Agnes Questionmark sarà impegnata in un progetto dal titolo Am I Human?, dedicato all’esplorazione del concetto di “essere umano” e del suo superamento. L’iniziativa si svilupperà attraverso un workshop teorico e performativo, che si terrà dal 27 al 29 novembre 2024 al MACRO (mercoledì 27 e venerdì 29 dalle 12 alle 18) e al Museo delle Civiltà (giovedì 28 dalle 12 alle 18) di Roma.
Nel libro Autobiografia di un polpo, la filosofa e psicologa Vinciane Despret fonde la rigidità della narrazione scientifica con il mondo visionario della favola, in un esercizio teorico e immaginativo situato nel solco della più recente fiction theory. Attraverso racconti elusivi e porosi, in bilico tra la fittizia pretesa di fedeltà agli apparati etologici e una più corrosiva fantasia con cui riformulare i parametri di comprensione o convivenza con l’alterità, Despret modella una nuova mitologia della scienza, le cui narrazioni ibride ed eversive invitano, per assurdo, a ricalibrare il nostro grado di attenzione nei confronti degli animali non umani. Le tracce da loro lasciate costituiscono, nel filtro di questo détournement scientifico, letterario ed estetico, una grammatica di significazioni alternative leggibili come ineludibili segni di valore artistico. Tra le storie che gli animali raccontano nel libro, una di queste ha, infatti, per oggetto una clamorosa scoperta: il ritrovamento di un’iscrizione su vasellame stilata con dell’inchiostro spruzzato da uno o più polpi[1]. La nuvola d’inchiostro, generalmente utilizzata in quanto dispositivo furtivo nelle pratiche mimetiche dell’animale, diverrebbe il canale attraverso cui quest’ultimo è in grado di conformare e tramandare una testimonianza di sé, non corrisposta unicamente a una funzione scaturita dall’istinto di sopravvivenza, ma dotata di specifico e consapevole valore storico, artistico e autobiografico. L’impulso biologico incarnato in atto performativo viene codificato in una forma di scrittura che, seppur ancora commisurata sugli impianti semiologici propri dei nostri apparati comunicativi, metterebbe in discussione l’abilismo con cui l’essere umano si ammanta dei propri privilegi creativi. Questa trasformazione delle consuetudini del linguaggio, della sua autografia, ricezione e funzione, aprirebbe a modalità espressive ben più imprevedibili e complesse, calibrate sulla reciproca affezione tra specie, a cui sottostanno i modi di intendersi e relazionarsi, di desiderare di essere altro, di significare il proprio corpo o quello altrui.
Al di là dell’ovvia finzione narrativa che Despret mette in atto, ciò che qui interessa è il tentativo di verificare condizioni sperimentali volte a sgretolare l’ontologia della differenza e pensare a modificazioni corporee e attitudinali, attraverso cui comprendere e integrare altre forme di soggettività nelle nostre vite, predisponendoci possibilmente a vedere o ascoltare pazientemente ciò di cui gli animali non umani sarebbero capaci, oltre le logiche di mero sfruttamento o intrattenimento. Visti da questa prospettiva, anche gli animali potrebbero essere considerati artisti. Verrebbe qui quasi spontaneo chiedersi, all’inverso, se nell’apprestarsi alla pratica di Agnes Questionmark, artista nata a Roma nel 1995, ella stessa non possa essere esaminata in quanto artista-animale, attiva in un continuo processo (biologico, creativo, relazionale) di riscrittura dell’esistente e di ridefinizione delle narrazioni biologiche, corporali, ecologiche o delle gerarchie sessuali, ispirata da una pratica tentacolare di collaborazione con elementi naturali e scientifici.
Questionmark ha inizialmente lavorato sistematicamente con la performance, creando habitat immersivi legati al mondo marino e utilizzando il suo corpo come dispositivo di frontiera sconquassato da un sistema di relazioni complesse. Presupposti inter-specisti, tematici, pedagogici e iconografici preparano le fondamenta su cui l’artista ha forgiato un’identità fisica e sociale non conforme, intercettando questioni di stringente e preoccupante attualità: «Evolveremo in risposta agli eventi ambientali? Il postumanesimo organico, ossia l’idea di una trasformazione attraverso mezzi biologici, potrebbe rappresentare un futuro concreto?»[2]. Più che suggerire una risposta certa, l’artista decostruisce i caposaldi evoluzionisti su cui si reggono le istanze di tali domande, attraverso una pratica performativa e speculativa orchestrata a partire dalla caustica tripartizione fra il suo stesso corpo, la natura e la teoria pratica queer.
