La prima immagine che compare nel saggio di Michele Cometa, Paleoestetica. Alle origini della cultura visuale, è un’opera del noto/ignoto street artist inglese Banksy. Apparsa nel 2008 sulla Leake Street di Londra, l’opera del celeberrimo artista, di cui non si conosce l’identità, raffigura uno zelante addetto comunale impegnato a cancellare con un liquido, che immaginiamo essere un qualche tipo di solvente, alcuni dipinti di uomini e animali stilizzati che riconosciamo immediatamente come tipici del paleolitico, del tutto simili a quelli delle famose Grotte Chauvet o di Lascaux e Altamira. Cave Painting Removal – questo il titolo del lavoro di Banksy – denuncia il destino a cui vanno in contro molte opere dipinte illegalmente sui muri delle nostre città, ne sottolinea la natura effimera e il rischio che corrono molte testimonianze storiche, ma crea anche un parallelo diretto tra i nostri ignoti antenati appassionati illustratori di grotte e i graffiti artist contemporanei.
Non siamo cambiati molto (non siamo mai stati moderni, direbbe Bruno Latour), se a distanza di decine di migliaia di anni continuiamo a dipingere muri e a fare molte altre cose apparentemente poco utili alla nostra sopravvivenza fisica. Forse è proprio questo elemento, unito a una distanza temporale “disumana” di dieci, venti o trentamila anni addietro, che produce quella reazione estatica – una vera ek-stasis, che ci trascina fuori da noi stessi verso altro – che l’autore rintraccia come leitmotiv nella scrittura scientifica di archeologi e paleontologi e nelle testimonianze di emozionati scopritori/fruitori di pitture paleolitiche, da Georges Bataille a Werner Herzog. Cometa si sofferma infatti sulle descrizioni personali che caratterizzano molti studi su tali figurazioni, perché “quando scorgiamo per la prima volta una di queste immagini sentiamo che essa si rivolge a noi, come se fosse la prima volta e fosse la prima immagine che vediamo”. È un’esperienza necessariamente naïf, insieme emotiva e cognitiva, quella che coglie chi ha la fortuna di avere con loro un tête-à-tête, cosa che di per sé, suggerisce l’autore, è un sintomo evidente dell’esistenza di un rapporto profondo e ininterrotto che ci lega a quei nostri lontani antenati e che conferisce un’aria di famiglia a quei segni sulla roccia. Del resto, il piacere è alla base della nostra propensione a creare strumenti e oggetti che contribuiscono a sviluppare e a incarnare il nostro pensiero, che si produce a sua volta – ce lo insegnano le neuroscienze e i teorici della mente estesa, e ce lo ricorda Cometa – proprio a partire dal corpo.
Nell’attualità del fare immagine paleolitico si dà dunque anche l’utilità di un saggio denso e appassionante come tutte le storie che iniziano con un “c’era una volta” che si perde nella notte dei tempi, ma che non disdegna mai il confronto con il contemporaneo. Anzi, che trova proprio nelle problematiche poste dagli studi di cultura visuale il principale motore propulsivo e uno spunto per indagare da nuovi punti di vista una materia così inafferrabile.
Anche in Italia l’interesse legato a queste prime opere che non possiamo definire “artistiche” – il rischio e la tentazione di sovrascrivere metodi e strutture simboliche moderne e occidentali sono ben presenti all’autore – è del resto cresciuto negli ultimi anni proprio grazie a questo rinnovato approccio alle immagini e all’indagine sui contesti della loro produzione, circolazione e fruizione. Ne sono esempio le ricerche maturate nell’ambito della storia della critica d’arte ispirate alla ricezione del paleolitico nel XIX e XX secolo. Un tema che ha destato anche l’interesse di Carlo Ludovico Ragghianti (nel 1981 è dato alle stampe il suo L’uomo cosciente. Arte e conoscenza nella paleostoria), che ha ispirato il convegno Art before Art. L’uomo cosciente e l’arte delle origini: con e dopo Carlo Ludovico Ragghianti tenutosi alla Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca e presso il Museo e Istituto Fiorentino di Preistoria nel 2021 – i cui atti sono pubblicati a cura di Tommaso Casini, Annamaria Ducci e Fabio Martini – e stimolato la successiva occasione milanese (2024) significativamente intitolata Art before Art 2.0. L’arte paleolitica, una questione contemporanea, organizzata dall’Università IULM e dall’ERC Advanced Grant AN-ICON della Statale di Milano, nella quale si sono confrontati storici dell’arte, archeologi, filosofi, studiosi di culturale visuale e dei media. Ma anche le questioni sulla grotta e la caverna come paleo-dispositivo immersivo, evocata da tanti studi e progetti realizzati con la realtà virtuale, non sono ignorate dall’autore, che riconosce la natura archetipica dell’antro dipinto e la pone in una prospettiva che dalla grotta conduce allo spazio digitale che avvolge l’utente a 360°, quando indossa un casco per la VR.
