“Ci sono molti modi per liberare lo sguardo. Si tratta più di rimuovere vari blocchi psicologici che di cambiare realmente l’occhio”[1], scriveva Jonas Mekas nel Movie Journal del 6 febbraio 1964, pubblicato sul “Village Voice” di New York, riferendosi alle nuove metodologie di quel tempo come proiezioni multiple e simultanee su schermi diversi, happening e installazioni immersive. Pratiche che consentirono di concepire il cinema diversamente, di espanderlo e oltrepassarne i limiti tradizionali come medium, esplorando nuovi spazi e modalità di interazione tra immagini in movimento, pubblici e contesto. Ad oggi, i nostri occhi continuano ad essere limitati, e il non vedere rimane non tanto un fattore tecnico, strutturale o meccanico, quanto piuttosto culturale[2], frutto di abitudini consolidate, paradigmi invisibili e narrazioni che delimitano il nostro campo visivo, orientando ciò che può essere osservato e ciò che invece resta ai margini. Vecchie domande che richiedono ancora nuove risposte.
La mostra personale Leitmotiv di Gaia De Megni, a cura di Francesca Guerisoli presso gli spazi di Fondazione La Rocca a Pescara, si interroga sulle politiche dello sguardo, sulle molteplici possibilità della visione di un determinato contesto, e sulle conformazioni che producono un sentimento d’appartenenza. Il soggetto in esame è Portofino, con le sue immagini iconiche e la narrazione mitologica costruita attorno al borgo a partire dagli anni ‘60, che diventa il punto di partenza per un’indagine sul concetto di luogo come costruzione culturale e sociale. La mostra esplora come alcune macrostrutture del turismo, del capitale simbolico e dell’estetizzazione del paesaggio abbiano trasformato un piccolo villaggio ligure in un simbolo globale di esclusività, anche grazie al cinema stesso. Il progetto espositivo è suddiviso in atti, ognuno strettamente collegato all’altro in un dialogo continuo, come in un leitmotiv che si ripete e si trasforma. Questo approccio strutturale guida il pubblico attraverso un percorso stratificato, approfondendo la rappresentazione cinematografica, a partire da un frammento di Al di là delle nuvole (1995), film diretto da Michelangelo Antonioni in collaborazione con Wim Wenders, e trattando l’immagine come spazio aperto a storie possibili.

Gesti, luoghi, sguardi, apparizioni sono elementi sintomatici di memorie estetiche e immaginari condivisi[3]. Il primo atto della mostra infatti si concentra sul sentiero che porta al faro di Portofino, rappresentato dal regista all’interno del film. La mostra apre con Rune (2024) una micro installazione composta da piccoli semi e bacelli di carruba fusi in bronzo, scelti per la loro presenza caratteristica lungo il sentiero verso il faro, dove la carruba, pianta tipica del paesaggio mediterraneo, diventa simbolo vivente di radicamento e continuità storica, intrecciando natura e memoria locale. Le immagini ci permettono una visibilità, una nuova architettura del visibile; l’artista infatti ha ridisegnato tre frame di questo percorso e successivamente li ha stampati su carta di seta in Leitmotiv (2024), presentandoli in successione come fotogrammi della pellicola cinematografica, smontata e rimontata. Questo permette di evidenziarel’elemento naturale, rendendolo protagonista non solo del paesaggio ma anche di un sentimento d’appartenenza che lega l’individuo al territorio, evocando così una dimensione intima e collettiva in cui la natura diventa testimone e custode di memorie condivise.

In un mondo fatto di storie accartocciate e ideologie sbiadite, dove il potere postmoderno si fonda sull’interiorizzazione delle norme attraverso strumenti tecnici e linguistici automatizzati[4], emerge la figura di un Soldatino di Carta proposto da Gaia De Megni nel secondo atto della mostra. Fragile ma risoluto, il soldatino proviene da un teatro precario, fatto di sipari fragili e scenografie disegnate, dove il confine tra finzione e possibilità pare vibrante. Di questa figura, però, in mostra rimane solo il cappello, presentato in tre versioni in Murmur (2024), minuziosamente cucito a mano, e un enorme Medagliere (2024) di carta composto da centinaia di sagome di rami d’olivo, anch’esse realizzate a mano. Questi oggetti di scena, che ricordano dei carta-modelli, e presentati come a sottolineare il grado zero della rappresentazione, sono svuotati di qualsiasi riferimento istituzionale. Non celebrano vittorie né atti eroici, ma trasformano le medaglie in simboli fragili, rami di appartenenza ad un territorio Mediterraneo.