Le prime performance di Questionmark possono essere suddivise in tre serie interconnesse, in cui il corpo sconfinante dell’artista figura sempre quale protagonista principale. Sottoposto a una situazione scomoda e prolungata nel tempo, esso drammatizza una prassi dalle componenti masochiste, rievocando le spettacolarizzazioni rituali tipiche della generazione di artisti a cavallo tra anni Sessanta e Settanta, che impiegarono il proprio corpo alla stregua di un utensile da tormentare o trasformare attraverso performance rischiose ed estreme[3]. La prima serie riguarda Liquid Ground, azione in cui il corpo viene inserito in un dispositivo spaziale artificiale, ristretto e scomodo, distinto dall’architettura. Nella seconda, Sirenomelia, il corpo viene abbandonato direttamente nell’ecosistema naturale. La terza e ultima, TRANSGENESIS, prevede l’innesto del corpo all’interno di una piscina, contesto architettonico creato dall’uomo e che, tuttavia, presuppone una stringente dialettica tra naturale e artificiale. Le tre performance testimoniano come l’approccio di Questionmark alla natura non venga mai risolto in chiave idealizzante, ma muovendosi all’insegna di una comunione o metamorfosi tra il corpo umano e diverse forme di vita sessuate, al fine di mostrare possibili varianti evolutive: l’acqua, elemento e habitat naturale, per quanto riguarda Liquid Ground; una figura leggendaria come la sirena, in relazione a Sirenomelia e infine un animale non umano, il polpo, per ciò che attiene a TRANSGENESIS.
L’interesse dell’artista verso il concetto di natura e le sue derive si delinea con particolare chiarezza poiché, attraverso l’agency di una corporeità in transizione, lei si propone di sfaldare e problematizzare alcuni modelli normativi legati alla stessa nozione di naturalità, intesa come principio sovra-individuale e incontrovertibile. Dal 2021 è infatti coinvolta in una transizione sessuale, manifestazione di un corpo sia biologico sia politico orientato all’autodeterminazione, in cui la pratica performativa è intrinsecamente avvinghiata alle vicissitudini private. La trasformazione non viene dunque rappresentata come processo intimidatorio o da respingere, ma è parte di uno sviluppo naturale e continuo, attraverso cui si costruiscono e modellano nuovi mondi, mitologie del sé, paradigmi di comprensione e forme ibride di umanità.
Corpi d’acqua, corpi fluidi
Liquid ground è una delle tante performance che prevedono l’inserimento del corpo di Questionmark all’interno di angusti contenitori riempiti d’acqua. Munita di un respiratore, rimane immersa per ore all’interno di un acquario inospitale, progettato con la collaborazione di un team di esperti e appena sufficiente a circoscrivere la sua figura scomposta. Equiparandosi a una creatura a metà fra l’umano e l’anfibio, in questo primo nucleo performativo l’artista s’interroga sul percorso evolutivo che ha portato l’essere umano dall’acqua alla terraferma e sul modo di invertire il cammino con un itinerario a ritroso, in cui retrocedere col passo del gambero nel liquido primordiale, inteso come fonte d’origine e indistinzione.
Stando alle teorie evoluzionistiche, l’origine della vita sulla Terra può essere datata a un periodo iniziato circa 4,4 miliardi di anni fa, quando l’acqua allo stato liquescente apparve sulla superficie terrestre. Fu allora che semplici composti organici, condensati in un brodo primordiale, diedero origine a cellule in grado di sopravvivere sulla base di requisiti minimi e tali da alimentare la propria struttura per riprodursi. Nel corso di milioni di anni, la vita come la conosciamo oggi è quindi progredita a partire da questa soluzione, attraverso fasi successive che, per certi versi, restano ancora imperscrutabili. Con l’avvento della teoria dell’evoluzione per selezione naturale, formulata principalmente da Charles Darwin nel 1858, s’ipotizzò che tutte le forme di vita fossero legate da rapporti di discendenza comune, attraverso alberi filogenetici in ramificazioni riconducenti a un unico progenitore estremamente semplice, la cui esistenza si era originata, per l’appunto, dall’acqua[4]. Se è certamente vero che il contatto tra essere umano e liquido amniotico rimane ancora, nella coscienza collettiva, un prerequisito necessario all’origine della vita, la nozione più ampia di nascita comune generata dall’acqua, intesa come fluido primordiale da cui ogni entità è emersa, sembra essere una remota eventualità, volatilizzata a causa di una neanche troppo misteriosa amnesia collettiva. I termini ‘essere umano’ e ‘acqua’ vengono, ad esempio, assunti in quanto entità chiaramente distinte. Per suturare questa apertura e cementare il nostro stadio di reciproca appartenenza a tale costituente, Questionmark s’impianta in contenitori acquosi dalle forme più disparate: lunghi cilindri, cubi o parallelepipedi. Le profilature rigidamente geometriche richiamano la purezza della scultura minimale, la cui teatralità è animata direttamente dalla presenza dell’artista, in un rapporto pervasivo con il pubblico, immersa in una provetta per esperimenti da laboratorio dell’immaginario.

