Custodi di orchidee

31/01/2025

Il 15 gennaio è stato pubblicato Avant que nature meure (Quodlibet), titolo del progetto artistico di Silvia Cini a cura di Alessandra Pioselli, che ha conosciuto tra l’altro una tappa espositiva al Museo Orto Botanico dell’Università “La Sapienza” di Roma. Allo sguardo attento del naturalista, quale quello esercitato dall’artista, l’urbe appare come una città selvatica che offre un paesaggio inedito rispetto a quello delle rovine o della speculazione edilizia. Negli interstizi della città, crescono infatti diverse specie di orchidee selvagge. Un incontro che ha distratto Silvia Cini dal rumore del mondo, “perché in loro il messaggio silenzioso della natura si cristallizza in forma e questa mi lascia inerme a cercare risposte sul dialogo interrotto tra regni”. Per gentile concessione dell’editore, proponiamo qui il testo di Riccardo Venturi.

Possiamo distinguere almeno quattro fasi nella storia culturale delle orchidee. La quarta, tuttora in corso, coincide con Avant que nature meure di Silvia Cini; le prime tre ci permettono di comprendere meglio l’approccio dell’artista, il suo punto di partenza e lo scarto rispetto al passato.

In sintesi, la prima fase è quella dei cacciatori di orchidee; la seconda quella delle orchidee cacciatrici; la terza quella degli studiosi di orchidee; la quarta – in cui s’inscrive Avant que nature meure, frutto di un lavoro decennale – quella dei custodi di orchidee.

Ciascuna fase corrisponde a un preciso momento storico: la prima a quella delle grandi potenze colonialiste ed estrattiviste che promuovono esplorazioni oceaniche in angoli remoti di una Terra in procinto di globalizzarsi; la seconda all’era vittoriana, a partire dall’interesse di Charles Darwin per la botanica e l’impollinazione delle orchidee che ispirerà inaspettatamente la science fiction e, in seguito, la storia del cinema; la terza a un progresso scientifico degli studi botanici nel corso del XX secolo, gettando le basi per l’attuale quarta fase. Qui l’attenzione per il vivente tracima l’ambito scientifico, in un’astuta sovrapposizione tra il laboratorio con le sue procedure e il dispositivo dell’esposizione museale, generando forme ibride di conoscenza oggi in pieno fermento.

Ora, che siano cacciate o cacciatrici, studiate o custodite, le orchidee segnano un momento decisivo all’interno della storia culturale occidentale e moderna[1]. Una precisazione che indica una doppia restrizione temporale: la prima rispetto alla storia naturale delle orchidee, comparse sul nostro pianeta circa 112 milioni di anni fa durante il Giurassico e diffuse ovunque tranne che nelle regioni polari, dove il clima è troppo rigido per il loro sviluppo. La seconda rispetto all’epoca pre-moderna, dall’antichità greca al Rinascimento, nonostante vi troviamo in nuce alcuni pregiudizi ereditati dalla modernità.

Le prime testimonianze sulle orchidee nella cultura occidentale risalgono infatti al quarto secolo avanti Cristo col filosofo e botanico Teofrasto, che chiamava questi fiori orchis o testicolo a causa della forma dei tubercoli; credeva persino che un uomo che toccava un’orchidea potesse far l’amore settanta volte di seguito! In modo simile Plinio, che aveva letto Teofrasto, chiamava l’orchidea satyrion. E Dioscoride Pedanio, medico e militare interessato alla botanica, che sotto Nerone redige De materia medica (60-78 d.C.) – cinque volumi contenenti 506 descrizioni di piante – la chiama priapiskos, piccolo satiro o piccolo Priapo. Non sorprende che questo fiore sia stato a lungo associato alla fertilità, sebbene la nostra prima fase ha più a che vedere col desiderio.

