‘Sogno una scrittura bianca’. Appunti su Édouard Levé

16/07/2025

De la vaporisation et de la centralisation du Moi. Tout est là
Charles Baudelaire

Edouard Levé si è suicidato nell’ottobre del 2007. È stato fotografo, artista visivo, scrittore. La rottura dei confini tra le arti si consuma in Levé non attraverso la creazione di opere esplicitamente miste ma nella reciprocità dei principi estetici che informano i sia lavori fotografici che quelli letterari. In Autoritratto, da poco tradotto in italiano per Quodlibet ma uscito in Francia ormai vent’anni fa (P.O.L., 2005), il discorso, dell’io e sull’io, è organizzato come una raccolta di frammenti disobbedienti tanto a logiche di natura temporale quanto spaziale. Non più assemblaggio di rubriche tematiche (à la Leiris), né enciclopedia né abecedario del sé (à la Barthes), piuttosto un susseguirsi asindetico di periodi brevi e asciutti che, senza alcuna soluzione di continuità, saturano lo spazio della pagina coesistendo entro un presente indicativo dilatato ove l’assenza di marche e di vuoti tipografici produce una vertigine cumulativa, un apparente disorientamento dello sguardo vedente-leggente, corrispettivo di una memoria che s’immagina «strutturata come una sfera stroboscopica» (p. 103), epigona dell’aleph borgesiano. Ma l’estetica della simultaneità e della frammentazione annettono l’operazione del fotografo-scrittore francese, oltre che al genere dell’autoritratto figurativo, anche a quella anomala tradizione di scritture intime che, sotto l’auspicio del Poe dei Marginalia, trova un primo compimento nelle schegge diaristiche  raccolte nel baudelairiano Mon cœur mis à nu, il cui incipit, programmaticamente, recita: «(Je peux commencer Mon coeur mis à nu n’importe où, n’importe comment, et le continuer au jour le jour, suivant l’inspiration du jour et de la circonstance, pourvu que l’inspiration soit vive)»

Autoritratto nasce da un viaggio in America durante il quale l’autore di giorno realizza le foto che confluiranno nel volume Amérique (Leo Scheer, 2006) e di notte scrive. Concrescenza genetica dunque, ma nessuna giustapposizione tra immagine e scrittura sul medesimo supporto. In Amérique le fotografie, non impaginate e prive di didascalie o di altri riferimenti testuali (presenti in forma di lista soltanto alla fine dell’opera), ritraggono alcune anonime località statunitensi la cui peculiarità è quella di portare i nomi di altre città note del mondo (Firenze, Berlino, Oxford, Versailles, Baghdad, etc.). Si tratta di una costruzione retorica allestita secondo i principii, cari all’autore, dell’elencazione e dell’omonimia, strumenti attraverso i quali Levé mette in dubbio e decostruisce, muovendosi tra ironia e apatia, il (dis-)funzionamento dei meccanismi identitari e della relazione tra il nome proprio che designa e la cosa designata, come già sperimentato nella serie Portrais d’Homonymes (1997), una successione di ritratti fotografici di individui ignoti con nomi di personaggi celebri. Un tema non occasionale quindi, e anzi  ricorsivo, che in Autoritratto trova nuova formulazione in riferimento – stavolta – all’identità del suo stesso autore, investendo tanto la dimensione nominale quanto quella fisiognomica: «Il mio nome e il mio cognome non significano niente per me. Se mi guardo allo specchio a lungo a un certo punto il mio viso perde di significato» (p. 25). E difatti il testo reca l’evidente paradosso di un io che è soggetto e oggetto assoluto del proprio discorso ma che mira – o fa mostra di voler mirare – alla propria sparizione, oscillando entro i poli di un gioco aporetico che si farà irrevocabile solo con la morte reale dell’autore (reale), ambiguamente anticipata nelle pagine biografiche di Suicide (P.O.L., 2007).

