Ho in mano il libro perfetto. Veste impeccabile. Carta morbida, tattile, minimamente lucida. Non s’impone ma regge. Regge benissimo le illustrazioni, tutte perfettamente esibite. Regge le mie note a margine senza saturarsi, perché già sto osando, con la mia V Ball 0.7, sul libro perfetto. Non mi capitava da tempo di stare così bene col libro. Come dire e ammettere che dai troppi volumi male inchiostrati e pessimamente rilegati che frequento per lavoro, ricavo ormai poco benessere. Il d’antan che qui mi procura il momento rétro – l’utenza felice – è sicuramente voluto. Sto parlando del libro di Massimo Riva appena uscito per Einaudi: Giochi d’ombra. Preistoria curiosa della realtà virtuale (386pp, €38). Anche il prezzo del libro perfettamente prodotto dall’editoria italiana è perfetto.
Dove sta andando la materialità? La realtà virtuale, di cui Riva fa «preistoria curiosa», investe in modo simbolicamente astuto questo oggetto di buon peso, nitidamente squadrato, chiamato a obiettare proprio al virtuale: io perlomeno ci sono, e durerò. Da dove viene la prestanza di questo libro? Qui la sorpresa. Dietro al volume che ho felicemente in mano lavora al raddoppio degli effetti speciali – il libro ultra ben fatto – un’iniziativa digitale d’eccezione: una monografia open access pubblicata da Stanford University Press nel 2022, corredata degli stessi apparati iconografici, ma perfezionata, in più, di ricche simulazioni. La cronistoria, accennata nella prefazione, riassume i momenti salienti del pionierismo digitale di Riva, a cavallo di millennio, nel corso di un trentennio di scommesse ideative, successi istituzionali ed eloquenti finanziamenti esterni, portandolo a produrre, per questo progetto, non uno ma due oggetti perfettamente rimediati.
Rimediati? Torniamo allo scatto progettuale originario. Studioso e dell’Umanesimo e dell’Illuminismo, all’alba dell’utilizzo del digitale nelle Humanities, a Riva preme capire la medialità pre-mediatica della visione nella modernità. Studia, non a caso, oggetti ottici, panorami, cosmorami, lanterne magiche, fantasmagorie, stereoscopi – marchingegni-contenitore, spesso vere e proprie scatole escogitate per perfezionare il trucco della realtà, che è quella cosa o dimensione o campo visivo da difendersi esattamente come il socius, la base materiale e territoriale della comunità. Per riprodursi e durare, materialità e codifica devono sovrapporsi e coincidere, facendo messa in scena convincentemente unica e coesiva in forma, appunto, di mondo. Proprio per questo, proprio cioè per l’illusionistica sfida al mantenimento dell’iscrizione di senso, ora e nel tempo, l’abbindolo sensoriale deve coltivarsi le generazioni, cogliendole e catturandole ciascuna al momento giusto del loro candore, nello stupore per le meraviglie che il nostro mondo non a caso contiene; educandole allo spettacolino che a ogni stagione ritorna con aggeggi nuovi in piazza – la regola e il luogo ineludibile della distribuzione del sensibile – per il tramite sicuro di uno sbirciarci dentro da ripetere ogni volta collettivamente, come un rito salutistico.


Sì, ecco, rimediati – ripassati e riverificati (riattivati) dal messaggio-massaggio, esattamente come vorrebbe McLuhan. Ed esattamente, aggiungo, come in questo progetto. A proposito del quale si noti che gli incentivi di allora, agli avvii dell’iniziativa nel 2005, e con finanziamenti a seguire di lì a poco, spingevano perché il prodotto accademico che ne sarebbe risultato – la monografia – trans-mediasse verso il supporto digitale in nome di una gestione da un lato (molto ipoteticamente) super-economica delle risorse, dall’altro (infine diversamente) inclusiva dell’utenza. A ben sbirciare, cioè, all’indietro nel progresso di Riva per il tramite del prodotto doppio – libro e sito – da farsi e poi fatto, la scommessa è consistita nel mantenere, coerentemente, coesivamente, il senso e il ricordo delle operazioni del libro, inaugurando un nuovo, diciamo, vedutismo scientifico sulle avventure sensoriali della modernità, tramite un lavoro sul mezzo, medium e contenitore – non più libro, eppure ancora sostanzialmente volume, anche nelle pagine immateriali del web. Il quale messaggio-massaggio, poi, reinventandosi, ripresentandosi (ri-mediandosi) come ombra pur sempre del libro, ancora avrebbe voluto e mantenuto praticamente il (solo) libro, questo anche per la programmata obsolescenza che incombe in più modi su tutto il digitale. Quanto durerà, infatti, la monografia pubblicata dalla Stanford?
Una tensione fantastica a continuare a sbirciare nel lavoro-camera oscura di Riva per non ritrovarvi l’ombra dell’opera digitale; un’operazione doppia, in tutti i sensi, anche cioè quelli dell’ambivalenza, ottenuta per il tramite di due prodotti ugualmente magnifici, inseguiti e infine compiuti (perfezionati) con curiosità inesausta per una storia in minore, per il dettaglio erudito su cui lavorare per gradi e varietà di affondi, con gusto e talento multidisciplinare invidiabile. La carrellata delle invenzioni ottiche riallineate per il racconto epistemologico rilegato in libro cospicuo per volume e articolazione (gli oggetti sono tanti, tutti magnifici, e tutti dai nomi fascinosi) ripercorre i consumi sensoriali di una modernità in continuo trapasso d’epoca per continua cattura in un circolo vizioso di dipendenza dall’inventività oggettuale della scienza, la quale, non potendosi fidare dei sensi, non ha fatto che affidarvisi.

