Quando David Lynch parlava le sue dita vibravano. Che si rivolgesse agli attori o le attrici che dirigeva sui set; che interpretasse Gordon Cole in Twin Peaks; che intervenisse durante i convegni sulla meditazione trascendentale o che conversasse con gli intervistatori che cercavano invano di strappargli la chiave attraverso cui finalmente aprire i suoi film, ciò che pensava si propagava attraverso tutto il suo corpo. E allora, quando parlava, David Lynch alzava il braccio, sospendeva la mano a mezz’aria, vicina al suo viso, e le sue dita vibravano. Ho sempre pensato che quella oscillazione – così strana, così elegante – fosse il suo modo per scandire il ritmo del pensiero. Tant’è che quel tremito accelerava, rallentava o si estendeva a tutta la mano in base all’intensità dei concetti che voleva trasmettere. Quando la mano si irrigidiva e le dita prendevano a nuotare rapidissime nell’aria accadeva un’altra cosa: contraeva i muscoli del viso, arricciava le labbra e strizzava le palpebre. E allora si avvertiva concretamente che in quel momento stava spingendosi in un territorio aperto, come se si avventurasse in acque profonde e, di fronte a questa visione, avesse bisogno di raccogliersi e chiudere gli occhi per tenere tutto il pensiero dentro. Con gli occhi chiusi, vedeva. E le parole erano respiro che cerca l’aria aperta. Per noi, davanti allo schermo, in quegli attimi tutto diventava serio e delicato, ci affidavamo a quelle antenne vibratili e a quella voce così riconoscibile, così famigliare e, d’improvviso, respiravamo la stessa aria.
Per David Lynch la comunicazione di sé, delle immagini che creava, dei suoni e di tutti i numerosi mondi a cui ha dato consistenza, non aveva alcuna importanza. Chi crea davvero sa che comunicazione e creazione sono in un rapporto di reciproca resistenza. Ciò che gli interessava, oltre ogni cosa, era trasmettere. Al fondo di ogni immagine integra insiste un’unica proprietà: quella della relazione. Certe immagini ci fanno viaggiare, altre no. Trasmettere è farsi ponte tra un aldilà di senso e un aldiquà, e le immagini capaci di trasmissione ci aiutano a ricordare che, rimpiattato nel cuore di questo aldiquà in cui esistiamo, che così spesso appare piatto e incrinato, persiste qualcosa di più grande: una vita ferina, impetuosa, selvaggia. Tutto ciò che riesce a trasmettere senso mette in relazione, si annoda, si intrama, unisce e trasporta verso una visione che è oltre il limite del non ancora pensato. Ogni volta che, sempre in forme diverse, Lynch ha restituito gli itinerari dei suoi viaggi e dei suoi inabissamenti ha spostato quel limite. Ha reso visibile al mondo ciò che viene continuamente sepolto: la vita sprofondata, la vita radicata, immaginata e mescolata delle cose; restituire al mondo è un atto di profonda fiducia nelle relazioni nascoste tra ogni cosa che si compie riconsegnando alla visibilità la terra come ciò che copre la vita. Spingendo il confine più in là ha aperto e liberato porzioni di spazi in cui noi, ora, siamo liberi di muoverci. Forse è per questo che attorno ai mondi di David Lynch, da ogni punto della terra, si è stretta una comunità instancabile di persone legata, per amore, a quei mondi insieme strani e meravigliosi, stretta all’esperienza di quelle immagini e di quelle visioni. Ecco un’altra differenza tra comunicare e trasmettere: comunicare non crea comunità perché la comunicazione è a senso unico. Al contrario, trasmettere intreccia l’uno con l’altro in un gioco di reciprocità riconoscendosi imbarcati insieme in un’esperienza in cui si condividono le traiettorie nelle quali tutti vediamo i segni dello stesso viaggio e degli stessi desideri prolungarsi in ogni respiro e sui lineamenti di ogni volto.
