Verso il silenzio. Berlinde De Bruyckere

30/04/2025

Difficile comprendere l’opera di Berlinde De Bruyckere senza aver vissuto, almeno qualche tempo, sotto il grigio cielo belga. C’è, infatti, un che di plumbeo e immobile che sovrasta le sue composizioni. Come se all’opera mancasse sempre qualcosa, come se ogni corpo rinviasse a un’assenza costitutiva, ad altro da sé, a una impalpabile dimensione che pur sempre incombe, pesante, sopra di noi.

È forse per questo che la prima grande mostra personale dell’artista belga a Bruxelles emana una particolare luce sul suo intero percorso artistico. Le opere, raccolte nelle belle e austere sale di Bozar, progettate da Victor Horta, coprono un arco temporale di circa venticinque anni. Il titolo è Khorós. E, in effetti, si tratta di una partitura ritmica in cui una serie di voci si rincorrono e si richiamano; voci che, come nella tragedia greca, rispondono all’orrore o, per dir meglio, all’inspiegabile. Da Pier Paolo Pasolini a Patti Smith, da Lucas Cranach a Peter Buggenhout, compagno dell’artista, fino a una serie di oggetti anonimi appartenenti al patrimonio artistico di paesi extra-europei, il coro amplifica una sinfonia il cui significato non si articola mai in una tesi e, ancor meno, in una parola d’ordine. Scongiurando il rischio di un’univoca chiave di lettura, il coro dissonante si struttura, però, certamente, come una ricostruzione genealogica di un’Opera complessa e, allo stesso tempo, come un vero e proprio tentativo di ricomposizione dialogica delle singole creazioni. In questo modo, lo spettatore, lungi dall’essere guidato in un’unica direzione, è costantemente obbligato a prestare, alternativamente, attenzione a una voce o all’altra, e, attraverso la loro dispersione, percepisce l’articolarsi di un inaudito canto. Le voci si spazializzano. Il molto materiale documentale, disposto nelle bacheche, si alterna a sculture mute che riempiono lo spazio. Si crea una risonanza, in cui le opere rispondono ai documenti e viceversa. Il passaggio da una dimensione all’altra, quasi sempre, arricchisce la visione, stratificando le possibilità dello sguardo, aprendo inediti punti di vista e inaspettate visioni (spesso conturbanti).

Berlinde De Bruyckere, From the artist’s archive, photo by Mirjam Devriendt

De Bruyckere è, senza alcun dubbio, artista colta e, proprio grazie alla sua cultura, evita quel citazionismo stucchevole che è, invece, caratteristica di certo saccentismo trombonesco di cui le patrie gallerie abbondano. All’interno della costellazione dei suoi riferimenti, il rapporto con Pasolini, testimoniato dalla presenza di una pluralità di immagini strappo provenienti dai suoi film, diviene per l’artista fiamminga una sorta di fondamentale basso continuo, anche se a volte impercettibile, per inoltrarsi in quello che per lei è il fulcro del gesto creativo: l’indissolubile legame tra Eros e Thanatos. Non si dà, infatti, esperienza della morte – così evidente nei corpi straziati, destrutturati, suppliziati che ritornano senza tregua nel suo lavoro – che non sia accompagnata una sorta di vibrazione erotica, di tensione visiva sempre sospesa tra la repulsione e l’attrazione. Animali scuoiati, alberi sradicati, fiori appassiti, metalli arrugginiti, resti di ogni genere e, ancora, corpi acefali, pelli umane e animali, organi indefinibili, superfici sporche, finestre abbandonate, scatole senza funzione, materia proliferante dalla sua deiscenza – tutto diviene metafora. Metafora ma concreta, tangibile. Sorta di enorme corpo metaforico, cioè corpo tutto preso in un passaggio di forme, in una trasmutazione formale.