Ophrys holosericea, fotografia, 2024

Orchidelirium

La logica cristallina della modernità trova la sua più riuscita incarnazione in un solo luogo, espressione della mentalità del XIX secolo europeo, ovvero le serre. Cattedrali di ferro e vetro riscaldate, immense isole climatiche artificiali, al loro interno il sole perde il suo dominio assoluto sul regno vegetale. Qui vengono ricreati ecosistemi tropicali o sub-tropicali propizi alla conservazione di piante esotiche, orchidee in testa. Qui l’immaginazione viaggia a briglia sciolta, come quella dell’architetto e botanico Joseph Paxton, ideatore del Crystal Palace per l’Esposizione Universale, che pochi anni dopo, nel 1855, progetta una galleria di vetro di 16 km che avrebbe attraversato la città di Londra (Great Victorian Way). Le serre che sorgono nei grandi centri urbani costituiscono la versione architettonica su ampia scala della scatola di Ward la quale, sfruttando la fotosintesi delle piante, permette di trasportarle su lunghe distanze. Un’invenzione decisiva rispetto alle prime raccolte botaniche che arrivano in Europa nel XVI secolo sotto forma di erbari.

Dall’improvvisa disponibilità di specimina botanici e vegetali di continenti lontani scaturiscono vere e proprie manie divoranti: i giacinti (1720-1736), i tulipani (la passione per i quali raggiunge l’apogeo verso il 1836), le felci (la cosiddetta pteridomania degli anni 1840 che precede la moda dell’acquario nel decennio successivo) e finalmente le orchidee (1880-1910).

Un’orchidmania rivolta non tanto alle orchidee terrestri ma a quelle epifite e quindi tropicali: “Fino al Rinascimento, quasi tutte le piante ornamentali coltivate in Europa avevano un’origine locale o provenivano dal bacino del Mediterraneo”; “Nel 1760 in Europa si coltivavano solo 4 orchidee esotiche, di cui 2 dello stesso genere, numero che sale a 84 nel 1826, a 143 nel 1840 e a 468 nel 1850. Alla fine del XIX secolo, i botanici avevano descritto circa 4.000 orchidee, mentre i giardinieri ne coltivavano circa 2.000 varietà”; “L’importazione totale di orchidee alla fine del XIX secolo è stata stimata tra i 3 e i 5 milioni di esemplari ogni anno”[2].

Nel corso della spedizione Humboldt-Bonpland (1799-1804) in Sudamerica, Alexandre von Humboldt recupera a Cuba 35 casse di erbari, tornando in Europa con un bottino di 5800 specie vegetali, di cui 3600 sconosciute. Nel 1817 esce Plantae aequinoxiales con 120 tavole di Pierre-Antoine Poiteau e Pierre Jean François Turpin che illustrano le più belle orchidee raccolte in Messico, Cuba, Perù, Colombia, Ecuador, Venezuela, lungo il fiume Orinoco e il bacino amazzonico.

I cacciatori di orchidee sono passati alla storia in quanto figure intrepide, senza scrupoli, indifferenti ai danni arrecati agli ecosistemi in cui abbondavano le orchidee. Ma a volte le loro vicende finiscono in tragedia, come nel caso di Joseph Dombey, morto nelle prigioni di Montserrat; André Michaux, morto di febbre in Madagascar; Victor Jacquemont, morto di paludismo a Bombay; Jean-Nicolas Collignon, scomparso al largo dell’Australia; padre Armand David che torna dall’Asia consunto dalla malattia…

Tuttavia queste pratiche venatorie scemano non a causa dei rischi incorsi ma grazie all’ibridazione delle orchidee. Una transizione suggellata da due date simboliche. Nel 1856 John Dominy, giardiniere dal vivaista britannico Veitch, ibrida una C. loddigesii e una C. guttata, facendo così fiorire la prima orchidea creata dalla mano dell’uomo (Calanthe Dominyi). Nel 1973 i rappresentanti di 122 (oggi 182) Paesi siglano a Washington la Convenzione sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione (CITES, Convention on International Trade of Endangered Species). Siamo negli anni Settanta, quando si moltiplica la coltivazione in vitro delle orchidee in ambienti sterili; in poche settimane le piante sono trapiantate in un compost adatto; in 2-7 anni sono pronte a essere commercializzate.

