Riceviamo questo intervento di un nostro collaboratore, dedicato a un tema come pochi scivoloso ma la cui difficoltà, crediamo, non giustifica il silenzio. Siamo convinti che una testata non si assuma necessariamente e integralmente ogni punto di vista dei suoi autori (pena, diciamo, l’effetto «Pravda»); su argomenti meno sensibili l’uso mediatico contemporaneo pratica, a ben vedere, il cinismo esattamente opposto. Nella convinzione che una discussione pubblica non possa venire paralizzata (quale in effetti pare, oggi) dalle obiezioni reciproche, pubblichiamo dunque volentieri questo testo di Massimo Palma.
Mostrare e mostri
Nell’ultimo libro che pubblicò prima di morire nel 2004, Davanti al dolore degli altri, Susan Sontag analizza il nostro rapporto con le fotografie di guerra, quelle dell’orrore e del lutto. Quasi all’inizio del suo discorso riprende Roland Barthes, La camera chiara: le fotografie documentano qualcosa che “è stato”. Ci dicono: “meditate che questo è stato”, meglio: “guardate che questo è stato”. In Davanti al dolore degli altri Sontag lascia dispiegare lo “stato” in un climax: «La guerra lacera, spacca. La guerra squarcia, sventra. La guerra brucia. La guerra squarta. La guerra rovina». La scala emotiva è enorme, fino a quel “rovina” (ruin).
Cosa rovina la guerra? Sontag non lo dice. Lo anticipa solo. Intanto spiega che nelle Tre ghinee (1938) Virginia Woolf si è illusa: pensava che le fotografie di guerra fossero destinate a provocare le stesse reazioni in tutte, persino nei maschi. «Non soffrire a causa di queste immagini, non indietreggiare inorriditi dinanzi a esse […] sarebbero, in termini morali, le reazioni di un mostro». Sontag vuole spiegare l’avvenire di quest’illusione – che tra mostrare una scena di orrore e sentire sofferenza e sdegno vi sia un nesso definibile come universale. Che da questi sentimenti restino fuori solo i mostri.
Per Sontag le cose non stanno così. Woolf si è illusa perché non si è resa conto che le fotografie delle vittime di guerra sono retoriche. Perché «reiterano, semplificano». Naturalmente provocano shock. Ma così facendo illudono sul consenso che provocherebbero. Perché per chiunque sia “dentro” un conflitto, anche solo da spettatore interessato o impegnato, conta chi è l’ucciso, e da chi. L’esempio che fa Sontag è quello del conflitto israelo-palestinese che nel 2002 ebbe una sua ennesima fase aspra. Prende due foto: quella di un bambino israeliano dilaniato da un attentato in una pizzeria a Gerusalemme. Quella di un bambino palestinese ucciso per strada dall’artiglieria israeliana.
Memory almost full
Più oltre Sontag afferma che «in un’epoca di sovraccarico di informazioni, le fotografie forniscono un modo rapido per apprendere e una forma compatta per memorizzare». Somigliano – le foto – alle citazioni, ai proverbi: si prestano al “riuso”. Per un libro che nasce prima dei social network, è una definizione singolarmente profetica. Oggi le fotografie, con le loro complicazioni (gif, meme, reel, storie, video brevi), compongono il nostro tessuto di apprendimento sociale, definiscono il materiale condiviso, l’immaginario comune. Naturalmente sono manipolabili, e in più insistono su un rapporto col tempo che va contro ogni linearità. Ma sono archivi disponibili di memoria didattica, attingibili e altrettanto dimenticabili.
E quindi cosa impariamo dalle foto di stragi venute dall’altro, dai video di persone bruciate vive, dai replay delle esplosioni nei mercati? Siamo indignati, furiosi, certo. Ma siamo anche stanchi, siamo esausti. Perché le immagini dell’orrore sono seriali. L’impressione è che dicano troppo e tutto insieme, che l’archivio esaurisca lo spazio dell’emozione, lo saturi. Come fosse una memoria troppo piena per ammettere altri stimoli.