Insomma, la “paleostetica” è un fatto urgente e moderno: occorre fondare una nuova disciplina, alle origini della cultura visuale, che si basi su quello che abbiamo davvero e che oggi possiamo studiare da punti di vista nuovi rispetto a quelli che ci hanno finora offerto la paleontologia, l’archeologia, la storia dell’arte e, troppo spesso, anche la fantasia.
Principi di narrazione e significati assenti
“Davanti alle immagini probabilmente non siamo molto diversi dai nostri antenati del Paleolitico; davanti alle immagini non siamo affatto moderni; davanti alle immagini dell’arte del Paleolitico poco può aiutarci, persino il linguaggio che forse in quell’epoca sperimentava i suoi primi balbettii”. Immagini che tra l’altro, ricorda Cometa, non sono solo affare dell’occhio, se percepiamo la dimensione multisensoriale – e probabilmente anche performativa – che caratterizzava la fruizione di questi segni astratti e queste figure rupestri realizzate nelle viscere di grotte umide, in cui i suoni rimbalzavano sulle pareti, mentre le luci delle torce producevano ombre in grado di farle sembrare vive. Senza contare che è facile riconoscervi tracce di narrazioni: microracconti o intere epiche, per noi quasi impossibili da decifrare (per Max Raphael le pitture dei tori sul soffitto della Grotta di Altamira devono essere interpretate “come una guerra tra clan, un’Iliade della preistoria”). Una cosa pare certa: le tracce di civiltà che vissero 20, 30, 40 mila anni fa sembrano confermare la sussistenza di una mente che possiamo definire già “una mente narrativa”.
Ma non è solo l’impulso a raccontare storie che spinge l’essere umano a scalfire e dipingere la roccia per fare-immagine: servendosi del celebre saggio di W.J.T. Mitchell The Last Dinosaur Book. The Life and Times of a Cultural Icon (1998), un libro che indagava la fortuna del dinosauro come “animale totemico della modernità”, Cometa passa in rassegna idolatria, feticismo e totemismo come formule per relazionarsi agli oggetti e analizzare i manufatti (e le immagini) come tentativi di stabilizzazione del mondo ed esercizi di controllo sulle cose. Cose che, infatti, avranno poi bisogno di nomi per essere riconosciute come oggetti, cioè oggettificate ed estratte dalla nebulosità a cui appartengono quelle che non ne hanno ancora uno, secondo un metodo che è stato tipico dell’imperialismo ottocentesco e che ancora ci contraddistingue nella nostra ossessione definitoria.
E qui, però, viene il bello: Cometa infatti suggerisce che il Paleolitico e la paleoestetica possono dirci qualcosa sul significato delle cose e anche su quello degli oggetti e delle immagini. E, cioè, che questo significato può non essere uno solo o addirittura può mancare del tutto, costringendoci a concentrarci “sulla mera presenza degli oggetti che ci provengono dal passato” e sulle relazioni che istaurano tra loro e con noi. Il significato è infatti un processo che non può essere fissato, anche perché gli oggetti, come ha evidenziato Alfred Gell, hanno una loro propria agency.
Ma come è possibile allora studiare il Paleolitico date queste premesse? Secondo Cometa un modo c’è e consiste nel “liberare il nostro discorso dai pregiudizi storici ed estetici sull’arte, ma non dalla nozione di esperienza estetica”, perché quel passato ci consegna cose e non significati. Cose che siamo in grado di sentire, cose che siamo in grado di affrontare paleoesteticamente.