Più in generale, Questionmark s’impegna nella pratica in molte altre sue azioni, ormai divenute quasi una cifra stilistica dell’artista. Per citarne alcune, Falling in water (2021), eseguita al Teatro Lliure di Barcellona e durante la mostra collettiva Chrysalis: The Butterfly Dream, al Centre d’Art Contemporain di Ginevra (2023); Slaughterhouse (2022), al Performistanbul Centre di Istanbul. Liquid Ground è stata messa in scena in diverse occasioni. Nel 2019, ad esempio, nell’antica Città di Cosa, in Toscana, durante il festival d’arte contemporanea HyperMaremma (Fig. 1) e più recentemente presso FOROF, fondazione che promuove la ricerca contemporanea nel centro di Roma, nel 2022 (Fig. 2).

Il titolo s’ispira direttamente a un passo contenuto nel libro Marine lover of Friedrich Nietsche, in cui la filosofa femminista francese Luce Irigaray invita il suo interlocutore a rammentare il terreno liquido («So remember the liquid ground»[5]), in opposizione alla solidità del pensiero di Nietzsche, che secondo l’autrice era stato complice nel diffondere una visione superomistica, in cui la figura femminile veniva rimossa e sommersa nelle profondità insondabili degli abissi oceanici. Sulla scorta interpretativa delle narrazioni nietzschiane fornite dalle filosofe femministe, sensibili a questo sotterraneo occultamento, l’affioramento da un utero ricolmo di liquido amniotico era parte di un racconto nostalgico da espungere durante la crescita, per disconoscere l’importanza del femminile nella concezione del maschile. L’acqua, sostanza primordiale e mutevole, diveniva per Irigaray un terreno alternativo, fluido e accogliente, da cui emergere non solo in quanto individui consapevoli, ma come portatori e portatrici di un pensiero in dialogo con le profondità dimenticate della coscienza e della storia. La filosofa s’inserisce in un novero di pensatrici che, evidenziando la materialità della differenza sessuale e di genere, hanno dato vita a indicativi slittamenti teorici nel delinearsi dell’idrofemminismo e delle pratiche di cura attraverso l’acqua, a esso relazionate. L’esperienza dell’esistenza incarnata nell’acqua ha infatti dischiuso una prospettiva ecologica all’interno della teoria queer, ampiamente illustrata da Astrida Neimans, scrittrice e teorica culturale, che ha tentato di ragionare su Irigaray come fenomenologa post-umanista, attenta all’insistenza verso pratiche di divenire neganti ogni essenzialismo biologico e materiale[6].
Anche Questionmark riflette attraverso questo prisma, cristallizzandosi nella fissità performativa della sua pratica come un corpo d’acqua dentro l’acqua o, per citare Georges Bataille, «come acqua nell’acqua»[7]. Un’evidenza fisica – quasi tautologica – dell’osmosi incessante, che trasforma il liquido da risorsa vitale a elemento costitutivo, avvolgente e intimamente manifesto della nostra identità: «L’acqua non è soltanto un qualcosa che utilizziamo (per bere, lavarci, cucinare) […] ma anche ciò che incarniamo in senso postumano»[8]. Attraverso la configurazione estetica diretta e costante del processo d’immersione, coesistenza e adattamento, l’artista all’interno di un cilindro acquatico instaura una temporalità differente e prolungata nel contatto con il liquido. Il suo corpo si destruttura in una membrana porosa, trans-corporale[9] e aperta alla contaminazione, complice di una nuova concezione dei corpi utile a ripensare all’atteggiamento verso le acque dentro di noi e nella Terra. Questionmark è motivata dal presupposto che ognuno incarna appunto un “corpo d’acqua”, elemento costituente dal 60 al 90% del nostro organismo. Inoltre, i cicli idrogeologici del pianeta sono organizzati su una continua ridistribuzione dell’acqua già presente sul pianeta stesso, detentrice quindi di una storia millenaria di cui, in un certo senso, anche noi esseri umani ricopriamo una minima parte. Senza esserne pienamente consapevoli, veniamo costantemente confrontati con i molteplici percorsi e le fasi temporali che l’acqua stessa ha attraversato. La memoria personale dell’artista, legata all’infanzia trascorsa in barca con il padre, si fonde con la memoria geologica dei cicli che l’acqua ha attraversato per diffondersi dentro di noi e sul pianeta. Muoversi su un terreno liquido significa per lei imparare nuovi trucchi di sopravvivenza, adattarsi a camere di compensazione alternative che possano farci percepire la materialità della nostra esistenza assieme alle molteplici costituenti del corpo. Affermare di essere un corpo d’acqua significa inevitabilmente mettere in discussione ciò che realmente intendiamo quando diciamo “umano”. Il risultato di tali processi è un corpo malleabile e liquescente, organico ed elusivo, s-composto da fluidi, che convive e si lascia determinare da essi quotidianamente. La fluidità, materiale e speculativa, si fa scivoloso espediente di decostruzione identitaria, inclusa quella di genere: « Se consideriamo noi stessi come corpi d’acqua, acquisiamo la capacità di mettere in discussione la proliferazione eteronormativa della vita»[10].