In quest’anno di proliferazione mediatica di immagini belliche abbiamo visto a velocità doppia il massacro del 7 ottobre, la sua atrocità assieme alla macchina di falsificazioni proposta anche da chi era il capo del mondo (Joe Biden), la tremenda vendetta interminabile. Abbiamo guardato sugli schermi cifre di ostaggi, poi di morti ammazzati dalle due parti, abbiamo visto i missili, dei tunnel e palazzi sventrati. Abbiamo appreso della morte di massa in zone che cambiavano nome quasi senza accorgercene (perché nessuno spiega mai la geografia così semplice e ferocemente complessa di quella Striscia). E il conflitto estendersi e ogni negoziato fallire – questo senza video. Abbiamo visto celebrazioni di date come pietre da lanciare, e da noi neofascisti in divisa da ministro diventare fascisti in kippah.
Di fronte a ciò che vediamo tra immagini e montaggi – una guerra di annientamento civile e urbano –, una parte consistente della società civile ha scelto di dire che va bene così. E qui, a parte la tautologia che ci annuncia che ancora una volta “la guerra è guerra”, è difficile capire perché.
Oltre Warhol
Perché l’orrore delle stragi di civili, delle deportazioni, dell’intelligenza artificiale applicata alla rinfusa (sperimentata) nelle operazioni contro i palestinesi lascia in parte – non sempre, non tutti, e con differenze tra paese e paese – indifferenti? (Verrebbe da dire, specie in alcune opinioni pubbliche, innanzitutto perché sono arabi, perché sono musulmani). La guerra è guerra, dicono ancora e ancora. Ma se “la bambina del Napalm” della storica foto del 1972 (che ha un nome, Kim Phúc, e ancora vive e sta bene), se quella bambina fotografata urlante mise fine alla guerra del Vietnam, nessuna foto, nessun video del nostro orrorismo quotidiano sembra poter terminare alcunché. Neppure la terribile ripresa di Sha’ban Al-Dalou che brucia su un letto d’ospedale – il primo palestinese cui è stato riconosciuto un nome degli oltre quarantamila uccisi. Ci resta lo sterminio in diretta, l’eccidio ripetuto attorno agli obiettivi reputati d’interesse per la sicurezza d’Israele. La motivazione, ci è detto, sta nel dover porre fine alla presenza di Hamas o Hezbollah ovunque siano, a qualsiasi costo. Una guerra giusta, quindi.
Ora, la strage di massa, la devastazione ricercata e ottenuta di un intero territorio sovrappopolato, possono essere oggetto di un mito genuino, come lo chiamava Karl Kérenyi? Un mito condiviso, vale a dire creduto da un’intera cultura, religioso perché la tiene assieme? Forse sì. Certo Sagunto, Cartagine, Melo, o più vicine a noi Dresda, Amburgo annientate, sono miti neri della nostra cultura – buchi di cui la letteratura da Tucidide a Bataille a Sebald ha raccontato l’abisso. Ma in effetti già agli albori Omero e Virgilio raccontano di stragi stupri e devastazione di Troia in fiamme. In effetti, non parliamo d’altro – di miti fondativi anche perché atroci – da quando abbiamo imparato a scrivere. Quella letteratura rappresenta la messa in immagine di fatti storici lontani nel tempo, che stringono insieme la comunità che ascolta e vede. I suoi racconti appartengono a un complesso di credenze condiviso, anche se attraversato dal dubbio lacerante di possibilità non considerate, non viste, chances di fare altrimenti.
Ma ora, rispetto a quei poemi, a certi quadri, abbiamo il problema delle fotografie, dei video. Della quantità illimitata, dalla temporalità spuria per chi cerchi nessi causali – sempre live, sempre condivisibili. Nel suo libro Sontag ricorda in una nota come Andy Warhol, lo specialista della serigrafia seriale, persino lui (lo chiama il «sommo sacerdote dell’apatia») si fosse fermato davanti alla morte di guerra: non la serializzò mai. Noi siamo oltre Warhol.