Perché, per esempio, nonostante l’intreccio si sfilacci continuamente mettendoci alla prova; perché malgrado i significati saltino via e le interpretazioni si sospendano, quando si arriva al Club Silencio, in Mulholland Drive, non riusciamo mai a trattenere una commozione incontenibile? In quei momenti in cui si sente chiaramente che le immagini diventano incandescenti e così forti da essere inscalfibili da qualunque interpretazione che tenti di soggiogarle a una qualsivoglia narrazione, il pensiero, finalmente, si slaccia e si abbandona. Tutto il corpo sente, per un attimo, che non è solo qui che accadono le cose e che bisogna andare più lontano per vedere, affidandosi a quelle immagini che, di quel lontano, si fanno soglia. E là si respira.
Con David Lynch la posta in gioco non è mai sul piano dei significati o dei contenuti: chiunque si ostini a rimanere fermo nella volontà interpretativa – di riduzione, di addomesticamento di ciò che viene da un fuori sconosciuto e diverso – arriverà a risultati parziali e insoddisfacenti. Da quasi vent’anni, per esempio, le elucubrazioni sul significato di un film come Inland Empire rimangono scatenate. E questo David Lynch lo sapeva e, di certo, lo divertiva molto.
Giustamente Lynch viene molto spesso associato a una costellazione semantica di cui fanno parte alcuni termini come: inquietante, perturbante, uncanny, unheimlich, spaventoso, allucinante, noir, misterioso, oscuro, ecc. Ed effettivamente veniamo catapultati dentro queste atmosfere: si insinua, in una trasparenza, un’incrinatura obliqua, una sconnessura sinistra, che sembra giungere da altri mondi e ne mostra la realtà invivibile, irrespirabile, oscura e priva di stelle. E in questi mondi alternativi e bui che cominciano a sovrapporsi gli uni agli altri, pesa il sospetto che il male non si trovi localizzato dove i fatti sembrano indicarlo e situarlo, ma ancora più in là, in punti ancora più lontani, fuori, in un inconoscibile o impensabile di cui avvertiamo solo lampi, i bagliori; o forse più vicino di quanto pensiamo, nella parte sconosciuta e insondata, negli anfratti più reconditi di noi stessi, nei sogni, negli incubi.
Eppure anche nell’oscurità più sorda c’è sempre musica nell’aria. Non è solo attraverso il male e le sue rappresentazioni che Lynch ha restituito al mondo le sue visioni: c’è evidentemente qualcosa di più forte e di estremamente coerente che, da decenni, anima il suo pubblico e lo trasforma in una comunità che condivide le passioni e i desideri. Forse, una specie di speranza. Nelle opere di David Lynch tutto è insieme e mescolato e ciò che tiene uniti i pezzi è sempre l’amore. Un amore così smisurato per la vita, talmente sconfinato che si irradia in ogni direzione e tocca gli attori e le attrici e i personaggi, ogni singola immagine, ogni singolo suono o musica e anche noi che guardiamo. L’amore è una forza che trapassa tutta l’opera di Lynch e che, ogni volta, come forza attiva, opera in modo concreto opponendosi al buio. È un bagliore che improvvisamente illumina ogni cosa e fessura anche il fondo più oscuro emettendo lampi di indistruttibile speranza facendosi, per noi, difesa, scudo, resistenza. È come se il buio venisse sempre piegato da questa forza immensamente più potente che ci permette di accettarlo e di abbandonarci dandoci la possibilità di sentire che anche la notte più fitta, nel suo rovescio, è trapunta dal desiderio.
Negli anni, ci siamo così affezionati ai personaggi che David Lynch ha creato che sentiamo, verso di loro, un affetto sincero e incondizionato. Per questo motivo, nonostante sprofondiamo lentamente e inesorabilmente nelle nebbie misteriose di Twin Peaks (2017), esultiamo commossi quando, dopo 25 anni, Big Ed e Norma Jennings finalmente riescono a coronare il loro amore. Un barbaglio intensivo di vita che è più forte di ogni oscurità. Questi momenti si rendono possibili perché ogni inquadratura di Lynch è una carezza, ogni immagine è un atto d’amore. È sempre il rispetto che rende l’amore cristallino: tutte le immagini, a maggior ragione quelle più lynchiane, quelle che provengono da un altrove assoluto e impensabile, sono create con estrema cura, con un’etica ferrea verso le immagini stesse e lo sguardo dell’autore e degli spettatori. In David Lynch, per esempio, la violenza non è mai gratuita, mai esposta o esibita come spettacolo e quando si passa attraverso il dolore, anche quello più lancinante, arriva sempre in soccorso qualcosa che ravviva la speranza.