Rapita dal canto della Sirena
In termini scientifici la «Sirenomelia», nota anche come «sindrome della sirena», è una rara malformazione congenita caratterizzata dalla fusione dei due arti inferiori, con la sembianza di una sorta di coda di sirena. Prendendo spunto da questo dato clinico, Questionmark elabora una performance che, attraverso la celebrazione del concetto di anomalia, fonde scienza, natura, realtà e mitologia, ma anche terra e mare, pesci ed esseri umani. Sirenomelia è stata presentata per la prima volta nel 2022, presso la sede milanese della rivista «Flash Art» (Fig. 3).

Al calare della sera, una strana creatura nuotava indisturbata in una piscina illuminata. La protagonista era di nuovo Questionmark, con indosso un lungo costume in silicone a forma di sirena, perfettamente aderente alla sua pelle, dotato di pinne protesiche sulle braccia e branchie sul viso. I costumi utilizzati dall’artista non cedono mai alla facile estetizzazione, né riproducono in modo edulcorato o fiabesco le creature alle quali s’ispira. Al contrario, denotano una certa inquietudine e dissonanza, riproducendo porzioni di animali in tonalità neutre o violacee, quasi fossero lembi di carne, sanguinolenti, escrescenti e lividi. La scelta stilistica contribuisce a generare un effetto d’indeterminatezza, attraverso la presentazione di una corporeità destabilizzante e implementata: sarà un’umana, un animale, una mutante o nessuna delle entità elencate?
A conclusione del testo per il catalogo della celebre mostra Posthuman, Jeffrey Deitch profetizzava che nel futuro postumano gli artisti avrebbero partecipato attivamente alla ridefinizione dell’esistenza stessa[11]. Sirenomelia accoglie pienamente l’eredità di questa previsione, iscrivendosi in un progetto in corso che riguarda l’ibridazione tra umano e non umano. Mettendo in atto un’ipotesi, l’opera invita il pubblico a interrogarsi sul confine tra realtà e finzione, attraverso l’emersione di significati scaturiti dalla politica espressiva della corporeità queer, trasformando il travestimento artistico in strumento criptico e critico. Ciò che spesso viene considerato inquietante o da rimuovere, come una vistosa deformità corporea, è celebrato da Questionmark innalzandolo con la lente universale della mitologia. Per lei, infatti, le categorie del fantastico non sono funzionali a un mero effetto di stupore, a plasmare epopee o dare spiegazione a fenomeni di difficile comprensione, bensì a rivitalizzare il concetto di anomalia tramite una personale revisione e riscrittura di una narrazione, irrigiditasi in un prototipo dell’immaginario da abbattere. La deformità fisica diventa così promotrice di un nuovo paradigma con il quale conferire legittimità empirica a forme di esistenza considerate plausibili solo nel mondo della finzione, transitando dall’osservazione di un dato clinico alla costituzione della fisionomia di una corporeità fittizia, frutto dell’ibridazione tra un essere umano e un pesce. Se nella mitologia la sirena è considerata una creatura seducente e fatale, nel processo artistico di Questionmark è assunta in quanto corpo fuori dallo standard, frutto di un errore biologico da non correggere, ma esaltare in quanto esistente, coerente e reale, almeno nell’arco temporale in cui la performance viene inscenata. Sirenomelia attiva in tal modo una discussione riguardo l’ontologizzazione delle categorie con cui si costituiscono le classi di maschile e femminile, anormali o integrati, umani e non. Anomalo è infatti il corpo dell’artista, che attraverso l’ibridazione rifiuta l’inclusione in una determinata tipologia, così come i corpi delle persone queer, considerati anomali a lungo e quindi esclusi forzatamente dai parametri normativi della strutturazione sociale. Le numerose forme di disuguaglianza sistemica imposte al mondo umano e non umano, come l’abuso delle risorse ambientali o dei diritti animali, l’omofobia e il sessismo, derivano da una prospettiva antropocentrica e patriarcale filtrata a vario titolo negli interstizi degli apparati esistenziali, trasmessi in termini linguistici. Aggettivi degradanti, quali «degenerato» o «perverso»[12], vengono infatti replicati sia nei sistemi di conoscenza della natura, sia nel corpo sessuato, informando la costruzione critica di un discorso che l’artista mira a prendere in causa e problematizzare simultaneamente.
