Il cronista dell’Apocalisse, Mike Davis

17.11.2025

Si può essere, al contempo, un operaio e un profeta? Un militante comunista e un pensatore escatologico? L’enigma di Mike Davis (10 marzo 1946 – 25 ottobre 2022) risiede in questa radicale apparente contraddizione; contraddizione, antinomia, che il pensatore statunitense non ha mai cercato di risolvere, ma ha saputo sviscerare e interrogare fino in fondo. La sua non è una biografia lineare, ma una deviazione ostinata: un reiterato andirivieni tra il mito del progresso e la realtà della rovina; tra l’incubo del presente e il sogno di una cosa.

Dopo un breve passaggio al Reed College e l’organizzazione di proteste contro la guerra, la vera formazione di Davis è quella di un attivista politico, che lo porta ad aderire al Partito Comunista nel 1968 a Los Angeles. Davis conosce la metropoli a partire dai luoghi che i “teorici-turisti” non frequentano — la sua, è la città dei camionisti, della working class. Ed è proprio questa immersione nel tessuto vivo e sofferente della classe operaia e del subproletariato che fornisce il prisma attraverso cui egli leggerà il destino delle città. Il suo sapere nasce, letteralmente, dalla strada.

Questa postura di estraneità intrinseca gli permette di guardare la metropoli non come un testo da decifrare, ma come un organismo vivente e violento. Il suo discorso sorge da un punto di vista determinato, materialmente consistente e, di conseguenza, è punto di vista di parte, parziale, partigiano. Ma ciò che davvero eleva e rende unica la sua analisi è lo stile: la sua argomentazione — che è, poi, sempre anche una narrazione — non procede per aride sequenze logiche, ma per squarci e illuminazioni che generano visioni impreviste e imprevedibili. Il suo è un pensiero che si fa immagine, una narrazione che usa la città stessa come sintomo apocalittico. La prima avvisaglia di questa scrizione politica è racchiusa in Prisoners of the American Dream, pubblicato negli anni Ottanta.

Ma è al suo ritorno in California che la sua visione si cristallizza nel capolavoro City of Quartz: Excavating the Future in Los Angeles del 1992. L’opera squarcia l’illusione solare, rivelando una metropoli assediata e una fortezza di segregazione. Davis mostra come Los Angeles non sia solo la sfavillante capitale del cinema, ma il tetro laboratorio del futuro neoliberale, il luogo in cui l’utopia borghese si è rovesciata nel suo incubo più lucido. L’architettura stessa, i muri invisibili delle gated communities, le panchine disegnate per respingere diviengono l’espressione di un potere che si ritira dallo spazio pubblico per militarizzare la paura. La dimensione urbana, nel racconto di Davis, diviene una ferita aperta, la cui vera realtà si manifestata drammaticamente con i disordini di Los Angeles del 1992 – evento che, a molti, sembrò una conferma immediata e violenta della profezia davisiana.

Proprio a partire dall’osservazione della California, Davis individua l’architettura ostile (hostile architecture) non come un accidente estetico, ma come la cristallizzazione spaziale della lotta di classe e l’espressione più sincera della paura dei privilegiati. La metropoli contemporanea – sorta di inveramento dei romanzi ballardiani – non è un luogo di integrazione, ma una fortezza che si chiude e si difende dai suoi stessi abitanti attraverso mura invisibili e design punitivo: ogni elemento è un geroglifico che decifra il panico del capitale di fronte alla possibilità che la miseria diventi troppo visibile. Architettura e urbanistica come mascheramento della materiale presenza (e violenza) degli esclusi. Filtro atto a celare la contrapposizione tra una narrazione disincarnata e spettacolare (non dimentichiamo che la medesima West Coast è anche il luogo della nascente web society & economy) e una realtà disturbante proprio perché ineliminabile, incensurabile, insopprimibile. L’architettura come spazializzazione della passività aggressiva delle classi dominanti: una forma di difesa che, aggredendo, colpisce ed emargina. Il panico di fronte alla miseria e la rimozione del fallimento sistemico sono i veri fondamenti progettuali della città contemporanea: esclusione ed emarginazione i loro effetti. In questo scenario, Davis assume le sembianze del cronista che si fa profeta: profeta di un disastro e di una terra promessa.

