Il cinema come contro dizione

01.01.2025

Esiste, senza alcun dubbio, una via maestra del cinema odierno. È una via sulla quale raramente si trova qualcosa d’interessante. Si può, talvolta, trarre qualche piacere estetico dalle grandi pellicole hollywoodiane ma siamo nell’ordine del loisir, nulla di più. Sull’altra sponda dell’epoca, si trovano i film impegnati, quelli a sfondo sociale, che, spesso, sono poco più che deprimenti, per l’assenza totale di esprit de finesse. Così, il cinema diventa, per uno spettatore senza accesso ad altri canali, irrilevante.

Proprio per questo, è motivo di stupore scoprire, tramite il canale più appiattente di tutti, Facebook, l’opera, ormai ultraventennale, del duo Sol Suffern-Quirno & Rudolf Di Stefano.

Il loro è un lavoro estremamente rigoroso iniziato, nel 2001, con la sperimentazione di Dojo Cinéma (esperienza di “cinema totale” in un sotterraneo di Montreuil) e poi proseguito, dal 2010, con due o tre corti e/o un lungometraggio all’anno. Definirei, per quel che valgono le definizioni, il loro un cinema post-godardiano (Lettre à Godard, 2002 e Lettre à Jacky Evrard, 2021) e post-straubiano (il bellissimo e metodologico Nos yeux se sont ouverts, 2010). Fondato sul montaggio e sulla riappropriazione di una tradizione cinematografica e filosofica di varia provenienza, il loro cinema è asciutto, privo di sbavature, ridotto al minimo, eppur coinvolgente, teso, ritmicamente giusto.

Il duo si muove con tatto e agilità nel solco di una tradizione eteroclita ed eterodossa, che spazia da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn e Alexandre Blok fino a Pier Paolo Pasolini, passando per storici delle religioni come Eugenio Corsini e filosofi radicali come Alain Badiou. Il risultato è un cinema anarchico, privo di un principio fondatore e regolatore, ma capace di vivere fino in fondo la tragedia contemporanea, la sua contraddizione inconciliabile. Una contraddizione che viene trasformata, grazie al cinema, in affermativa contro dizione, in un dire altro o un dire altrimenti: un dire non solamente denotativo rispetto alle contraddizioni del presente e nemmeno semplicemente in opposizione ad esse, ma veramente altro.

Si tratta del più convincente esempio di ripensamento del tragico hölderliniano, cioè del tentativo di rianimare lo spirito tragico nella contemporaneità. Philippe Lacoue-Labarthe – tra i pensatori recenti quello che ha indagato più a fondo il lavoro di Hölderlin sui tragici greci – credo sarebbe impressionato dal loro cinema. Suffern-Quirno & Di Stefano riescono, infatti, a trovare quel punto antiritmico in cui la farsa postmoderna mostra il suo lato tragico. Poiché è proprio questo il punto nodale del nostro tempo, la sua incapacità di riconoscere la propria tragicità e, soprattutto, di darne un’immagine, una rappresentazione (Les désorientés, 2023).

In un film come Notes pour une nouvelle apocalypse (2018) appare evidente questa loro tensione tragica, questa loro capacità di composizione dell’incomponibile, di dare forma alla dissociazione, alla disperante e soffocante realtà. Ci si trova di fronte a un cinema, questa volta sì, militante, ma capace di muovere sentimenti e pensieri, come anche di risimbolizzare il deserto del realismo contemporaneo. Questo apparentemente impossibile reicanto cerca una propria strada attraverso le due grandi tradizioni utopiche e visionarie, il cristianesimo e il comunismo, facce speculari di una fede profonda in un avvenire, in un altro mondo.

Suffern-Quirno & Di Stefano non scelgono tra l’uno e l’altro, vogliono tutto, vogliono conservare il nucleo profetico di ognuno dei due e ne rinvengono le tracce in ogni dove, nel grande cinema, nella filosofia, nei tragici greci, nelle fabbriche (Ouvriers poètes, 2022), nel grigio delle città.

È il cinema come annuncio (Annoncer Saint Paul, 2003) che, di fronte al disorientamento generale, si rivolge a quelli che ancora e per sempre non rinunciano a credere (À ceux qui croient, 2024). Tentativo, il loro, di creare un pubblico, uno spazio pubblico, un popolo, direbbero. Un popolo di non eletti, il popolo senza elezione, quello dei diseredati della terra, degli ultimi, dei marginali, degli esclusi, dei fuori legge – di coloro a cui, non avendo più nessuno in cui credere, è rimasta solo una cieca speranza, ma totale. La fede in un evento impossibile, impensabile, invisibile. Avvento dell’immagine che salva, che spinge verso la salvezza, verso una prassi salvifica.

E questa prassi è prima di tutto un’azione di ricomposizione simbolica, una prassi immaginifica capace di far tornare a immaginare un futuro, un avvenire, un mondo a venire.

Prendere, afferrare nel passato ogni frammento di futuro e rimontarlo in una nuova e inedita sequenza di senso. Allora Saulo, il re, diventa Paolo, il piccolo – e Pasolini risuona in Paolo e Paolo in Marx. Non serve prendere tutto di ogni cosa, di ogni pensiero, di ogni opera d’arte, di ogni tradizione, di ogni esperienza perché l’integralità di ogni cosa è, in fondo, insignificante ma, soprattutto, l’integralità non serve a granché per cambiare la vita, questa vita, qui, oggi. Scegliere solo quel che, qui ed ora, può creare un ritmo, un ritmo di rivolta, di trasgressione, un ritmo capace di creare cesure e squarci nel continuum soffocante del tempo, nel silenzio di un’epoca.

Da qui l’importanza del montaggio, della scelta selettiva e rivitalizzante. E, sicuramente, Suffern-Quirno & Di Stefano hanno un notevole senso del ritmo visivo. Nulla di più facile, in questo genere di cinema, di sconfinare nella noia, in immagini e film che si trascinano. Non è il loro caso, soprattutto nei loro corti, spesso dalla misura perfetta, in cui l’alternanza tra parola e immagini, tra silenzio e musica dà l’impressione di un respiro primario che sottrae all’asfissia, all’apnea del nostro sopravvivere.

Il cinema non è morto, e scoprirlo è una bella esperienza. Un’esperienza che aiuta a credere, a tornare a credere, che un altro mondo è, forse, ancora possibile.

Per scoprire di più si può consultare il sito https://distefano-suffernquirno.fr/

Federico Ferrari

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto” (Johan & Levi, 2013; 2024), “L’anarca” (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Visioni” (Lanfranchi, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023), “Ritratti” (Sossella, 2025), “Nicola Samorì, sulla soglia del tempo” (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, “La pelle delle immagini” (Bollati Boringhieri, 2003) e “Estasi” (Sossella, 2022).

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