Animal House

18/07/2025

Con un titolo stringato ma tutt’altro che generico, Carla Subrizi presenta nella sede monteverdina della Fondazione Baruchello un gruppo di opere (installazioni, tele, disegni, teatrini luminosi) eseguite in poco meno di un decennio da Felice Cimatti, filosofo romano, intrecciando la costruzione di questi dispositivi estetici a una pratica intellettuale incentrata sull’animalità, espressa in numerosi saggi e occasioni editoriali specialistiche (fra i quali Filosofia dell’animalità, 2013, o Il postanimale. La natura dopo l’Antropocene, 2022) – ma anche in un romanzo giallo, Senza colpa (2010), dove uno sciame di api è audace protagonista del ben congegnato e risolutivo colpo di scena. Da questo rapporto ineludibile e a stretto giro fra la scrivania dello studioso (peraltro messa in mostra come fosse un’installazione essa stessa) e le opere esposte, tutte attraversate da animali, deriva il titolo collettivo di Studi per le creazioni presentate.

Lavorando da sempre sul linguaggio, indagandone le origini, insegnandone le ragioni, divulgandone i meccanismi, all’Università, alla radio, Cimatti è al contempo un operatore molto consapevole di segni e di segnali e un artista laconico. Sebbene l’osmosi tra le sue riflessioni sul ruolo degli animali nella nostra vita, nel nostro modo di pensare, articolare il mondo, e le sue opere sia subito comprensibile all’osservatore, anche quando tutt’altro che specialista, credo che il filosofo della mente, rinomato cattedratico, e voce rispettata della filosofia contemporanea, conosca l’angoscia di non essere preso sul serio. Teme – è sempre una mia illazione – che questa sua attività venga registrata tutt’al più come un violon d’Ingres: la pratica di un’arte come piacere massimo per una persona che ne padroneggia meglio un’altra, e per professione.

Bene, desidero rincuorare Cimatti. Almeno in queste sale, il discorso del filosofo si intreccia saldo con quello dell’artista ma la dimensione estetica, fatta di materialità, di manipolazioni sul ready made, di gesti selettivi sulla superficie delle cose, prende qui il sopravvento, sicura, autonoma, indipendente. Gli oggetti modesti, postindustriali, da collocarsi in fondo alla catena di produzione, fatti in larga parte di un materiale oggi repulsivo come la plastica, manipolati da Cimatti con lo smalto, le colle, le vernici, quegli stessi oggetti assemblati, manomessi, spenti e rivitalizzati, sollecitano nello sguardo del pubblico fughe verso il fiabesco, riverberano utopie negative, stimolano fantasmagorie, dando accesso a spazi propri del sogno e dell’immaginazione.

Da sempre Felice Cimatti disegna. Si badi bene, è figlio d’arte. Sua madre è stata una maestra delle tecniche dell’incisione: bulino, acquaforte, punta secca, tecniche miste, suo padre un poeta. Le forme della rappresentazione visiva del pensiero sono lessico familiare per lui. Ma il disegno sembra essere per Cimatti una scrittura automatica necessaria, una pratica quotidiana. Convoglia in linee ordinate l’irrequietezza della sua mente assai mobile. Ho già scritto in passato delle complicate volute che il filosofo registra nelle sue carte, geroglifici da compasso fatti a mano; sono questi dei complessi puzzle visivi, geometrie a volte anamorfiche, a volte a scacchiera, come sciami di storni geometricamente disposti, i quali, eseguiti con penna a punta finissima, riempiono innumerevoli pagine e pagine, fogli e fogli. Se non si tengono a mente i suoi disegni, e la vis accumulatoria che li contraddistingue, non si capisce bene ciò che questo artista fa, né tanto meno l’urgenza che lo spinge a fare.

Felice Cimatti, Storni, 2011-2025, chine su carta, fotografia di Alessia Calzecchi

Ma veniamo alle installazioni e agli animali che ne sono protagonisti assoluti. Tutto comincia, ormai molti anni fa, con Cimatti che raccoglie compulsivamente animaletti giocattolo di plastica sui banchi di mercatini di Roma, della Calabria e di dovunque si trovi. È così che si trova a possederne quantità industriali, realizzate da ogni manifattura, in tanti colori e formati. Invadono gli spazi di casa. Comincia a usarne per comporre oggetti semplici, quadri, piccole e grandi macchine portatili. In principio, li colloca, selezionandone con cura la specie, accanto a immagini di filosofi riproduzioni di ritratti, stampe da quattro soldi, fotografie, ritagli. Le combinazioni gli sono suggerite da più elementi: da una mescolanza di affinità fisiognomiche, teoriche, caratteriali che egli individua tra uomo e animale, potremmo arguire. È un gioco, certamente, ma un gioco serioso, quello in cui Wittgenstein è accostato a una giraffa, Cartesio a una mucca, Spinoza a un elefante, Hegel a una pecora, Deleuze a un lupo. L’effetto è buffo ma poi, a ben guardare, nemmeno troppo. L’uomo, anche quando considerato saggio per professione, intelligente per default, come conviene ai filosofi, viene ridotto ai minimi termini nel confronto serrato con la bestia che gli assomiglia. L’animale è molto di più che un attributo per il filosofo al quale è abbinato, diventa definitorio. 