Erbari essudati, particolare delle teche con pagine di erbario primi Novecento, testi dattiloscritti dall’artista ed ecoprinting auto impressionati, Orto Botanico, Roma, 2024 (foto Cristina Crippa)

Orchid mysterium

Se questa prima fase sembra esaurirsi così, senza aperture sul futuro, la seconda fase ne segna un curioso ribaltamento: da specie cacciata, le orchidee, in una sorta d’immaginaria rivalsa inter-specie, si fanno nientemeno che cacciatrici. Un ribaltamento ancora più sorprendente se pensiamo che l’impulso proviene dagli esperimenti botanici condotti da Charles Darwin a Down House. Fertilizzazione, movimento e digestione sono i temi trattati nei suoi numerosi scritti, da On the Various Contrivances by which British and Foreign Orchids are Fertilised by Insects, and on the Good Effects of Intercrossing (1862) – primo libro che segue L’origine delle specie – a The Power of Movement in Plants (1880). È in gioco la sensibilità quanto l’intelligenza (Darwin utilizza l’aggettivo “sagacious” o perspicace) delle piante, in anticipo sull’attuale neurobiologia vegetale.

Si pensa generalmente che il pensiero di Darwin rimetta in gioco ogni divisione netta tra regno umano e regno animale, dimenticando a che punto  sia in grado di rimettere in gioco anche la divisione netta tra regno animale e regno vegetale[3].

Sono proprio gli esperimenti botanici a sollecitare l’immaginazione degli scrittori, a partire da un racconto di Herbert George Wells, The Flowering of the Strange Orchid (1894). Winter-Wedderburn, un collezionista amatoriale di orchidee ben aggiornato sul pensiero darwiniano, rischia la vita all’interno del suo tepidario, attaccato dai rizomi-tentacoli di un’orchidea vampira. L’ematofagia non è più specifica degli insetti ma coinvolge ormai anche il regno vegetale.

È nel giardino, estensione dello spazio domestico, che l’orchidea-killer nelle vesti della femme fatale attacca l’uomo, portando l’aggressività nel cuore del rifugio. Alle orchidee sono attribuite caratteristiche della sessualità femminile, l’unione di sensualità se non di lussuria e istinto predatorio. Così è anche la sua sostanza odorifera, una fragranza inebriante che stordisce. Non è un caso che le sue vittime siano sempre maschi. E non è un caso che negli stessi anni lo statuto epistemologico della botanica evolve: da passatempo femminile diventa disciplina scientifica e, semplificando, al giardino, dominio femminile, subentra il laboratorio scientifico, a lungo dominio maschile.

Nello stesso periodo lo scrittore Grant Allen contribuisce a diffondere presso un ampio pubblico le ipotesi botaniche di Darwin, al punto che lo stesso naturalista gli confessa d’invidiare la sua capacità di scrittura. È solo l’inizio di un filone di horror botanico o di eco-gothic, con le sue mille sfumature di mostruosità[4]: Phil Robinson, The Man-Eating Tree (1881), Howard R. Garis, Professor Jonkin’s Cannibal Plant (1905), John Blunt, The Orchid Horror (1911) e altri racconti eco-gotici, fino a The Day of the Triffids (1951) di John Wyndham.

Foro Romano, Arco di Settimio Severo, Roma, Ophrys sphegodes, 2024 (foto Silvia Cini)

“Green is the new black”?[5]

Gli studi botanici di Darwin, suggerendo uno “zoomorphizing” delle piante[6], ne fanno degli agenti organizzati, attivi, dotati di movimento, capaci di reagire all’ambiente circostante. Un’organizzazione complessa volta a incitare la fecondazione incrociata e ad evitare l’autofecondazione, al cuore dell’evoluzionismo.

Lo spiega bene Jonathan Smith: “I libri di botanica di Darwin fornivano resoconti sconvolgenti e inquietanti sul comportamento delle piante, che le rendevano simili agli animali, persino coscienti, ma questi resoconti erano forniti attraverso descrizioni attente e dettagliate di specie domestiche e familiari. Se il crimine, la violenza e la trasgressione sessuale erano al cuore delle trame della narrativa sensazionalistica, le ricerche sulle piante di Darwin erano piene delle loro controparti botaniche: le esche e le trappole messe in atto dalle orchidee e dalle specie insettivore per assicurarsi cibo e sesso, la gamma di accordi sessuali e di possibilità riproduttive offerte dalle piante eterostilizzate dimorfe e trimorfe, la piccola bottega degli orrori in cui le piante insettivore imprigionavano, annegavano, schiacciavano e dissolvevano la loro vittima. […] i resoconti dei suoi esperimenti sembrano a volte un catalogo di metodi di tortura o un Kama Sutra della sessualità botanica. Nelle sue rappresentazioni del sesso e della violenza botanica, dei crimini e delle torture, Darwin portò in casa l’esotico”[7]. Identificato a lungo col bottino importato dai cacciatori di orchidee di ritorno da luoghi remoti, l’esotico è ormai domesticato se non interiorizzato, anche se questo avvicinamento finisce per produrre risvolti torbidi.