Tutto coesiste sullo stesso piano. David Lynch sa che l’arte può avere la potenza di un miracolo tutto umano e che le immagini possono raggiungere vette sconosciute da cui il mondo che conosciamo si allarga a qualcosa che prima non si vedeva: là si fondono insieme i tempi, gli spazi; il reale si mostra come l’abbraccio tra l’attuale e la virtualità di tutti i possibili e l’arte torna a essere finzione che, come potenza poietica, crea il mondo e fabbrica la verità. L’arte è una menzogna o un sogno che, per il solo fatto che esista, esercita una potenza affermativa e elimina il momento reattivo del negativo producendo alternative, aprendo diverse prospettive sul mondo, trasformandolo.
Anzi, è forse, paradossalmente, proprio in virtù della non linearità, della difficoltà e della complessità delle opere di Lynch che ne veniamo così attratti: nel profondo sappiamo che non c’è una retta da seguire e che anche la nostra vita è così e che dentro la vita, d’improvviso, può accadere tutto. Perché quando si scorge, anche solo per un istante, l’esistenza di un altrove e quando le immagini ci scuotono dal torpore, si entra in un movimento desiderante che non si ferma più, che non può far altro che continuare ad andare, a guardare oltre, a cercare, a immaginare, a sognare.
Dentro la vita c’è qualcosa di troppo forte, di troppo potente e di troppo intenso per cui resistere. L’arte è una delle cose per cui vale la pena resistere. David Lynch ci ha mostrato come la vita sia scossa da vibrazioni smisurate che eccedono le nostre capacità di comprensione e che ci attraggono fuori di noi, su una specie di crinale sul quale il possibile può essere, sempre e di nuovo, visto, esperito, desiderato. Solo chi ha un incrollabile rispetto per il suo pubblico riesce a creare qualcosa da consegnare a veggenti capaci di vedere, nel caos, i punti di giuntura di tutti i segni disseminati in un reticolo di spazio e di tempo tridimensionale: non più solo l’attimo frontale incollato a una sola linea, ma intere famiglie di segni interdipendenti che aprono non più a una storia, ma a una visione. Dentro quella visione ci si incontra di nuovo e l’amore, che da sempre muove le correnti del mondo, torna a essere lo slancio che reindirizza la vita verso se stessa. È proprio là, in quella zona densa in cui tutto è allacciato – la stessa dell’amore – che l’arte può farsi e non altrove. L’amore di David Lynch per la vita si nutre di una speranza indistruttibile, che rimane là come una stella fissa verso cui continuerà a tendere tutto ciò che ha creato. Lo dice Margaret Lanterman, la Signora Ceppo, nella terza puntata della prima stagione di Twin Peaks (1990): «C’è una certa tristezza in questo mondo, poiché ignoriamo molte cose. Sì, ignoriamo molte belle cose. Cose come la verità. Perciò la tristezza, nella nostra ignoranza, è molto reale. Le lacrime sono reali. Che cosa sono le lacrime? Ci sono persino dei piccoli condotti, i condotti lacrimali, per produrre queste lacrime, in caso di tristezza. Poi, il giorno in cui la tristezza ci colpisce, ci chiediamo: “Chissà se questa tristezza, che mi fa piangere; chissà se questa tristezza che mi spezza il cuore avrà mai fine?” La risposta, ovviamente, è sì. Un giorno, la tristezza avrà fine».[1]
[1] «There is a sadness in this world, for we are ignorant of many things. Yes, we are ignorant of many beautiful things – things like the truth. So sadness, in our ignorance, is very real. The tears are real. What is this thing called a tear? There are even tiny ducts – tear ducts – to produce these tears should the sadness occur. Then the day when the sadness comes – then we ask: “Will this sadness which makes me cry – will this sadness that makes my heart cry out – will it ever end?” The answer, of course, is yes. One day the sadness will end».
In copertina: Isabella Rossellini e David Lynch sul set di Blue Velvet (1986)