Da questa serie di lavori prende piede, poco dopo, una nuova linea di oggetti, in cui Cimatti si diverte a manipolare altre icone della cultura e della religione, mettendo in scena entro spaziose cornici invasioni di animali in plastica.  Il tradizionale presepe si svuota dei suoi evangelici protagonisti umani per diventare solo animale. Insomma, il gioco viene esteso, verificato, manomesso nei molti modi possibili, suggerendo spaesamenti, superamenti dei limiti fra umano e animale, conducendo a paradossi visivi e verbali. Nondimeno, sotto l’apparenza di semplicità del messaggio e del materiale, alcune di queste scatole suscitano emozioni molto forti. I teatrini di Cimatti, le sue scatole luminose traboccanti di creaturine, sono toccanti, commoventi, ma anche indigeribili come certe borse di plastica ricolme di cose riciclate di proprietà dell’homeless incontrato all’incrocio, soprattutto quando rivelano più nettamente il contrasto tra l’oggetto che artigianalmente rappresenta l’immagine di culto e la rozzezza dell’inserto in plastica.

In questa mostra sono poi esposte opere che derivano da un’ulteriore linea di ricerca. La campionatura di animali in plastica abita le più tipiche astrazioni grafiche dello spazio e la loro visualizzazione più concreta e al contempo simbolica: le mappe geografiche.  All’inizio l’artista utilizzava come fondale per le sue epifanie le cartine su cui si studiava fino agli anni ’80 la geografia fisica o politica, di cartone ma anche di plastica modellata a rilievo. Le comprava e le utilizzava per come erano, in sequenze di ready made. Vi ci faceva camminare sopra folle di alcuni degli animali più odiosi: cimici, insetti, mosche, topi. L’effetto alla prima era pop. Ma nel corso degli ultimi anni – e quelle esposte sono le più recenti – le geografie d’animali sono diventate più pittoriche, robuste nelle forme e nei contenuti. Le carte geografiche, con i loro rilievi, tracciati e confini, sono diventate semplici fondali trasfigurati da uno smalto bianco spesso e lucente, sovrapposto in molte mani, o scure come la pece. Gli animali che le popolano, ridotti a simboli fastidiosi, imbarazzanti, sono topi o cimici, sono anch’essi svuotati della loro materialità. All’iconografia si sostituisce la pittura, con le sue qualità estranianti e di poesia.   

Felice Cimatti, Studio, 2025, mappa tridimensionale, animali giocattolo, colla, segatura, smalto bianco, fotografia di Alessia Calzecchi

Viste all’interno degli spazi ‘White Cube’ (pareti e soffitti bianchi, luce elettrica) della Fondazione Baruchello, come sarebbe in molte altre gallerie d’arte contemporanea, le opere di Felice Cimatti si raffreddano molto. La virata verso l’astrazione cui il biancheggiare degli ambienti della sede monteverdina della Fondazione naturalmente spinge, l’allestimento che isola i pezzi ritenuti più significativi e aggrega ordinatamente gli altri per farne gruppi, permettono al visitatore di apprezzare l’immagine esterna cui Cimatti è pervenuto, smorzando un poco la materialità degli insiemi. Non però quando la materialità è espansiva essa stessa, e invade il quotidiano, come succede nella parete di ferro conquistata dagli animali, una latta lasciata per strada e recuperata. Qui la ruggine, potente, continua ad agire sulla materia, sgretolandola, mentre gli animali di plastica fortissimi e fieri conquistano la vetta, intonsi.

Felice Cimatti, Studio, 2015, latta arrugginita, animali giocattolo, vernice ferrosa, fotografia di Rita Colosimo

Felice Cimatti. Studi
a cura di Carla Subrizi
Roma, Fondazione Baruchello
fino al 1 agosto 2025

Giovanna Capitelli

Giovanna Capitelli

(Roma, 1967) è professoressa di Museologia e Storia della critica d’arte all’Università Roma Tre. Storica dell’arte, studia da anni la Roma cosmopolita degli artisti tra Seicento e Ottocento, ma adora aprire cartelle nuove sul suo computer e accumulare pile di libri e saggi da leggere sulle sue scrivanie reali e digitali. Al momento conduce ricerche sui pubblici dei primi musei pubblici, sull’Italia fiamminga, sugli scambi artistici tra Malta e Roma nel XIX secolo e sta lavorando, rigorosamente in gruppo, a una nuova edizione commentata delle “Vite” di Nicola Pio.

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