Chicago, The Art Institute. (Foto courtesy del Museo).
Dalla Venezia-dispositivo ottico di Canaletto a quella di Turner. Dalle vivide prese (ma non ancora riprese) allestite nei casotti dei Selva agli illeciti voyeuristici dei casini di Casanova. Dalle immersioni collettive da dentro la prestidigitazione fantasmagorica, già mixed media, in scena nella Londra primo-ottocentesca al viaggio binoculare procurato dalla comodità della propria poltrona dallo stereoscopio a cavallo dell’ulteriore nuovo secolo. Per non dire dei cannocchialetti gelosi (polemoscopi) con cui puntare il teatro ottico / «casotto galleggiante» della Venezia ancora in pieno ancien régime repubblicano. O del facsimile delle camere sepolcrali di Seti I presentate dall’Egyptian Hall di una Londra post-napoleonica, ossia in piena frenesia coloniale, dall’«orientalista accidentale» Belzoni, a sua volta esemplare infinitamente riproducibile dell’italiano in cerca di fortuna e riabilitazione per mezza Europa, con attrezzeria scenica a spalla, in cassetta – a sua volta, cioè, prodotto tipico del traffico asimmetrico di mobilità emanante da inferiorità geopolitiche su cui si è ritenuto doveroso intervenire-interferire anche soprattutto vedendole.

Un libro, dunque, sul consumo vedutistico del Bel paese, ma non solo, a partire da Venezia per ritornarvi, perché se «la globalizzazione è anche un fenomeno ottico», l’oggetto che consuma la meraviglia che produce consuma innanzitutto l’utente, essendo entrambi prodotto di un eccesso di bisogno sociale di catturare l’osservazione del sociale stesso. Un ciclo perpetuo di produzione e consumo alimentato dalla costruzione del mondo e dal mantenimento per estensione della distribuzione del sensibile in forma di realtà, con fenomeno che travalica lo specifico del Grand Tour proprio perché quello troppo precisamente anticipa l’attuale ulteriore scadimento delle cose e dell’esperienza per la tanto maggiore dipendenza del nostro tempo dalle irrealtà del virtuale.

A Collection of the Dresses of Different Nations: Antient [sic] and Modern, London 1757-72.
New York, Public Library. (Foto courtesy della Biblioteca).
Il popolo che sbircia (nella scatola) o l’artista che installa le sue finzioni (sulle pareti della villa del committente), alla resa dei ragionamenti, non fanno che attrezzarsi – che il mondo esista, che abbia senso è, infatti, da sempre un effetto ottico. Per questo, le età dell’artista, come nel caso dei capitoli sui due Tiepolo, padre e figlio, devono tornare alla piazzetta dove la realtà della fabbricazione si è rivelata in tutta la sua artigianata pochezza. I sensi, lì come altrove, infatti non ingannano, fanno il loro lavoro – producono senso. Per questo vanno colti, catturati e portati a quella produzione, sito o piazza, a lato e a continuazione della finzione di monumentalità (di San Marco) da cui pensiamo di guardare a ulteriori grandiose distanze, per allungamento (estensione attrezzata) della nostra sensibilità. L’oggetto culturale che produce tali adescamenti è appunto scatola, contenitore – simbolo e metafora di una società che va difesa e invero si difende mettendo in piazza spettacoli di contenimento meccanico per la cattura del solo sensibile che in quel dato momento e spazio può darle senso. Per quello che il suo senso può durare.

Washington, Smithsonian Libraries. (Foto courtesy del Museo).
Questa preistoria curiosa incuriosirà altri lettori in modo altro e diverso. Per me, la riflessione di Riva su Riva, sulla riproduzione di realtà sdoppiata in due opere, è metafora potente – sebbene trattenuta, praticamente dissimulata – del lavoro estrattivo che qualunque oggetto culturale riuscito – lanterna magica, cinema, realtà virtuale, open access o libro vero – attiva con poco riguardo verso la sensibilità dell’utenza del momento in cerca di rispecchiamento e portento unico (esistenza epocale, ma anche e soprattutto individuale). La sfida, sembra suggerire Riva nei momenti più intensamente poetici della rimediazione tra due oggettualità in tensione, sta nel sentirsi raddoppiato come i Tiepolo, e nei Tiepolo, con esito non lontanissimo da quel Pulcinella al delirio delle energie per irrisolto rapporto con le modalità del vedere e del rappresentare cui la cassetta del mondo, con la sua esibizione di ancora più fittizi (artificiali) contenuti, lo ha esposto a partire, lui Giandomenico, dai successi del padre, il maggiore Giambattista.

inchiostro nero, lavatura grigia, 1760 (?) New York, Metropolitan Museum of Art. (Foto courtesy del Museo).
Una commedia delle sensibilità, nella distribuzione del sensibile, che riparte e si completa con gli ausili del libro, come riflette questa volta Giorgio Agamben dal risvolto di copertina del suo Pulcinella ovvero Divertimento per li regazzi ispirato allo stesso Tiepolo junior (nottetempo 2016) – «più antica e profonda della tragedia», e pertanto così «più vicina alla filosofia» da parere «quasi confondersi con essa».
Massimo Riva
Giochi d’ombra. Preistoria curiosa della realtà virtuale
Einaudi, 2025
XII-388 pp. ill. col., € 38
In copertina: Giandomenico Tiepolo, Altalena dei pulcinelli, 1791-93, Ca’ Rezzonico, Venezia
