Nel 1945, Alexandre Koyré, finissimo filosofo della scienza, licenziava un breve scritto, dal titolo La quinta colonna. Il testo vedeva la luce sulle pagine della rivista Renaissance, pubblicazione dell’Ecole libre des hautes études di New York, voluta da Charles De Gaulle, nei primi anni Quaranta, per creare, negli Stati Uniti, una base di consenso nei confronti di France Libre.
La quinta colonna è un saggio, per molti aspetti, illuminante sui processi rivoluzionari e controrivoluzionari nella storia dell’Occidente. La riflessione di Koyré prende spunto da un episodio risalente alla guerra di Spagna. Durante un incontro con la stampa internazionale, il generale Mola sostenne che Madrid sarebbe caduta non tanto grazie alle quattro colonne sotto il suo comando, che si approssimavano alla città, quanto per merito di una fantomatica quinta colonna interna alla capitale. L’espressione quinta colonna, da quel momento, designerà tutti quegli insiemi di individui che, pur di sovvertire lo Stato in cui vivono, tessono alleanze, più o meno esplicite, con il nemico esterno. In definitiva, la quinta colonna starà a indicare il cuore pulsante di ogni guerra civile, in cui il conflitto interno è reso possibile dal supporto di una o più forze esterne alla società.
La storia dell’Occidente è costellata da momenti in cui la quinta colonna fa la sua apparizione, soprattutto in fasi controrivoluzionarie (“la quinta colonna è composta da rappresentanti della classe dominante, non da quelli delle classi oppresse”), per poi, dopo un periodo di guerra civile, supportata da forze esterne, dissolversi nella nuova maggioranza al potere.
La sua figura diviene, agli occhi di Koyré, una sorta di archetipo politico, chiave di volta nell’oscillazione tra movimenti rivoluzionari e movimenti controrivoluzionari, tra spinte progressive e controspinte regressive che si pongono a fondamento della civiltà o meglio, dell’alternarsi tra visioni sociali contrapposte e tra loro conflittuali. Nonostante questo suo carattere transtemporale, che ne fa una specie di elemento latente a ogni forma sociale, vi sono, però, alcune costanti storiche necessarie affinché si dia risveglio della quinta colonna dormiente. La prima – e forse fondamentale – è la disponibilità, da parte della classe che detiene la maggior parte della proprietà privata, a rinunciare a certi gradi di libertà purché le proprie proprietà siano o tornino ad essere tutelate e non intaccate dallo Stato in vista di una ridistribuzione. Ogni qualvolta la proprietà è messa a rischio dalle forze uscite vincenti da una fase rivoluzionaria (fase che porta con sé un ampliamento dello stato sociale, con conseguente forte tassazione per il mantenimento delle strutture di solidarietà) viene a crearsi una apparentemente improbabile alleanza tra i piccoli proprietari e l’oligarchia. I primi avallano la svolta controrivoluzionaria dei secondi, rinunciando a quote sempre maggiori di libertà, affinché questi ultimi smantellino lo stato sociale, nemico della loro piccola proprietà. Se questo non può avvenire all’interno delle regole democratiche nazionali di alternanza, allora subentra la necessità di un supporto esterno di cui la controrivoluzione interna, strutturatasi in quinta colonna, usufruirà.
Come fa notare Koyré, la controrivoluzione, strategicamente, comprende che, all’interno di società democratiche, non può difendere il proprio privilegio se non alleandosi con il popolo, il quale, paradossalmente, non otterrà quasi nulla dal successo delle forze reazionarie o meglio otterrà quel “quasi nulla di proprietà privata” che lo Stato sociale mette a rischio. L’alleanza, fondamentalmente economica, ma non esplicitamente tale, verrà, invece, cementata attraverso un’ideologia nazionalista o ultranazionalista, in cui il nemico è, internamente, lo Stato di diritto e dei diritti e, esternamente, la minaccia impersonificata dagli “stranieri ospiti” che quello Stato protegge e rende soggetti di nuovi diritti (diritti che, ovviamente, danno origine a nuovi costi sociali e, quindi, a riduzione della proprietà individuale). Non sono tanto i diritti in sé a spaventare l’alleanza oligarco-nazionalpopulista, quanto il costo di quei diritti. È in nome della proprietà e del proprio (“padroni a casa propria”) che si fonda l’unione tra il vertice e la base economica di una nazione, dando origine alla mortale morsa controrivoluzionaria. “I governi controrivoluzionari non temono affatto il popolo che li sostiene e li segue nei loro disegni imperialisti”.
