Ha da poco inaugurato, a Lisbona, la prima personale di Nicola Samorì in Portogallo, presso la Galleria Monitor (visitabile fino al 23 novembre 2024). Ringraziando per la concessione, pubblichiamo qui di seguito il testo critico di Óscar Faria, che accompagna la mostra.
Il Museo Correr ospita un dipinto di Antonello da Messina intitolato Cristo morto sostenuto dagli angeli, realizzato dall’artista tra il 1475 e l’anno successivo, durante il suo soggiorno a Venezia. Questo olio su tavola, unica opera dell’autore nella città italiana, raffigura il momento in cui Gesù sta per essere deposto nel sepolcro dopo la crocifissione.
Fin dagli anni della mia formazione, quando per la prima volta vidi il dipinto in quel luogo, così vicino a Piazza San Marco, permangono diversi aspetti che ancora oggi mi legano a quest’opera enigmatica, il principale dei quali è il dubbio sul suo aspetto incompiuto. I volti e le teste dei personaggi sembrano essere stati cancellati, dissolti da un qualche tipo di diluente durante il restauro, ed è innegabile che ciò conferisca all’opera una dimensione fantasmatica, collocando Cristo e i tre angeli su un piano soprannaturale: solo i corpi rimangono legati alla terra, mentre il nostro sguardo è rivolto al taglio sul lato destro del busto del Cristo morto.

È questo piccolo taglio che fa stranamente rivivere quel corpo sbiadito: sotto la pelle appare la carne, resa più intensa dal colore della veste dell’angelo che sostiene il Cristo sul fianco destro. Questo dettaglio è di estrema importanza quando si parla di quanto un dipinto possa dirci sulla nostra condizione di esseri effimeri, impermanenti, incompiuti, in perenne processo di disfacimento.
La pittura – e la scultura – di Nicola Samorì mette il dito nella piaga, per aprirla e mostrare la bellezza in essa contenuta. In una recente conversazione con Federico Ferrari in un bar decadente di Milano, il filosofo, che meglio ha scritto della pittura di Samorì, indicava questo artista come il successore di Lucio Fontana. Da allora ho meditato su questa affermazione e, coincidenza o meno, ho trovato una possibile risposta a questa idea di legame tra i due artisti nel Museo Novecento, nella stessa città del bar La Belle Aurore.

Tale incontro avviene nel taglio, in quella ferita che Fontana apre nelle tele dal 1958 in poi, in quelle incisioni che Samorì pratica sulla superficie pittorica con il bisturi, squarciando la pelle, unico modo per vedere la pulsazione dell’opera, per guardarla in carne e ossa, per tastarne la temperatura, che da secoli, da Antonello da Messina in poi, ci fa ancora sentire il tessuto cosmico dell’esistenza.
“Io con il taglio ho inventato una formula che non credo di poter perfezionare. Sono riuscito con questa formula a dare a chi guarda il quadro un’impressione di calma spaziale, di rigore cosmico, di serenità nell’infinito”, ha affermato una volta Lucio Fontana.
Anche le opere che Nicola Samorì presenta nella mostra Flores possiedono un rigore trascendentale. Ricordo le parole di Maurice Merleau-Ponty in Il visibile e l’invisibile (1979): “Lo spessore del corpo, lungi dal competere con quello del mondo, è, al contrario, l’unico modo che ho di raggiungere il cuore delle cose, di farmi mondo e di farle carne”.

In Flores, Samorì propone una selezione di opere che riecheggiano il marmo della scala che conduce al piano interrato della galleria Monitor. Ad eccezione di un’opera, le altre sono dipinti realizzati su pietra e, in alcuni casi, su marmo rosa del Portogallo, talvolta innestato con geodi di calcite, quarzo italiano, agata, ecc.
Molte sono le assonanze con la storia dell’arte che questi nuovi dipinti hanno evocato in me: da Canova – penso ai gessi distrutti durante la Prima Guerra Mondiale – a Berlinde de Bruyckere; dalle pitture murali di Pompei ai décollagistes francesi; dalle nature morte con vasi di fiori a Giuseppe Arcimboldo; dalle settecentesche Lezioni di anatomia al Bue macellato di Rembrandt (1655).

Samorì sa tutto sulle tecniche pittoriche. E sulla storia dell’arte. È un mistico – vive e lavora in una chiesa sconsacrata – così come Fontana era, o forse no, un santo. Ed è stato proprio davanti a una delle opere di quest’ultimo, che, come ho detto, ho visto all’inizio di ottobre a Milano, che ho concepito l’ipotesi di pensare il lavoro di Samorì a partire dall’idea di attesa, di quel momento che ancora non è avvenuto, ma in cui già si trova il nostro destino: la morte.
L’opera di Nicola Samorì parla di questa attesa della morte. La ferita aperta sul corpo di Cristo, dipinta da Antonello da Messina; il taglio praticato da Fontana nel grigio monocromo di Concetto spaziale. Attesa, 1960; le incisioni o gli innesti che Samorì pratica nelle sue opere: esempi di questo attendere un tempo che verrà.

Intanto, davanti a noi, guardiamo l’appassire dei fiori, la mineralizzazione dei volti, le ferite che si aprono nei fiori, gli occhi scavati. Il mondo è anche tutto questo. E il suo contrario. Improvvisamente, dopo aver guardato di nuovo, tutto sboccia, sia dal vuoto, sia dall’interno di una cavità, sia da un colore che nasce dalla materia pittorica.
Tutto emerge dall’oblio. Da quel tempo che è scomparso, e che pure è qui. La materia si è corrotta, la carta da parati si è scrostata, il corpo è invecchiato.

Non posso fare a meno, in conclusione, di citare un passaggio di Maurice Blanchot, da L’attesa, l’oblio:
“L’oblio, il dono celato. Accogliere l’oblio come l’accordo con ciò che si nasconde, il dono celato. Non andiamo verso l’oblio più di quanto l’oblio non venga da noi, ma improvvisamente l’oblio è sempre stato là, e quando dimentichiamo avevamo già sempre dimenticato tutto: nel movimento verso l’oblio siamo in rapporto con la presenza dell’immobilità dell’oblio.”
Le opere di Samorì sono un’attesa, una fioritura. Hanno un dono latente. Si relazionano con l’oblio. Rivelano lo splendore della morte.
Nicola Samorì. Flores
Galleria Monitor, Lisbona
17 ottobre – 23 novembre 2024
[Traduzione dal portoghese di Alessandra Salvini]
In copertina: Nicola Samorì, Flower Function Failed, 2024, olio su rame, 90 x 87 x 3 cm (particolare). Courtesy Monitor e l’artista