La vera peculiarità di Mike Davis non risiede, infatti, tanto nell’aver svolto il ruolo di analista quanto nell’essere stato un cronista profetico. Non si è limitato a registrare gli eventi del passato e del presente — compito del mero storico o del giornalista — ma ha saputo riconoscere nei fatti apparentemente slegati i sintomi ineluttabili di un destino in corso di dispiegamento. Un cronista, dunque, ma del tutto particolare. La cronaca, tradizionalmente, si occupa del tempo lineare, mentre Davis opera nel tempo della rivelazione, dove ogni evento non è un incidente, ma il tassello, il kairós, di una catena causale che conduce al collasso. Egli raccoglie i dati della crisi, della segregazione e della violenza (la cruda cronaca) e li trasforma in un giudizio senza appello, un giudizio universale. La profezia, in Davis, non è un dono mistico, ma una logica sociologica estrema: una volta che le condizioni di ingiustizia sono state stabilite e militarizzate dal capitale, l’esplosione sociale o ecologica non è una possibilità, ma una certezza statistica. Il cronista si fa profeta nel momento in cui la realtà che descrive è talmente votata all’autodistruzione da non lasciare altra via d’uscita se non l’apocalisse.

Il riconoscimento del suo “genio” giunge con la MacArthur Fellowship nel 1998, ma la sua critica, nonostante la fama ormai internazionale, non si ammorbidisce. Negli anni seguenti alle analisi delle Città di quarzo, la sua indagine si fa, infatti, ancora più drammatica e universale. Con Ecology of Fear: Los Angeles and the Imagination of Disaster del 1999, Davis lega indissolubilmente il disastro ambientale (terremoti, incendi) a quello sociale, descrivendo i modi in cui la paranoia, l’accadimento disastroso ossessivamente paventato diventa lo strumento di controllo della classe dominante.

Del 2002 è Città morte: Storie dal sottosuolo metropolitano, che DeriveApprodi ripropone in una nuova curata edizione italiana. Il libro chiude idealmente la trilogia urbana avviata con City of Quartz e Ecology of Fear. Si tratta di un testo imponente e tempestoso, una raccolta di saggi che allargano lo sguardo dalla California al mondo intero, tracciando connessioni nella distanza e leggendo gli schemi che sfuggono all’osservazione ravvicinata.

Emblematica di questa metodologia spiroidale è l’analisi svolta in “Le fiamme di New York”, dove Davis, all’indomani dell’11 settembre, mostra come la catastrofe non sia un’intrusione inattesa in una realtà altrimenti statica, ma l’inevitabile ritorno del rimosso. “Più improbabile è l’evento, più familiare è l’immagine”, da cui il sentimento inquietante, perturbante, di una realtà contaminata dalla fantasia o, meglio, di un reale che – frutto di un montaggio di orrori prefabbricati dall’immaginario hollywoodiano – si autoavvera. La città – set di un film già visto ma non metabolizzato e accecata dall’illusione di essere esente, a differenza della narrazione spettacolare che la abita, dal lato negativo della storia – si rivela un facile bersaglio. Davis evoca le premonizioni di H.G. Wells e di Federico García Lorca — quest’ultimo descriveva il “silenzio spietato del denaro” e la sensazione della “vera morte” a Wall Street — per sostenere che la fantascienza è ormai diventata realtà. Il “quartiere murato ‘Fine della storia’ si è rivelato essere a una sola fermata di metropolitana da La guerra dei mondi“.

illustrazione tratta da: Louis Grandville, Un autre monde, 1843

L’orrore del presente risulta, a partire da questa prospettiva finzional-materialistica, essere sempre stato annunciato da visioni che non si configuravano come allegorie, quanto come descrizioni iper-reali del sistema. Si pensi, come fa notare Davis, alle incisioni di Grandville per Un autre monde, dove la satira grottesca delle classi e della modernità pre-capitalista sembra configurarsi come l’anticipazione della saturazione distopica e del tracollo ecologico della Las Vegas degli anni ’90. Ma Davis, a differenza di Grandville, non ha bisogno di metafore per descrivere l’inferno; gli basta raccontare la realtà. Come quando, in un pezzo di bravura di cronaca nera, descrive i cadaveri di animali in decomposizione nelle fosse comuni nei pressi degli hot spot al plutonio del Nevada, un paesaggio alla Bosch, immortalato dalle straordinarie fotografie di Richard Misrach. In queste immagini, dove la tossicità militare si fonde con la morte, Misrach non ritrae solo il decadimento di un mondo, ma rivela un disastro ambientale non dichiarato che trasforma il Nevada in un vero e proprio paesaggio dell’agonia di una civiltà.