Berlinde De Bruyckere, Invisible Love, 2011 (detail),
2011, wax, wood, leather, wool, rope, horsehair, linen, iron,
polyurethane, epoxy.
Private Collection Buggenhout, Ghent
Photo: Mirjam Devriendt

Thanatos è abitato dalla pulsione di Eros. Ed è proprio Eros a impedire che la forma muoia chiudendosi su se stessa. Se si dà opera, dunque, non è come forma chiusa, forma formata ma forma formans, forma che non finisce mai di mutare, di passare in altro da sé. Doppio movimento, senza soluzione di continuità. Di questo doppio passo, sicuramente, De Bruyckere è una delle maggiori interpreti contemporanee. Viene in mente solo un altro nome – tra i viventi o, forse bisognerebbe dire, i morenti – capace di un pari equilibrio nell’oscillazione tra i due movimenti, ed è quello di Nicola Samorì. Ma se Samorì si muove in una sorta di labirinto creativo primo, mentre, cioè, l’artista romagnolo è sempre in una postura creativa che ha il suo momento genetico all’interno all’opera stessa, intesa come unica opera estesa sull’intero arco temporale della storia dell’arte, De Bruyckere si radica in una materialità anacronica che emerge nell’immediato del vivente, nel corpo del mondo, nella sua fragile epidermide e nelle cicatrici che essa porta su di sé (in questo, ad esempio, il dialogo tra le opere di De Bruyckere e la Salomè di Cranach risulta “debole” e assai sfavorevole all’artista contemporanea). In Samorì c’è una passione sadica che infierisce sul corpo dell’arte, in de Bruyckere un voyeurismo passionale che sonda il limite dell’umano, qualcosa che la rende prossima al personaggio della pianista di Jelinek/Haneke.

Berlinde De Bruyckere, Into One another I to P.P.P, 2010 (Lucas Cranach, Salome with the Head of Saint John the Baptist, 1530s) © Courtesy the artist – photo by Mirjam Devriendt

C’è un che di gelido, direi quasi di frigido, nel lavoro dell’artista belga. I suoi banchi d’acciaio o di marmo accolgono ma non ospitano i corpi. Berlinde guarda, osserva, sicuramente patisce, ma è come se guardasse da un altrove. Allo spettatore lascia aperto lo spazio di un’esperienza a cui, però, lei sembra non partecipare sino in fondo. L’artista è sempre un passo indietro. In una forma che, quando non è di distacco, sembra essere, nei suoi lavori più riusciti, quasi di pudore, di rispetto. In ogni caso, non tocca più a lei. Ritrae l’orrore senza provarne orrore, dà forma alla pulsione e poi si sottrae.

Berlinde De Bruyckere, Penthesilea, 2014-2015 © Courtesy the artist – photo by Mirjam Devriendt

A noi, resta una serie impressionante di opere, di elementi, di corpi morti e viventi, viventi in quanto morti e morti in quanto viventi, che rimangono sospesi, enigmatici e inquietanti.

“Le mie opere vi obbligano a guardare qualcosa che forse non vorreste vedere. Voglio toccare le persone là dove hanno paura di essere toccate, evocare cose per le quali non hanno parole”. E, in effetti, De Bruyckere ci riesce: tocca in profondità, ci lascia spesso scossi. Ha la rara capacità di creare un percorso visivo – ed è questo che l’arte dovrebbe fare – che va dal “senza parola” al silenzio. È un’esperienza silenziosa quella che questa mostra genera nello spettatore. Se ne esce senza alcuna spiegazione, senza alcun discorso edificante e nemmeno disperante. Non ci si sente più intelligenti o più umani, dopo aver visto quell’insieme di corpi senza volto. Nessuna parola è sopraggiunta. Si ha solo la percezione, chiara e distinta, come solo un’immagine reale sa generare, che la vita sia molto più di quel che abbiamo creduto che fosse.

Khorós. Berlinde De Bruyckere
Bozar, Bruxelles
dal 21 febbraio al 31 agosto 2025

Federico Ferrari

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto” (Johan & Levi, 2013; 2024), “L’anarca” (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Visioni” (Lanfranchi, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023), “Ritratti” (Sossella, 2025), “Nicola Samorì, sulla soglia del tempo” (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, “La pelle delle immagini” (Bollati Boringhieri, 2003) e “Estasi” (Sossella, 2022).

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