Joel Meyerowitz. A Sense of Wonder

15/07/2025

C’è stato un tempo in cui il colore era considerato un’intrusione volgare nel regno austero della fotografia. Nell’Ottocento, i primi esperimenti a colori venivano guardati con diffidenza e snobismo, come se la verità visiva potesse scaturire soltanto dal rigore monocromatico. È difficile stabilire chi scattò la prima fotografia “a colori” – forse James Clerk Maxwell, nel 1861 -, ma il gesto, pur pioneristico, restava più tecnico che poetico. Per decenni il colore fu relegato all’ambito pubblicitario, dilettantistico o domestico. La “serietà” era riservata al bianco e nero.

© Joel Meyerowitz, New York City, 1963

È in questo scenario che l’opera di Joel Meyerowitz (New York, 1938) si staglia come un atto di coraggio estetico e intellettuale. Nel 1962, ancora giovane grafico e aspirante pittore, Meyerowitz assiste per caso a uno shooting di Robert Frank. L’esperienza è rivelatrice: lascia il lavoro, abbandona la pittura, prende in prestito una fotocamera e inizia a fotografare per le strade di New York. Lo fa a colori, con pellicole Kodachrome. Non è una dichiarazione ideologica, ma un istinto: la luce, più che il colore, è ciò che lo guida.

© Joel Meyerowitz, New York City, 1978

Quella scelta, però, è un gesto audace. Sebbene il colore avesse già trovato interpreti sensibili in fotografi come Walker Evans, Ernst Haas o Saul Leiter, negli anni in cui la street photography americana era ancora dominio quasi esclusivo del bianco e nero – incarnato da mostri sacri come Garry Winogrand o Diane Arbus – Meyerowitz inizia a doppiare la realtà con due macchine fotografiche: una a colori, una monocromatica. La stessa scena, due traduzioni. Una decisione che oggi, alla luce dell’iconografia generativa e degli embedding visivi degli spazi latenti, ci appare con straordinaria lucidità anticipatoria: un primo tentativo umano di generare variazioni, versioni, interpolazioni di senso.

 © Joel Meyerowitz, Los Angeles Airport, California, 1976

La mostra Joel Meyerowitz. A Sense of Wonder, al Museo di Santa Giulia di Brescia, curata da Denis Curti e organizzata in collaborazione con il Joel Meyerowitz Photography Archive di New York, è un viaggio lungo sessant’anni in questa esplorazione sensibile. È una mostra che guarda al Meyerowitz flâneur ma anche al Meyerowitz dataset, archivio vivente di uno sguardo americano che è insieme pubblico e intimo, affettivo e analitico. Gli oltre novanta scatti selezionati ci conducono dai marciapiedi di Manhattan agli spazi rarefatti di Cape Cod, fino alle macerie di Ground Zero e agli autoscatti pandemici: un arco visivo che non è solo biografico, ma antropologico.

© Joel Meyerowitz, Red Interior, Provincetown, Massachusetts, 1977

Meyerowitz è, in fondo, un artista americano nel senso più pieno del termine: immerso nella dimensione urbana, nel trauma storico, nella costruzione mitica dell’identità nazionale. Ma lo è anche per quel suo modo tutto statunitense di trasformare la realtà in linguaggio. Se Robert Frank ha scarnificato il sogno americano, Meyerowitz lo ha illuminato. Letteralmente. La sua estetica della luce colorata – che si tratti del livido di Provincetown o della polvere sospesa a Manhattan – è una forma di linguaggio indiretto: una semiotica dell’atmosfera.

© Joel Meyerowitz, New York City, 1975

Ed è proprio qui che si innesta la sua forma peculiare di fotorealismo: non una tecnica mimetica, ma una visione culturale. In Meyerowitz, il reale non è solo ciò che viene mostrato, ma ciò che può essere creduto, vissuto, ricordato. Questo è il cuore della sua americanità: un’idea di realtà come superficie nitida, luminosa, sincera, dove il paesaggio è insieme racconto e riconoscimento. Il suo fotorealismo non si limita a restituire l’aspetto delle cose, ma stabilisce un legame affettivo con il mondo: un’adesione emotiva a un paesaggio condiviso, urbano e nazionale, che l’immaginario americano ha da sempre investito di valore simbolico. In questo senso, la luce – e non l’oggetto – diventa il suo vero referente. Meyerowitz non descrive l’America: la legittima attraverso la visione.

© Joel Meyerowitz, View of the Site from the World Financial Center, Looking East, New York City, 2001

La sezione dedicata a Ground Zero ne è l’esempio più limpido. Meyerowitz fu l’unico fotografo autorizzato ad accedere al sito nei mesi successivi all’attentato dell’11 settembre. Le sue immagini, sobrie, non sono documentarie: sono estrazioni lente di memoria. In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale compone immagini sulla base della probabilità visiva, queste fotografie operano su un’altra latenza: quella della coscienza umana, che riflette, attende, sedimenta.

© Joel Meyerowitz, New York City, 1963

Alla fine, A Sense of Wonder più che una retrospettiva, è una lezione di attenzione. Una meditazione sul guardare che interroga anche il nostro modo attuale di produrre immagini. In un’epoca di accelerazione visiva, Meyerowitz mostra un rallentamento del frame, un atto deliberato di resistenza alla velocità della visione automatizzata. E forse, nel suo gesto, si avverte anche una nostalgia: non solo per il medium fotografico come pratica artigianale, ma per quella lunga, luminosa traiettoria della fotografia americana che sapeva ancora credere nel reale – non come illusione, ma come fondamento culturale. Un’America vista non attraverso il filtro di un algoritmo, ma attraverso la persistenza lenta di uno sguardo umano, esposto alla luce e al tempo.

JOEL MEYEROWITZ. A Sense of Wonder. Fotografie 1962-2022
A cura di Denis Curti
Brescia, Museo di Santa Giulia
fino al 24 agosto 2025

catalogo Skira

Sara Benaglia

Sara Benaglia

Artista e ricercatrice, ha una pratica basata sulla critica delle ideologiche nelle discipline visive, originata dallo studio della relazione tra esercizio fisico con credo spirituali e politici. Ha esposto il suo lavoro presso il CCA di Kitakyushu, la Fondazione Merz di Torino e la Biennale di fotografia di Daegu.
Scrive saggi e interviste con un focus sul rapporto tra arte e politica, e relative storture visive, con un approccio femminista e decoloniale. In particolare si interessa alla celata relazione tra umanesimo e matrice della razza nel contesto rinascimentale “italico” e a quella fra rimozioni coloniali e corpi femminili/zzati. Collabora con diverse riviste, tra cui ATPdiary, Doppiozero, La Balena Bianca e Art e Dossier.
È curatrice dello spazio BACO_BaseArteContemporaneaOdierna insieme a Mauro Zanchi con cui si interessa principalmente di fotografia contemporanea in un’ottica critica.
Le pubblicazioni più recenti sono "Metafotografia"(2) (Skinneboox, 2020) e "Metafotografia" (Skinneboox, 2019).

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