Indifferenza o paura
Ancora Sontag, dal libro estremo: «La gente perde interesse non soltanto perché la dieta di immagini a cui è costantemente sottoposta l’ha resa indifferente, ma anche perché ha paura». Poco oltre spiega che il problema non è tanto la quantità di immagini, ma il nostro non poter agire (fa il caso delle guerre nell’ex-Jugoslavia): a volte le guerre fanno paura perché non si può fare niente.
È così con il conflitto israelo-palestinese? Come dimostra la rigidissima posizione tedesca, noi europei che contro gli ebrei abbiamo difeso la nostra razza ottant’anni fa scattiamo come molle sul tema: troppi sensi di colpa, troppe responsabilità millenarie poi riversate in un decennio di terrore su milioni. Nel conflitto attuale però, l’indifferenza dell’opinione pubblica “alta” non si dà solo per la paura di non poter far nulla (non è così, pur nella congiuntura durissima e destrissima in cui siamo), ma anche per la paura – da noi, ma non solo – di essere etichettati come antisemiti. Un’etichetta che il governo israeliano ha usato come clava, come arma traumatica verso la sfera pubblica occidentale, mentre usa missili e droni di nostra produzione contro Palestina e Libano. La reazione dell’altra parte è stata soprattutto retorica. Di fronte a mesi di stragi sempre uguali, si è cominciato a usare parole come genocidio, poi olocausto. Parole che sembravano appannaggio dell’esperienza tragica degli ebrei d’Europa. E infatti la controreazione è stata aspra, nonostante i pronunciamenti in merito dell’unica corte che tuteli virtualmente il diritto internazionale. Aspra: da qualche parte ha persino rigirato la carta del sacrificio (questo vuol dire olocausto) e ha aggiunto umano, rievocando un mito terrifico, dalla storia lunghissima.
Accuse e scuse – Jesi
Uno scrittore ebreo inglese, Howard Jacobson, ha scritto sull’Observer che il repertorio mediatico di immagini di bambini palestinesi morti fa eco all’accusa del sangue che per secoli ha funestato l’occidente cristiano, fino alle sue riletture fasciste e naziste: l’accusa di omicidi rituali a Pesach, per mano ebraica, di piccoli cristiani – prima rapiti, poi dissanguati, in un’eucarestia mimata e parodizzata insieme. Per Jacobson i fotogrammi di bambini morti sarebbero una conferma, per «molti che scrivono o marciano contro l’azione d’Israele», della «ferocia degli Ebrei narrata per secoli nella letteratura e nell’arte e nei sermoni di chiesa». Rievocherebbero uno spettro mai sopito, un’avversione per quanto di selvaggio – incomprensibile – ci sarebbe nell’ebraismo perché particolare e separato rispetto all’universalismo cristiano. Meglio quindi, per non fomentare istinti antisemiti sotterranei ma mai sopiti nella sfera pubblica occidentale (ben evidenti in certe frange ancora confuse nella macchia), meglio non vedere le immagini disponibili in rete, prodotte dal basso, nella confusione senza didascalie della guerra di annientamento, di palestinesi morti o morenti per mano israeliana?
Sul tema dell’accusa del sangue ha scritto Furio Jesi in un articolo uscito nell’ottobre 1973 (in perfetta coincidenza con la guerra dello Yom Kippur, scoppiata cinquant’anni esatti e un giorno prima del sette ottobre, e con la stessa modalità-sorpresa). L’accusa del sangue interpreta la storica imputazione come una “macchina mitologica”, una produzione di epifanie del mito dovuta alla fame che se ne nutre, al bisogno che se ne ha. Ma che bisogno soddisfano i cristiani nell’accusare gli ebrei di dissanguare bambini?