Uno degli interessi generali che presiedono la performance è quello di dislocare l’arte dagli spazi convenzionali, ridefinendo i confini della fruizione artistica[13]. Questionmark radicalizza, proprio attraverso Sirenomelia, la portata di tale osservazione, concependone una rievocazione in un contesto mondano, che carica l’azione di ulteriori prospettive di indagine. Nell’estate del 2022, sulla spiaggia di Favignana, in Sicilia, si abbandona con lo stesso costume alla deriva tra i flussi del mare (Fig. 4). Le onde trascinano lentamente il relitto “alieno” sulla riva, ricoprendolo con pazienza di alghe e sabbia. Mentre l’azione organica d’inglobamento nella natura completa il suo corso, il corpo sembrerebbe investito dell’aura di una reliquia profana, parte di un rituale di riconciliazione tra entità, richiamando alla mente gli stratagemmi visivi di alcune performance di Ana Mendieta. Come molti degli elementi a funzionamento simbolico, risuona di un messaggio orientato a smantellare le consuetudini con cui ci rapportiamo alla natura e alla sua cura.

In quanto manifesto di una transizione sessuale e interspecifica, l’immaginario fluido di Questionmark si espande a informare anche la sessualizzazione del paesaggio, agente di una pratica di resistenza eco-sessuale. Le riflessioni sviluppate dalla recente branca della queer ecology sottolineano come i sistemi naturali siano stati a lungo rappresentati e percepiti attraverso metafore di riproduzione e dominio binario, sovrapponendo agli spazi un ordine sessuale che rispecchia e amplifica norme culturali eteronormative e patriarcali. Tale narrazione, alimentata dalla retorica dell’eterosessualità obbligatoria, ha marcato il paesaggio “selvaggio” come alterità condannata alla conquista, tracciando confini simbolici che rispecchiano le disuguaglianze di genere, sessuali e coloniali radicate nella società umana[14]. In questo senso, anche l’immaginario acquatico ha subito uno spostamento significativo, portato alla luce da studi che hanno applicato una prospettiva di genere nella percezione e ricezione del paesaggio[15]. Le immagini dei marinai che dominano il mare o dei pescatori intenti a catturare e procacciare risorse marine si sono consolidate, nel lessico della cultura popolare, come potenti metafore di virilità e potere. Anche nell’universo fantastico, basti pensare alle tante divinità fluviali ampiamente ipersessualizzate o alle stesse sirene, transfer e oggetto di un desiderio tipicamente maschile ed eterosessuale. Nella grammatica di Questionmark, al contrario, il mare è spalancato a un territorio di relazioni che rifiutano gli imperativi biologici, celebrando la fragilità e la cura nei confronti della natura. A tal proposito, il video che documenta la performance si conclude con l’immagine della sirena-artista che termina la sua “contro-odissea” naufragando inerme sulla spiaggia, mentre le alghe ricoprono il suo corpo come per assorbirlo e restituirlo alla natura stessa.
L’inquadratura finale rammenta che siamo parte di uno stesso orizzonte del creato e che, inevitabilmente, a esso faremo ritorno. Da questa consapevolezza scaturisce per l’artista l’urgenza di prendersi cura dei paesaggi naturali come si farebbe esattamente con il proprio corpo, lasciarsi plasmare e trasportare da essi, piuttosto che bramare di piegarli alle proprie volontà o esigenze. L’ignoto e le profondità cessano di essere luoghi da dominare, per divenire elementi da accogliere nella nostra vita come agenti di cambiamento. L’ecosistema acquatico si svincola dal “dominio femminile” a cui era stato relegato, per trasformarsi in un contesto scorrevole, in grado di accogliere relazioni e identità che sfuggono agli imperativi della riproduzione e della produttività, dove i confini tra dominatore e dominato, natura e cultura, maschile e femminile si dissolvono nel fluire continuo delle onde del mare.