Segnasfalcio, scultura galvanoplastica in rame di orchidea genere Ophrys. Appia Antica, Roma, 2023 (foto Silvia Cini)

Custodi di orchidee

Se le prime due fasi sono speculari, lo stesso vale per le due successive: all’analisi scientifica delle orchidee che attraversa in modo cursorio il XX secolo – da Maurice-Alexandre Pouyanne a Joseph Arditti – corrisponde la recente attenzione verso il mondo del vivente e, nello specifico, verso la natura simbiotica delle orchidee. Le orchidee selvagge dipendono da un fungo simbionte grazie al quale si nutrono e germogliano, e da un animale impollinatore grazie al quale si riproducono[8]. Una “trilogia florale”[9] fondata sull’associazione fiore-insetto-fungo. Conosciuta da decenni, le sue conseguenze sono colte solo di recente, non da ultimo nel campo delle arti visive.

Le orchidee sono piante epifite (crescono su altre piante) ma anche litofite (vivono fissandosi sulle pietre), mostrando una capacità d’adattamento ad ambienti aridi. Ma sono anche, se posso servirmi di un neologismo, urbanofile, perché non disdegnano gli angoli più asfaltati delle nostre metropoli, là dove meno ci aspettiamo di assistere alla fioritura di un’orchidea spontanea.

È uno degli apporti del lavoro di Silvia Cini: andare alla ricerca di orchidee non in lande remote ammantate da un esotismo cripto-colonialista ma sotto casa, in quartieri di Roma marginali e abbandonati, in angoli interstiziali che sfuggono alla pianificazione urbana, come quelle parcelle minuscole dei piani catastali che attiravano l’attenzione di un Gordon Matta-Clark. Friche, sparti-traffico, rovine archeologiche, fermate della metro, aree sfalciate, lontane dalle foreste del Sudamerica dove venivano estirpate le orchidee: sono questi i bio-indicatori della salute del suolo.

Solo così è possibile liberarsi da un’idea di wilderness che scinde chirurgicamente il selvaggio da ogni sfera umana. Anziché operare scissioni al cuore del vivente, anziché sforzarsi di distinguere “autoctono” e “alloctono”, riportare il selvaggio nel cuore dell’azione umana, e riportare l’essere umano al cuore del selvaggio. Se questo è uno dei motori della ricerca di alcuni artisti tra cui Silvia Cini, si comprenderà meglio la sua ambivalenza verso gli orti botanici: collocati nei pressi dei centri storici cittadini, preservano la biodiversità e per molti rappresentano l’unica via d’accesso alla vita vegetale, pur scindendola dal tessuto urbano.

Ora, nelle quattro fasi qui evocate sulla storia moderna delle orchidee c’è un aspetto che ho finora trascurato e che ci riporta, in chiusura, al cuore della pratica artistica. Vi è infatti un netto squilibrio tra le prime tre e la quarta riguardo alla loro capacità di fare immagine: che si tratti di cacciatori di orchidee, di orchidee cacciatrici o di orchidee esaminate, l’immaginario convocato – visivo quanto letterario – è esuberante. Potremmo dilungarci a lungo su resoconti scritti, film di finzione o illustrazioni di ogni sorta puntualmente ripresi dalle ormai numerose pubblicazioni sul plant turn.

Nel dipinto Cattleya Orchid and Three Brazilian Hummingbirds (1871), Martin Johnson Heade ritrae il fiore nel suo habitat naturale, contravvenendo alla tradizione della tavola scientifica che isolava lo specimen su uno sfondo bianco. Curiosamente, a Heade interessavano anzitutto i colibrì, protagonisti di Gems of Brazil, un libro illustrato cui pensa durante il suo primo viaggio in Brasile nel 1863[10]. Il progetto non venne mai realizzato, ma Heade ci lascia uno dei ritratti più vividi di un’orchidea, a metà strada tra tavola scientifica e pittura di paesaggio.