Una specie di transustanziazione dell’io in scrittura è quanto si verifica tra le pagine di Autoritratto, né racconto né descrizione esso rappresenta piuttosto – lo afferma lo stesso Levé in un’intervista – «une empreinte de mon cerveau, obsessionnel et primesautier» , rendendo manifesta una volontà quasi maniacale di archiviare tutto  (p. 7), di disporsi – facendosi egli stesso barthesianamente  scrittura – entro un ordinamento aleatorio che è poi lo stesso attraverso cui la vita si dispiega («Décrire ta vie dans l’ordre serait absurde: je me souviens de toi au hasard» scriverà a proposito del tu di cui in Suicide traccia il ritratto). Così, la polverizzazione delle strutture narrative tradizionali si compie nel testo di Levé per mezzo dalla sequela ininterrotta di sentenze che tengono insieme i fatti e le visioni, ove chi dice io ha scelto di rinunciare all’intenzione tipicamente auto e biografica di restituire in parole la dialettica tra profondità e superficie, preferendo ricondurre ogni aspetto della vita nell’alveo della seconda polarità.  L’effetto generato dall’adozione di tale prospettiva, panottica e acronica, è quello di una disincantata, duchampiana, indifferenza (o quanto meno equivalenza) tra i diversi contenuti del discorso, particolarmente evidente quando ci s’imbatta, quasi per caso, nel residuo di un’istanza autoriale che, come negli autoritratti dell’artista a lavoro, scrive del suo stesso fare. In uno dei luoghi metaletterari più significativi del testo, ed esempio, si legge:

In poesia non amo il lavoro sulla lingua, preferisco i fatti e le idee. Sono più interessato all’anonimato della lingua comune che ai tentativi dei poeti di creare una loro lingua, il resoconto fattuale, per me, è la più bella poesia non poetica che ci sia. […] Sogno una scrittura bianca, che però non esiste (p. 51).

Secondo un rapporto che potremmo definire di omologia strutturale, dunque, tanto il desiderio di assolutezza di un soggetto che vuole e che può essere specialista solo di sé stesso (p. 47 e p. 71) quanto il resoconto del fattuale microscopico trovano la più adeguata espressione formale, finanche tipografica, nella tensione sinestetica verso una scrittura bianca, nell’assenza di qualsiasi architettura testuale e nella centralità di una prima persona scrivente che fa somigliare la scrittura a un dispositivo di auto-conoscenza per diffrazione:

Non scrivo storie. Non scrivo romanzi. Non scrivo racconti. Non scrivo opere teatrali. Non scrivo poesie. Non scrivo fantascienza. Scrivo frammenti. Non racconto le storie che ho letto o i film che ho visto, descrivo le impressioni, formulo giudizi (p. 86).

Rifiutare la finzione, abdicare alla cronologia, esporre i fatti in disordine assecondandone l’inconcludenza, e ancora, ricercare la pura registrazione del dato referenziale (già oggetto di esplicita riflessione all’interno del precedente Journal), insomma, tutto quanto concorra alla presunta negazione dell’artificio e al conseguimento di un’auspicata neutralità (che però non esiste), si ribalta in Levé nel suo contrario: nell’assunzione totalizzante da parte dell’io (che però non esiste?) del precetto di matrice fin de siècle di una vita interamente fatta ad arte.

Édouard Levé
Autoritratto
traduzione di Martina Cardelli
Quodlibet, 2025
112 pp., 14 €

Viviana Triscari

Viviana Triscari

è dottoressa di ricerca in Scienze dell’Interpretazione, vive a Catania e attualmente è titolare di un assegno di ricerca dedicato al rapporto tra cinema muto, letteratura e arti visive. I suoi interessi sono da sempre rivolti alle diverse modalità d’intreccio tra parola scritta e immagine e
ai fenomeni di inter e transmedialità indagati attraverso un approccio metodologico che provi a tenere insieme teoria letteraria, visual culture e teoria delle arti. É da poco uscita la sua prima monografia dal titolo «Artista. Per una morfologia dell’autorappresentazione» (Duetredue, 2024). Fa parte del comitato di redazione di «Arabeschi. Rivista internazionale di studi su letteratura e visualità».

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