La rinascita transgenica
L’ultima performance di Questionmark, TRANSGENESIS (Fig. 5), è particolarmente ambiziosa quanto sfibrante, messa in scena per ben 23 giorni consecutivi durante il maggio del 2021, a intervalli regolari di otto ore al giorno, nella cornice dismessa di una piscina in disuso nei pressi del quartiere nord di Londra Belsize Park, sito residuale di quella perversa attitudine capitalista che cementifica gli spazi per poi abbandonarli. Il titolo allude al processo di trasferimento di geni da un organismo all’altro, pratica scientifica impiegata per creare nuove combinazioni genetiche in animali e piante, sia per scopi farmaceutici che per il consumo umano. Contrariamente ai destinatari abituali, l’artista immagina una più radicale forma di evoluzionismo e contaminazione che implementa l’essere umano, a riprova di un equilibro organico ormai alterato da un costante sconfinamento con l’alterità. Pratiche mediche di recente applicazione quali gli xenotrapianti, o più generali materiali di derivazione animale utilizzati durante interventi chirurgici, così come, filtrando col microscopio, gli effetti che alcuni microrganismi sono in grado di produrre sui nostri corpi, hanno reso tangibile la deriva essenzialista del concetto purista di umanità. La rete simbiotica e simbolica che connette diverse specie in una trama più interrelata attecchisce sulle distinzioni formulate dalla moderna biologia, corrodendo i presupposti degli ordini tassonomici, delle esigenze classificatorie e delle livellazioni gerarchiche che consolidano la scala piramidale in cui l’uomo si è situato all’apice[16].

Muovendosi da questo sostrato vischioso, Questionmark si presenta al pubblico all’interno di un gigantesco costume da polpo mutante, realizzato in silicone e attraversato da vene e membrane dall’aspetto organico, estensione epidermica della sua cianotica fisionomia. Un corpo anomalo, tentacolare, minaccioso ma apparentemente indifeso, si staglia sul bordo della piscina come i brandelli di un araldo su un cumulo di macerie, aggrappandosi con molli tentacoli alle superfici piastrellate. Una serie di specchi che circondano l’ambiente restituisce inoltre l’immagine di un sé frammentato e moltiplicato. L’artista, completamente immersa nel ruolo, muove lentamente le braccia, compiendo gesti cadenzati e meditativi. A volte le spalanca, quasi a volersi proteggere o redimere, cercando un intermediario tra la sua carne permeabile e il mondo al di fuori. Fa lunghi respiri, spesso spasmodici e affannati, come i rantoli di un pesce fuor d’acqua. Una liturgia di convulsi movimenti e mimiche, con cui trasmettere il peso, il disagio, il sacrificio di un essere umano agitato dal transito febbrile da uno stato all’altro[17], o da più stati agli altri. La sua trasformazione metamorfica sterza la linea evolutiva verso un’immaginaria destinazione che varca i confini dell’umano fin oltre al transumano, segnando il punto zero della genesi di una creatura capace di adattarsi a un ecosistema in continuo sviluppo. Un mondo che, seppur preferirebbe rigettarla in quanto non conforme allo specismo, spinge alcuni umani a farsi sismografi delle relazioni di prossimità, a cercare vie alternative di reciprocità con gli altri esseri viventi e di sopravvivenza in mutate circostanze ambientali e sociali.

L’attraversamento naturale evocato dalla performance non è solo simbolico e figurativo, ma anche letterale. Gli spettatori, una volta entrati nello spazio, percorrono un tunnel dalle sembianze di un grande ventre pulsante e fecondato, all’interno del quale sono innestate piccole nicchie contenenti feti ibridi, dotati di tentacoli al posto degli arti (Fig. 6). All’uscita dal fittizio corpo gravido, un gruppo di performer esegue una danza rituale, aggirandosi con gesti arcaici e solenni tra anemoni e altre creature marine scolpite (Fig. 7). Il percorso di ontogenesi culmina infine nell’interfaccia con il polpo-artista, apice di una gestazione in cui la transizione diviene il linguaggio stesso dell’opera. Come ha dichiarato Questionmark in un’intervista, «Sto attraversando una transizione, l’opera stessa è una transizione e le persone che entrano nello spazio devono a loro volta percorrere una transizione. È un invito ad aprire la mente.»[18]. La parte finale rappresenta la spannung di una configurazione metaforica della stessa transizione di genere che l’ha coinvolta in prima persona. Questionmark, infatti, mette in scena attraverso l’azione le conseguenze di un cambiamento organico che non coincide solo con la formalizzazione del passaggio da Giovanni Vetere (il nome passato dell’artista, con cui fino a quel momento si era identificata e aveva firmato le sue opere) ad Agnes Questionmark (il nome che l’artista adotta come manifesto di un processo di autodeterminazione, basato sulla messa in discussione e sull’interrogazione dell’identità sessuale). Il tutto concerne anche lo sviluppo di una strategia performativa attraverso cui il potere radicale di un corpo mostruoso e desiderante, rigenerato ed esibito fino allo sfinimento, procede oltre il rigido binarismo insito nella strutturazione oppositiva della nostra società, che separa nettamente termini come maschio e femmina, ma anche umano e animale.