Jesi compie un passaggio ermeneutico come al solito acuto e opaco insieme. Dice che è un fenomeno di “reversione” del mito: di quando un gruppo sociale viene stigmatizzato perché fa «esattamente il contrario» di ciò che il gruppo egemonico fa. Poco oltre spiega meglio: «un istituto religioso e sociale decade, non è più compreso, e pertanto le tradizioni mitologiche che vi si collegano, e che nel suo ambito avevano segno positivo, acquistano segno negativo». Ovvero, mentre ufficialmente – nell’ambito sacrale – il rito continua, è preservato, parallelamente altrove si compie la sua “reversione”. Forse ci troviamo in una situazione simile. Forse l’istituto sociale di cui si conserva la sacralità è appunto la memoria del fatto storico della Shoah, le cui narrazioni ancora disturbanti e radicali però si affiancano al naturale oblio che segue «dopo l’ultimo testimone» (come ebbe a dire David Bidussa in un libro prezioso). Che si affiancano pure, come nel nostro paese, alle cerimonie celebrate da fascisti dichiarati assieme ai figli e ai nipoti delle vittime, magari in occasione dei giorni della Memoria istituzionalizzati. E forse la reversione – il ribaltamento del senso del “sacrificio” – è operato da chi, in un contesto di cura solo formale del rito, dice che nessun orrore novecentesco può congelare la storia ulteriore o dirigerla in modo da giustificare atti genocidari ai danni di un popolo che già vive in condizioni di apartheid da decenni, in un’area delicatissima sul piano degli equilibri.
E allora – nella sua povertà analogica, nella sua volontà esplicita di rimozione – a suo modo è preziosa l’indicazione che arriva dal monito “invertito” di Jacobson di non mostrare sui media troppi palestinesi uccisi da Idf, troppi bambini senza vita per bombe e cecchini. Perché attiva – socializzando un timore che ha radici novecentesche – una catena di scivolamenti, di pantani semiotici riguardo al trauma altrui che ci è concesso vedere. Che i morti non vanno mostrati. Che i bambini morti nell’essere ripresi sono naturalmente soggetti a propaganda. Che l’unico fatto reale non è la morte di massa, è la guerra al terrore. Che le vittime minori sono appendice video e fotografica, e quindi tecnicizzata. E quindi, come diceva Sontag, sono anzitutto retorica, ingranaggi di un mito.
Rimozione del post
Se non vanno mostrate per non prestarle alla macchina mitologica, allora quelle immagini vanno rimosse – dicono. Cosa che puntualmente accade nella socializzazione delle immagini stesse, che a volte scompaiono perché contengono didascalie che un algoritmo coglie e bandisce. Post e articoli vengono censurati, resi invisibili perché contengono parole ritenute d’odio, rischiose, mentre nei media mainstream le parole vengono stravolte, le forme verbali cambiate – l’attivo diventa passivo, gli uccisi muoiono da soli.
Invece dal basso si gira attorno alle parole per cercare di dire le immagini – sempre più urticanti, perché la realtà riprodotta, serialmente mostrata, lo è: chi (Gabor Maté) ha parlato di «Auschwitz su Tik-Tok» ha usato una formula che va pensata nella sua profondità, e pensarla non sarà piacevole. La realtà della guerra sempre online, mai disconnessa – questa è il fatto nuovo che ci sta offrendo un anno di ripresa in diretta della guerra, ora per giunta guerra diffusa.
Ci si chiede perché. Perché non ci sia un freno. Perché le voci altre, quelle che chiedono la pace, la fine della corsa agli armamenti, della vendita illimitata di armi, siano così sporadiche nella proposta politica, mentre il progetto suprematista del governo israeliano va avanti nell’annientamento. La guerra rende “cose” tutti quelli che la combattono, diceva Simone Weil commentando Omero: per questo andrebbe finita subito, terminata. Ma nessuno, guardando lo sterminio, lo sta chiedendo. Lo sta esigendo politicamente. Nessuno si accorge di quanto non solo abitui al trauma vedere questa morte fatta così, voluta così, rimossa così: ma di quanto abitui a pensare di non poter dire basta.
In copertina: Francisco Goya, Incendio in un ospedale, 1800-1812