Diversa la situazione quando alle orchidee è affiancata l’idea di cura perché, in questo caso, manca qualsiasi rappresentazione, che sia nel campo delle arti visive o dell’illustrazione scientifica. E questo vuoi a causa del rapporto che la cura instaura con una quotidianità lontana dalla preziosità della pianta esotica, vuoi a causa del connubio (urbanofilo) tra orchidee e metropoli. Sono senza dubbio queste le ragioni che spingono Silvia Cini a pensare a interventi on life[11] – ovvero più attenti al processo che al manufatto –, lontani dalla tradizione della natura morta: dalla performance alla danza, dal ricamo alle galvanoplastiche, dal dialogo con botanici e agronomi alla valorizzazione degli acquerelli e dell’erbario realizzati dal paesaggista-orcheofilo Enrico Coleman tra il 1893 e il 1910. Gesti di custodia attenti a preservare, oltre che il nostro rapporto con le orchidee, le dissonanze di una natura in movimento.

Silvia Cini. Avant que nature meure
a cura di Alessandra Pioselli
Quodlibet, 2024
152 pp., 20 €


[1] Cfr. Jim Endersby, Orchid. A Cultural History, Londra, Royal Botanic Gardens, Kew, 2017.

Alessandro Wagner, Fare l’amore come un’orchidea. Storia e mirabilia del fiore più intelligente del mondo, Milano, Ponte alle Grazie, 2023.

[2] Valérie Chansigaud, Une histoire des fleurs. Entre nature et culture, Paris, Delachaux et Niestlé, 2014, p. 88, pp. 93-94. Cfr. in part. “Les fleurs sont-elles victimes de la mode ?” pp. 88-105.

[3] Cfr. Jonathan Smith, “Darwin’s plants and Darwin’s gardens: Sex, sensation and natural selection”, in Sue Edney (a cura di), EcoGothic Gardens in the Long Nineteenth Century. Phantoms, Fantasy and Uncanny Flowers, Manchester, Manchester University Press, 2020, pp. 99-113, cit. pp. 104-105.

[4] Cfr. Timothy S. Miller, “Lives of the Monster Plants: The Revenge of the Vegetable in the Age of Animal Studies”, Journal of the Fantastic in the Arts, vol. 23, no. 3, 2012, pp. 460-479; Tina Gianquitto, “Criminal botany: progress, degeneration, and Darwin’s Insectivorous Plants”, in Tina Gianquitto and Lydia Fisher (eds.), Americas Darwin: Darwinian Theory and U.S. Literary Culture, Athens, University of Georgia Press, 2014, pp. 235–264.

[5] Teresa Fitzpatrick, “Green is the new black. Plant monsters as ecoGothic tropes; vampires and femmes fatales, in Sue Edney (a cura di), EcoGothic Gardens in the Long Nineteenth Century. Phantoms, Fantasy and Uncanny Flowers, Manchester, Manchester University Press, 2020, pp. 130-147.

[6] Jim Endersby, “Deceived by Orchids: Sex, Science, Fiction and Darwin”, in British Journal for the History of Science, 49, 2016, pp. 205-229, cit. p. 210.

[7] Jonathan Smith, “Darwin’s plants and Darwin’s gardens: Sex, sensation and natural selection”, in Sue Edney (a cura di), EcoGothic Gardens in the Long Nineteenth Century. Phantoms, Fantasy and Uncanny Flowers, Manchester, Manchester University Press, 2020, pp. 99-113, cit. pp. 102-103.

[8] Cfr. Riccardo Venturi, Prepotenza di vita. Stare con i licheni, in Ti con Zero, a cura di Paola Bonani, Francesca Rachele Oppedisano, Laura Perrone, Palazzo delle esposizioni, Roma, 11 ottobre 2021-27 febbraio 2022, pp. 68-91.

[9] Yves Delange, Les orchidées racontées, in L’ABCdaire des Orchidées, Paris, Flammarion, 1996, pp. 11-27, cit. p. 15.

[10] Cfr. Franklin Kelly, American Paintings of the Nineteenth Century. Part I, Washington, National Gallery of Art; New York-Oxford, Oxford University Press 1996, pp. 287-297.

[11] Secondo il neologismo coniato dal filosofo Luciano Floridi.

Riccardo Venturi

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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