore potrà realizzarsi in una forma di sperimentalità continua e totale […]. L’amore è un rapporto erotico-fantastico fra due persone e, quindi, ve lo propongo come religione».

La sperimentalità continua e totale si colora poi sempre più, s’è visto, di passione politica. Ma quel titolo ominoso, Lutte, échec, nouvelle lutte (dal Libretto rosso di Mao), rinvia anche alle mitologie dell’origine che Novelli insegue sin da quando cercava diamanti nel Mato Grosso. Il «piacere del principio», di cui parlerà Zanzotto, è la ricerca instancabile della matrice corporea del linguaggio, il fiato comune che ci connette alla specie, il nostro inesauribile co-spirare. Come nell’ultimo, struggente P.T. Anderson di Una battaglia dopo l’altra: non si perde mai davvero, non più di quanto certo si possa pensare di vincere, certo: perché ad attenderci ci sarà sempre una nuova lotta. Allunga il passo, amico mio.

Collezione privata
Gastone Novelli (1925-1968)
a cura di Elisabetta Barisoni e Paola Bonani
Venezia, Ca’ Pesaro
dal 15 novembre 2025 al 1 marzo 2026
catalogo Electa, 158 pp. ill. col., € 32
Novelli A-Z
a cura di Paola Bonani
Electa, 2025
289 pp. ill. col., € 35
Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera»
In copertina: Gastone Novelli, Barcelona (Omaggio a Germano Lombardi), 1964, tecnica mista su tela. Collezione privata