L’essere “trans” della performance è quindi la caratteristica che, fin dal titolo, evidenzia le condizioni fondamentali per attraversare e rimuovere certezze, scandagliando differenti fasi o modalità dell’esistenza. Proprio in coincidenza di TRANGENESIS, l’artista intraprende ufficialmente il suo personale percorso di transizione di genere.
Amelia Jones ha recentemente sottolineato la funzionalità del prefisso trans- nel contesto dei suoi studi sulla performance queer, non limitato a evocare un’idea di passaggio, ma rappresentazione di un processo di mediazione e interconnessione. Esso sovverte l’idea del corpo come entità fissa e immutabile, proponendolo come fenomeno relazionale e performativo, in cui genere e identità emergono attraverso continui attraversamenti e negoziazioni: «Il prefisso Trans- può rendere queer il corpo e la nostra comprensione della soggettività di genere, interpretando il corpo come relazionale, messo in atto e performativo.»[19]. Anche nel caso di Questionmark, il corpo e la sua esperienza non sono mai immaginati come sistemi di relazioni intime e solitarie, ma dispositivi politici, catalizzatori di consapevolezza identitaria da estendere nella comunità, per diffondere una più ampia tolleranza. I sistemi potenzialmente sovversivi a cui l’artista guarda per definire la propria fisionomia e sessualità non sono però circoscritti all’interno del complesso umano, ma in ciò che recentemente è stato definito «più che umano»[20]. Questionmark, infatti, immagina il corpo come un’interfaccia pensante, attraverso cui intessere relazioni multispecie tra i mondi che abitiamo[21]. Rifiutare il mito della purezza della specie umana, entrando in contatto e imparando da altri esseri, privati del bisogno di distinguersi necessariamente da essi, è uno dei presupposti per cui la performance si ispira a un polpo, animale tentacolare che, recentemente, è divenuto protagonista di molta produzione culturale[22].
Questa creatura estremamente sofisticata è oggetto di un fenomeno che, senza troppa fantasia, potremmo quasi definire queer. Nei polpi maschi, il terzo braccio a partire dall’occhio è quello riservato al sesso ed è chiamato ettocotilo. Questo tentacolo è predisposto alla copulazione e, se ispezionato, aiuta a determinare il sesso del polpo. All’estremità del tentacolo si posiziona il pene del polpo maschio. Quando il pene viene inserito nell’ovidotto del polpo femmina, può accadere in alcune specie che esso resti incastrato nell’ovidotto, staccandosi dal corpo del maschio[23]. In quel frangente, il polpo maschio perde il suo attributo sessuale, divenendo una creatura senza sesso, mentre il polpo femmina una sorta di ermafrodito. Georges Cuvier, biologo e naturalista francese attivo tra il XVIII e il XIX secolo, ritenne inizialmente che l’ettocotilo fosse un parassita, inserito nel corpo di una femmina di argonauta che stava esaminando. Un aspetto piuttosto singolare che, se da un lato condusse uno fra i padri fondatori della classificazione scientifica del regno animale a commettere un errore di valutazione, dall’altro potrebbe indurci oggi a mettere in discussione la tassonomia e ripensare alcuni caratteri sessuali proprio a partire dai meccanismi di associazione instaurati nel mondo animale[24].
Nelle profondità liquide, l’essere umano si dissolve come la sabbia al contatto col mare, mentre l’artista-polpo schizza col suo inchiostro la sagoma di un uomo vitruviano sfalsato dal centro, il cui sesso è disperso fra le spume e i cui arti vengono rimpiazzati da tentacoli, pinne e squame. L’autrice, Questionmark, non è più solo un nome a titolo di un’autobiografia, ma un invito a sospendere il punto fermo, accettando l’interrogativo come unica certezza. In questo teatro subacqueo, impariamo ad annegare più che a nuotare e, nella perdita di ossigeno, affiora la possibilità di ricominciare.
