L’umanesimo di David Tremlett

06.11.2024

Reggio Emilia è una piccola città di provincia, nota nel mondo, soprattutto, per i suoi asili, cioè per una capacità del tutto unica di prendersi cura, non solo e non tanto, del composito tessuto sociale che la costituisce, ma del futuro dei cittadini che quel tessuto compongono e comporranno. In questi giorni, in diversi luoghi della città emiliana, hanno inaugurato alcune mostre interessanti. Ben due presso la Collezione Maramotti (su cui avremo modo di tornare in successivi articoli) e una, Another Step, dedicata a David Tremlett, disseminata tra i Chiostri di San Pietro e lo spazio urbano dell’ex mangimificio Caffarri.

Alberta Acres, 1980,  pastello su carta, 56,8x 88,7, courtesy  dell’artista, ph. Francesco Rucci

Lo spirito del progetto espositivo di Tremlett, che dà luogo a una davvero imponente opera permanente, non è nuovo per la città. Molti ricordano e possono ancora ammirare le opere del lungimirante programma di inviti, messi a punto da Claudio Parmiggiani, che nei primi anni del Duemila portò alla disseminazione di tracce permanenti sul territorio urbano. Dall’intervento wall drawing di Sol LeWitt sulla volta della sala di lettura della Biblioteca Panizzi all’opera di Luciano Fabro, l’Araba Fenice, ubicata nell’ex Caserma Zucchi, ora sede dell’Università di Modena e Reggio Emilia, fino a Less Than di Robert Morris nel Chiostro piccolo di San Domenico o la Danza di Astri e di Stelle di Eliseo Mattiacci nel prato adiacente alla ex Fonderia, sede della Fondazione Nazionale della Danza. Ma sono anche da ricordare le opere di Ettore Spalletti, Hidetoshi Nagasawa e Claudio Parmiggiani presenti nella Cattedrale (alle quali andrebbe aggiunta la sede episcopale di Jannis Kounellis, presto rimossa perché ritenuta troppo ardita). La lista è dunque lunga, come anche lungo sarebbe districare i fili che si annodano nel circolo virtuoso tra le amministrazioni, le istituzioni culturali cittadine, il mondo imprenditoriale (in primis quello della famiglia Maramotti) e alcune figure, meno visibili, ma infaticabili, come Marina Dacci, che testardamente hanno portato avanti un progetto culturale non immediatamente spendibile sotto forma di mostre-evento ma piuttosto orientato a lasciare un segno e un’eredità per la comunità. Non a caso il curatore di questa mostra di Tremlett è ancora Dacci, questa volta per conto della Fondazione Palazzo Magnani.

My Place # 14, 2019, pastello, polvere di grafite e collage su carta, 59,4×84 cm, collezione privata, Bologna, ph. Francesco Rucci

David Tremlett (Saint Austell, Cornovaglia, 1945) è un artista britannico, naturalizzato svizzero, con alle spalle un lungo percorso, di cui questo Another Step è, per l’appunto, un ulteriore passo in avanti, un nuovo approfondimento. Gli spazi, molto belli, dei Chiostri di San Pietro accolgono una serie di opere che vanno dagli anni Sessanta fino ad oggi. L’intricato percorso espositivo si dipana dai primi “tappeti” di chiodi (La Porte dans arrière, 1969), che in qualche modo spiazzano il discorso minimalista, ai germinali e matriciali resoconti visivi dei lunghi viaggi compiuti dall’artista (come To Charlie (Original collage for Charlie’s Maze), 1974 o 6 Slopes Spring, 1974) passando per gli incantevoli “essercizi”, in senso scarlattiano, sul colore (come, ad esempio, Three Parts Drawing for one wall #1, 1999 o Sketch for a wall (cut), 2023) o le variazioni alla ricerca di un ritmo visivo (come Drawing in 21 parts, 1976) fino ad alcuni collage, pieni di grazia, sulla danza (Studies for a Movement, 1969).

Work with Hands, 1970, collage di fotografie e trasferibili Letraset su carta, 76×83 cm, courtesy dell’artista, ph. Francesco  Rucci

Si tratta, in definitiva, di un itinerario che, dialogando con gli affascinanti e colorati spazi dei Chiostri, mostra una ricchezza espressiva notevole presente nell’opera dell’artista britannico. Una proliferazione formale che, nel corso di ormai sei decadi, dimostra un’indomita ricerca di nuovi linguaggi espressivi e, allo stesso tempo, un reiterato tentativo di reperire o definire quella che non sapremmo come chiamare se non, riprendendo un’espressione di Henri Lefebrve, una ritmologia visiva, cioè una sorta di respirazione primaria dell’immagine, capace di scandire un ritmo esistenziale e ridare allo spazio figurativo una sua vitalità, un suo sordo battito cardiaco.