Superfici, miniature e ibridi
Delineata questa cornice teorica volontariamente indisciplinata, e un fitto tessuto di riferimenti bibliografici che rappresentano una mappa preziosissima, nella seconda parte del testo Cometa dedica spazio e attenzione a tre dispositivi paleolitici legati al fare-immagine dell’epoca, ancora oggi in uso: le superfici, le miniature, gli ibridi.
Il primo tema viene messo a fuoco nella prospettiva degli studi sugli schermi e nell’ambito di una riflessione sui modi nei quali la superficie rocciosa collabora al funzionamento iconico. Sfruttando la disomogenea qualità della roccia, i buchi ciechi e le improvvise escrescenze, gli avvallamenti e le rotondità naturali, le immagini si danno in una dimensione che non è piatta, ma che propone modalità immersive ed emersive, emancipando la roccia stessa dal ruolo di mero supporto. Così facendo, i nostri antenati erano infatti in grado di produrre effetti di animazione delle immagini e mettere in discussione la separazione tra interno ed esterno (e quindi anche tra aldiquà e aldilà) in un modo che ancora una volta sembra richiamare alla mente le nostre fantasie di penetrazione degli schermi cinematografici e le nostre propensioni immersive ipertecnologiche.
Le pagine sulla miniatura indagano i tentativi, e le “paleofantasie” anche più assurde, che si sono susseguiti per decifrare e spiegare il significato delle numerose piccole statuette che ci rimangono di quel passato e che spesso raffigurano donne o animali. Per farlo, Cometa convoca Walter Benjamin, Gaston Bachelard e Claude Lévi-Strauss, studiosi che hanno proposto teorie sulla miniaturizzazione come una costante della creatività umana e come tentativo di controllare il mondo e l’ansia che esso genera nell’essere umano per il solo fatto di esistere fuori dal suo sé.
Ma l’autore chiude il libro con l’esempio più affascinante e misterioso tra tutti: quello degli ibridi dipinti o scolpiti e composti da un mix tra essere umano e animale, o da animale e animale, sintomo della “consustanzialità/contiguità degli esseri viventi”, che si rintraccia in modo frequente nel fare-immagine paleolitico come nella famosa statuetta dell’uomo-leone di Hohlenstein Stadel, risalente a 40 mila anni fa. Alcune figure emanano un mistero che arriva dritto fino a noi e stimola la fantasia, come l’immagine dello “stregone” della Grotta di les Trois Frères, un ibrido complesso che è insieme uomo, cervide, civetta e felino. Le forme uomo-animale, donna-animale e animale-animale presuppongono del resto intrinsecamente un’idea di narratività e di sviluppo narrativo, seppur riassunto in un’immagine statica (un tema caro all’autore, per lo stesso editore nel 2017, di Perché le storie ci aiutano a vivere).
E qui Cometa applica il suo metodo, perché l’analisi di queste figure e maschere metamorfiche e le innumerevoli proposte interpretative di iconografie misteriose alle quali non saremo mai in grado di dare spiegazioni definitive, produce secondo lui non un significato ma un processo, che ci parla oggi di un lungo percorso di emancipazione e differenziazione dell’uomo dall’animale, che non è “affatto finito ed è semmai considerato revocabile se, nell’ottica di una nuova consapevolezza ecologica, assistiamo ancora oggi alla riattivazione figurale e narrativa di ibridi”.
Cometa non lo cita, ma a chi scrive è venuta in mente la celebre opera – celebre almeno per chi si occupa di arte contemporanea – Untitled (Human Mask) (2014) dell’artista francese Pierre Huyghe. Nel video, perfetto saggio del perturbante, una scimmia mascherata con fattezze umane esegue una serie di gesti e compiti per i quali è stata evidentemente addestrata, in uno scenario post-apocalittico. Realizzata in Giappone all’indomani dello tsunami che causò il disastro di Fukushima, l’opera assume su di sé – e almeno per me, alla fine di questa densissima lettura – uno spessore millenario e crea un ponte tra la fantasia creativa delle donne e degli uomini paleolitici e la nostra innata capacità di produrre ibridi, che sono insieme storie di natura e cultura, passato e futuro, ma anche – e ancora una volta – tenaci tentativi di esorcizzare angosce e paure che travalicano il tempo, facendosi immagine.
Michele Cometa
Paleoestetica. Alle origini della cultura visuale
Cortina, 2024
328 pp. ill. col., € 26
In copertina: Banksy, Cave Painting Removal, 2008