Accanto al soldatino, nel Teatro degli aironi (2024), tre marionette per il teatro delle ombre amplificano il racconto e presentando la figura anche qui stilizzata dell’airone cenerino, creando un dialogo tra presenza e movimento. Ispirate al lavoro di Charlotte Reiniger, pioniera dell’animazione con la tecnica delle ombre cinesi, queste figure rappresentano un mondo altrettanto fragile. Gli aironi, animali simbolici del paesaggio ligure, sono rappresentati in tre diversi momenti di volo, che rievocano la tecnica fotografica sequenziale del precinema di Eadweard Muybdrige. Il movimento sospeso degli aironi si intreccia alla delicatezza del cappello e del medagliere del soldatino, componendo una narrazione comune: un teatro dell’effimero, dove natura e memoria operano una in funzione dell’altra.

Al centro della stanza, a consolidare questo dialogo tra immagine e narrazione, si trova il libro d’artista Profeta, un film/libro realizzato per PiccoleBaie Books da Federico Nicolao. Composto da un’unica scena in cui un uomo su una barca dà da mangiare ai gabbiani, Profeta si sviluppa come una serie di frame scomposti, con pagine sciolte che sembrano evocare la frammentarietà della memoria e dell’immagine. In uno di questi frame, il gabbiano appare perfettamente alle spalle dell’uomo, le sue ali aperte in un gesto che lo trasforma in una figura quasi angelica o profetica. Questa sovrapposizione di corpi, realtà e immaginazione richiama il tema centrale della mostra: ogni elemento, con la sua consistenza fragile e la sua simbolicità, si fa portatore di storie collettive e intime, mettendo in scena una politica trasformativa della memoria diametralmente opposta alla fissazione di significato.

La mostra si conclude con Albedo (2024), installazione video che riflette sul concetto di luce e permanenza, utilizzando tre canali video proiettati su lastre di marmo bianco cristallino. Le lastre, sorrette da sacchi di juta, sembrano oscillare tra la solidità del materiale e l’instabilità della loro base, evocando una tensione perpetua nella rappresentazione.
Il faro di Portofino, punto di partenza della mostra e simbolo che attraversa l’intero progetto viene qui rappresentato da Gaia De Megni, come a voler completare la narrazione di Antonioni. La sua luce intermittente, catturata da tre prospettive sul promontorio, diventa un testimone silenzioso del passare del tempo e delle vite circostanti. Le tre proiezioni narrano momenti distinti: l’accensione, il pulsare della luce nel buio, e l’oscurità.
Il faro, struttura architettonica che scandisce ritmicamente la linea estrema del mare, è una macchina di geolocalizzazione luminosa che necessita di continua attivazione; incarna un punto d’arrivo, un riferimento verso il pericolo, ma è anche un dispositivo analitico, uno strumento strategico di osservazione attiva verso le trasformazioni del contemporaneo. In questo senso, il faro si pone come un “dispositivo” capace di rispondere a un’urgenza, illuminando il borgo e intrecciando vite, stagioni e storie. Un testimone silenzioso che, come le immagini proiettate, illumina il paesaggio e lo trasforma in un grande film corale in cui ogni individuo è protagonista, temporaneo e fugace. Di fatto, non viviamo che nel dissolvimento di una storia.
Gaia De Megni
Leitmotiv
a cura di Francesca Guerisoli
Fondazione La Rocca, Pescara
fino al 24 gennaio 2025
[1] Jonas Mekas, Scrapbook of the Sixties. Writings 1954-2010, Spector Books, Leipzig, 2019;
[2] Ibidem;
[3] Georges Didi-Huberman, Popoli in lacrime, popoli in armi. L’occhio della storia 6, (a cura di) Renato Boccali, Mimesis, Milano-Udine, 2020.
[4] Franco “Bifo” Berardi, Disertate, Timeo, Cles (TN), 2023.
In copertina: Gaia De Megni, Medagliere, 2024, 168 medaglie, nastri di stoffa, sagome in carta cotone; 6 aste in legno e tessuto. Installazione site-specific, dimensioni ambientali. Foto di Iacopo Pasqui. Courtesy l’artista e FLR Fondazione La Rocca