Questo articolo costituisce una rielaborazione di quanto scritto sulla rivista «Antennae», per cui cfr. G. Chiaraluce, Autobiography of an Artist Octopus, in «Antennae: The Journal of Nature in Visual Culture», 63, Spring 2024, pp. 91-104.
[1] V. Despret, Autobiographie d’un poulpe et autres récits d’anticipation, Actes Sud, Arles 2021, pp. 69-126; tr. it. Autobiografia di un polpo e altri racconti animali, Contrasto, Roma 2022.
[2] A. Questionmark, About, in https://www.agnesquestionmark.com/about/; tr. it. dell’autore
[3] A. Jones, Introduzione, in T. Warr (a cura di), Il corpo dell’artista, Phaidon, Milano 2011, pp. 37-41.
[4] C. Darwin, L’origine della specie, Bollati Boringhieri, Torino 2011, pp. 515 – 516.
[5] L. Irigaray, Marine lover of Friedrich Nietsche, Columbia University Press, New York 1991, cit., p. 37.
[6] A. Neimans, Bodies of Water: Posthuman Feminist Phenomenology, Bloomsbury Academic, London 2016, pp. 65-108.
[7] G. Bataille, Teoria della religione, SE, Milano 2002, p. 25.
[8] A. Neimans, Bodies of Water, cit., p. 67; tr.it. dell’autore.
[9] Con questo termine mi riferisco allo studio di Stacy Alaimo sulla trans-corporalità, centrato sulla comprensione del corpo in quanto dispositivo poroso, in una continua e inseparabile interazione con l’ambiente in cui è calato. Cfr. S. Alaimo, Trans-corporeal feminism and the ethical space of nature, in Ead., S. Hekman (a cura di), Material Feminism, Bloomington-Indiana University Press, Indianapolis 2008, pp. 237 – 264.
[10] A. Questionmark, Liquid Ground; https://www.agnesquestionmark.com/liquid-ground/; tr. it. dell’autore
[11] J. Deitch, Posthuman, DAP, Idea Books, New York, Amsterdam 1992, p. 150.
[12] C. Mortimer-Sandilands, B. Erickson, A genaology of Queer Ecologies, in Id. (a cura di), Queer Ecologies. Sex, Nature, Politics, Desire, Indiana University Press, Bloomington, Indianapolis 2010, pp. 2-3.
[13] T. Macrì, Il corpo postorganico, cit., p. 13.
[14] C. Mortimer-Sandilands, B. Erickson, op. cit., p. 4.
[15] Cfr. ad esempio S. MacGregor (a cura di), Routledge Handbook of Gender and Environment, Routledge New York, London 2017.
[16] D. Haraway, Chthulucene: sopravvivere su un pianeta infetto, Nero, Roma 2019, pp. 35-52.
[17] G. Politi, Essere oltre l’essere (umano). Una Conversazione con Agnes Questionmark, in «Flash Art», 360, 2023, p. 27.
[18] W. Ballantyne-Reid, Why the artist Agnes? is living inside an octopus for a month, in «i-D», 2022; https://i-d.vice.com/en/article/k78w9v/transgenesis-octopus-art-installation-london; tr. it. dell’autore
[19] A. Jones, In Between Subjects. A Critical Genealogy of Queer Performance, Routledge, New York, London 2021, cit., p. 298; tr. it. dell’autore.
[20] J. Stëpien, Posthuman and Nonhuman Entanglements in Contemporary Art and the Body, Routledge, New York, London 2022, p. 12.
[21] E. Bosisio, V. Cirillo, Zone di contatto: le epistemologie femministe e l’immersione dei corpi umani nelle relazioni multispecie, in «DWF / Germogli. Pratiche ecofemministe», 4, 132, 2021, pp. 41-48.
[22] Tra le manifestazioni più recenti della cultura contemporanea si può citare ad esempio il documentario My Octopus Teacher (2020), prodotto da Netflix e diretto da Pippa Ehrlich e James Reed, che ha attirato un’enorme attenzione mediatica. Anche il MACRO, Museo d’Arte Contemporanea di Roma, ha adottato un polpo come logo a partire dal 2020. A questo proposito, cfr. ad esempio Il museo a forma di polpo: MACRO, Roma, in «Mousse Magazine», 25 novembre 2020;
[23] R. Schweid, Octopus, Reaktion Books, London 2013, pp. 21-23.
[24] A questo proposito, lo studio sull’omosessualità e sulla transessualità negli animali fu piuttosto pionieristico e avvincente: B. Bagemihl, Biological Exuberance. Animal Homsexuality and Natural Diversity, St. Martin’s Press, New York 1999.
In copertina: Agnes Questionmark, Liquid Ground