La quinta colonna favorisce, crea punti d’innesco, per quella guerra civile o, per dir meglio, guerra sociale che trova le sue condizioni propizie “quando la solidarietà sociale, l’istinto di autoconservazione sociale di un gruppo o di una classe all’interno della Città, viene a prevalere sulla solidarietà che la lega alla Città nel suo complesso o meglio, quando l’odio sociale che divide e oppone i gruppi e le classi all’interno della Città si dimostra più forte della loro solidarietà”.
Credo non sfugga come questo quadro abbia tratti di somiglianza inquietanti con quanto sta accadendo in Europa, grazie alla nuova politica imperialistica americana, tutta tesa a far insorgere le quinte colonne sparse, a macchia di leopardo, sul vecchio continente. Che questo processo passi oggi anche da un’onnipervasiva presenza dei grandi canali di comunicazione digitale, tutti nelle mani delle oligarchie globalizzatrici, non può stupire. Come non può stupire come la comunicazione digitale – fatta per lo più di immagini, ridotte a veicoli di messaggi ipersemplificati e ipersemplificanti, e sempre meno di parole – sia il vero collante tra le masse popolari e le oligarchie dominanti o meglio, le oligarchie alla ricerca di un proprio dominio attraverso il consenso totalitario.
Il collante visivo, il nuovo legame sociale, risiede in una sorta di kipple, di palta o spazzatura visiva (per usare un’espressione pregnante di Philip K. Dick), in cui messaggi di xenofobia crescente e di sprezzo per la cosa pubblica si diluiscono all’interno di un’atmosfera di glamour consumistico globalizzato e globalizzante (vero volto del nuovo imperialismo delle oligarchie controrivoluzionarie). Questa amalgama ideologica, in cui l’ultranazionalismo si salda con il consumismo globalizzato, va a occupare tutto lo spazio della comunicazione fino far scomparire ogni dimensione di verità e di realtà, per tutto rendere invisibile sotto un’opaca superficie luminosa, per l’appunto, una palta di immagini. Sorta di “cospirazione alla luce del sole”, come scriverà sempre Koyré in un saggio coevo dall’emblematico titolo Sulla menzogna politica, nella quale il vero diventa un momento del falso, in un processo, non più dialettico, ma algoritmico, dove la suggestio falsi va di pari passo con la suppressio veri.
Quella che ogni giorno vediamo scorrere sugli schermi dei nostri dispositivi di controllo è una delle più grandi offensive controrivoluzionarie della storia recente, la cui scala non è più regionale ma planetaria (o meglio, è una strategia planetaria e, cioè, imperialistica combattuta a livello regionale, attraverso la fomentazione degli ultranazionalismi identitari, incentrati sul proprio e la proprietà). Le proporzioni del fenomeno, ovviamente, creano un incremento esponenziale d’inquietudine, perché il rischio di una vittoria schiacciante delle oligarchie populiste è tutt’altro che remoto. E, soprattutto, perché è del tutto indecisa la tenuta democratica dei sistemi statali, una volta che tutte le conquiste rivoluzionarie (diritti universali, solidarietà sociale, organismi di controllo, equilibrio dei poteri dello Stato, regolamentazione dei processi economici, accoglienza, tutela delle minoranze, ecc.) saranno azzerate. Il rischio, una volta saltata la possibilità di un conflitto interno, regolamentato dagli ordinamenti democratici, è quello di una disastrosa guerra civile, dapprima, regionale e, poi, planetaria – opzione non da escludersi, anche in tempi non troppo lontani, in società come quella americana o in situazioni esplosive, come quella multietnica francese.
Il tentativo, sempre più evidente, di dissolvere l’unione europea, facendo leva sulle quinte colonne sparse nelle varie nazioni che la compongono, non trova, come alcuni credono, la sua ragion d’essere nell’insofferenza verso un eccesso di burocratizzazione ma è, piuttosto, il sintomo della volontà di porre fine a una civiltà, quella nata nel 1789 e fondata sui diritti universali e sulla solidarietà sociale, ritenuta responsabile del venir meno dei privilegi individuali, sociali e nazionali. Non credo ci si possa più illudere oltre: siamo entrati in una fase storica la cui posta in gioco è la possibile fine di una forma di vita civile – fine le cui conseguenze sociali saranno devastanti per centinaia di milioni di persone. Senza giri di parole, la posta in gioco è la sopravvivenza o la fine di una civiltà.
Alexandre Koyré
La quinta colonna
A cura di Marco Dotti
Meltemi, 2025, 76 pp., 10 €