Drawing in 21 parts, 1976, disegno su carta, composizione di  21 parti, ognuna  30×87 cm, courtesy Palazzo Butera, collezione  Francesca e Massimo Valsecchi, Palermo

Allo stesso principio, a questa ricerca ritmico-visiva, è inspirato il davvero monumentale progetto sugli spazi industriali dell’ex Caffarri, quartiere produttivo in abbandono di Reggio Emilia, ora considerato “difficile”. Tremlett, chiamato a intervenire su questo territorio degradato, riabilita, attraverso un lavoro cromatico dettato dagli stessi principi di tutti i suoi altri lavori pittorici, un nascente spazio aggregativo per l’infanzia (e non solo) e l’antistante complesso di silos in rovina. Considerando gli enormi fusti di acciaio come canne di un immenso organo – da cui il titolo dell’opera, The Organ Pipes – di una ancora più immensa e impercettibile cattedrale, Tremlett rende visibile una sorta di rapsodia di un non meglio identificato poema poetico-visuale. Analizzando l’idea progettuale, si ha davvero l’impressione di trovarsi di fronte alla composizione di un nuovo rapsodo, cantore e narratore per immagini di una storia fondante per una comunità a venire. La sensazione è alquanto straniante all’interno di uno spazio disgregato e gravido di potenziale (se non già attuale) conflitto sociale. Tremlett non si lascia intimorire da un tessuto urbano in mutazione, il cui scenario sembra potersi trasformare nel campo di battaglia di una guerra tra poveri, tra vecchie e nuove emarginazioni.

The Organ Pipes, 2024, installazione permanente, ex Caffarri, Reggio Emilia, ph. Lorenzo Palmieri

La sfida non è nuova. All’apparenza, sembra sovrapporsi a quella di molta arte sociale e relazionale di quest’ultimo ventennio. Ma, a differenza di tanti professionisti dell’impegno, di tante opere, spesso perfomative, che fanno della denuncia delle miserie del mondo un soggetto di genere, buono per i vernissage in scarpe zebrate e champagne, incontrando l’opera pubblica di Tremlett si ha l’impressione di trovarsi di fronte a una sorta di nuovo umanesimo, a un sincero tentativo di creazione di immagini di speranza per un diverso modello umano. C’è, senza nasconderselo, una forte naïveté in questo artista quasi ottantenne. Eppure, guardando la grazia del suo operato, viene da chiedersi se non debba risiedere proprio in questa ingiustificata fiducia nella possibilità di un avvenire, in questo credito dato a una bellezza capace di generare speranza, in un tale apparentemente impossibile riscatto e in una altrettanto improbabile rigenerazione di ciò che sembra solo sintomo latore di morte e degrado il senso ultimo e autentico di un’opera d’arte, oggi.

Corner Sex Dust, 1988, pastello e collage con cartolina su carta, 84×59,4 cm, courtesy dell’artista, ph. Francesco Rucci

C’è in Tremlett qualcosa che fa pensare al Sartre di L’esistenzialismo è un umanismo, alla sua idea che l’uomo sia condannato a essere libero e che, a questo uomo, a ogni uomo, sia data, non solo la possibilità, ma la necessità di costruire il proprio futuro e il futuro dell’umanità tutta. C’è un che di commovente in Tremlett, in questa sua ingiustificata e ingenua fiducia nell’umano, nei figli dell’uomo, qualcosa che rimanda alla frase più enigmatica del Vangelo, beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Ma è solo grazie a questa cieca speranza che, probabilmente, l’umanità potrà inoltrarsi nel suo futuro con un passo leggerò, quasi un passo di danza; in ogni caso, sarà solo buttandosi in avanti, proeittandosi nello spazio aperto, credendo alla possibilità di un passo al di là delle miserie del presente che qualcosa di umano, di nuovamente umano o di umanamente nuovo potrà apparire. Senza paura, another step again. Il resto – il pessimismo della ragione, il lucido disincanto, la cinica consapevolezza – ha certo le sue ragioni ma sono ragioni che servono a poco, se non (spesso) a compiacersi della propria vacua intelligenza e della propria sterile impotenza.

Study for a Movement, 1969, collage di fotografie e trasferibili Letraset su carta, composizione in 4 parti, ognuna 36×28 cm, courtesy dell’artista, ph. Francesco Rucci

David Tremlett. Another Step e The Organ Pipes
A cura di Marina Dacci
Chiostri di San Pietro e opera permanente presso ex Caffarri, Reggio Emilia
11 ottobre 2024 – 9 febbraio 2025

Federico Ferrari

Federico Ferrari

(Milano, 1969). Insegna Estetica all’Accademia di Belle Arti di Brera. Tra i suoi ultimi libri: “L’insieme vuoto” (Johan & Levi, 2013; 2024), “L’anarca” (Mimesis, 2014; Sossella, 2023), “Oscillazioni” (SE, 2016), “Visioni” (Lanfranchi, 2016), “Il silenzio dell’arte” (Sossella, 2021), “L’antinomia critica” (Sossella, 2023), “Ritratti” (Sossella, 2025), “Nicola Samorì, sulla soglia del tempo” (Abscondita, 2025) e, con Jean-Luc Nancy, “La pelle delle immagini” (Bollati Boringhieri, 2003) e “Estasi” (Sossella, 2022).

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