Richard Misrach, Bomb Crater and Destroyed Convoy, Bravo 20 Bombing Range, Nevada, from the series Desert Cantos V- The War, 1986 (printed 2006). Credits: The Art Institute of Chicago, Photography Gala Endowment © Richard Misrach

L’apocalisse, per Davis, si fa così immagine profetica, rivelazione. La sua funzione è quella di sollevare il velo sull’ipocrisia del discorso dominante. La sua è una contro-visione in opposizione al fantasmagorico e patinato racconto che la società spettacolare fa di se stessa. È qui che il suo pensiero si connette per prossimità argomentativa a film come They Live di John Carpenter, dove l’ordinario nasconde una cospirazione di dominio che può essere vista solo da chi accetta di mettere gli occhiali della critica radicale. Allo stesso modo, Davis usa l’ecologia della paura per dimostrare che i disastri naturali (frane, incendi) e i disastri sociali (il pestaggio di Rodney King) sono “evitabili, non naturali”. Solo persistendo nelle tracce, nei solchi se non nei crateri del presente, solo stendendo una cronaca dell’oggi e del recente passato che tenga conto della sua miseria si può aprire il tempo alla dismisura del suo avvenire. Quello di Davis è davvero un materialismo storico capace, secondo l’indicazione benjaminiana, di spazzolare la storia a contropelo. La scrittura di Davis è spesso visionaria perché si ancora, saldamente, alla realtà materiale, alla presenza nascosta dei marginali, degli ultimi, senza idealizzarli, né ideologizzarli. Semplicemente, Davis dà loro realtà, torna a farli essere presenze reali in una città che li vorrebbe invisibili.

John Carpenter, They Live, 1988

L’indagine di Davis non si limita a una critica astratta e ideologica della metropoli fortificata, ma scende nel “sottosuolo metropolitano”, quello immortalato da Camilo José Vergara nel suo The new American ghetto. Davis documenta le macerie lasciate dal blitz selvaggio del disinvestimento e della “benigna negligenza” federale (ma anche del complice disinteresse del Partito Democratico), causa della distruzione delle vecchie case del Midwest. In questo sforzo da testimone e ultimo uomo dell’America derelitta, l’opera di Davis trova eco in tanta arte americana di documentazione visiva della rovina, come nei “murales” di Catherine Opie: iscrizioni urbane che lasciano traccia della stratificazione del conflitto e della resistenza della storia sullo sfondo di un modernismo fallito.

Catherine Opie, murale di Stosh Fila (noto anche come Pig Pen), 2016 © Catherine Opie. Per gentile concessione di Regen Projects, Los Angeles e Lehmann Maupin, New York e Hong Kong.

Nonostante la sua analisi sia febbrile, impietosa, se non brutale, Davis non abbandona il progetto di liberazione. Egli, come dimostrano tutti i saggi degli ultimi anni, continua a manifestare speranza anche fin verso la fine della sua vita. La lettura dei suoi ultimi libri è un invito a non lasciarsi accecare dall’orrore ma a guardare con altri occhi il mondo. Si tratta di epiloghi ma anche di punti di partenza eccellenti per prepararsi a un evento annunciato e, per molti versi, incomprensibile. Quell’evento che il messia dei nativi, Wovoka – evocato da Davis proprio in le Città morte – aveva descritto come inseparabile connubio di apocalisse e resurrezione: fine di un mondo, il mondo dello sfruttamento e del furto della vita, e al contempo momento della rinascita e del rinnovamento. Occorre sprofondare al fondo dell’abisso per fuoriuscirne. Sarà, infatti, solo passando “attraverso questo buco nero che l’Occidente sparirà nella singolarità della catastrofe, solo per riaffiorare dall’altra parte” (ovviamente, ammesso che “un’altra parte”, un Otherside vi sia). L’opera di Davis, letta retrospettivamente, è forse la tempesta, il turbine, la folgore apocalittica di cui abbiamo bisogno, non per piangere la fine, ma per accendere il fuoco capace di risvegliare la coscienza di un popolo a venire.

Fedele a questo principio-speranza conficcato al fondo della catastrofe, fino all’ultimo, Davis ha mantenuto la sua postura di instancabile (e formidabile) narratore, lavorando a libri come Planet of Slums (2006) e The Monster Enters: COVID-19, Avian Flu, and the Plagues of Capitalism (scritto in piena pandemia). La sua morte, avvenuta a 76 anni a San Diego il 25 ottobre 2022 dopo una lunga malattia, non ha spento la luce critica che egli ha saputo proiettare sull’urbanistica globale e, più in generale, sul senso del vivere comune. La sua eredità risiede in questa postura etica: l’invito a non distogliere lo sguardo, a restare ancorati al cuore della realtà, esplorando l’abisso contemporaneo con le argomentazioni e le azioni della politica senza mai rinunciare a quelle visioni profetiche che sole possono illuminare il cielo dei viventi.

Mike Davis
Città morte. Storie dal sottosuolo metropolitano
a cura di Chiara Luce Braccia
prefazioni di Giovanni Semi e Rebecca Solnit
DeriveApprodi, 2025, 432 pp., 25 €

Federico Ferrari

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto” (Johan & Levi, 2013; 2024), “L’anarca” (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Visioni” (Lanfranchi, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023), “Ritratti” (Sossella, 2025), “Nicola Samorì, sulla soglia del tempo” (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, “La pelle delle immagini” (Bollati Boringhieri, 2003) e “Estasi” (Sossella, 2022).

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