«Quando ho qualcosa da urlare al mondo ma non ne ho la possibilità o la voglia mi chiudo nel mio studio e scrivo, ritaglio, coloro». Queste sono le prime parole che l’artista bolognese Chiara Pergola pronuncia quando spiega il suo laboratorio Forma mentis alle studentesse detenute. Quante volte abbiamo pensato qualcosa e non l’abbiamo detto? Quante volte nel silenzio abbiamo sentito pulsare dentro la rabbia? Quali parole ancora ci teniamo dentro in attesa di sputarle fuori? Ecco allora alcune delle domande che poniamo a un gruppetto di cinque donne che frequentano la scuola in carcere afferente all’IISS J.M. Keynes di Castel Maggiore (BO) con passione, impegno e partecipazione. Il laboratorio è il terzo del progetto a cura di Serena Carbone Vapori Lunari dopo quelli di Flavio Favelli e Luca Bertolo, ed è rivolto alla sola sezione femminile della Casa Circondariale Rocco D’Amato di Bologna, più nota come «la Dozza».
Per noi «visitatori esterni» – come si legge nel cartellino che portiamo addosso – è palpabile la differenza che c’è tra l’area pedagogica della sezione femminile e quella maschile. L’atmosfera è diversa nonostante si tratti sempre della medesima istituzione, totale. I muri sono sempre grigi, ma all’interno ci sono luce e colore grazie ai decori alle pareti, si avverte addirittura un certo chiasso scherzoso (che si tramuta però facilmente in urla disperate al minimo batter di ciglia; così se pensi di aver sbagliato luogo, ti ravvedi subito del contrario: sì, questo è un carcere). Le donne sorridono, se si parla del passato o di chi sta fuori, gli occhi si fanno lucidi, ma non seguono gesti rabbiosi, non inveiscono; in quel luogo buio riescono a darti attenzione e hanno ancora cura di accoglierti: puliscono se c’è da farlo, lavorano in cucina o nella sartoria e poi imparano la storia, la matematica, l’italiano perché vogliono far vedere la pagella alla figlia o al figlio appena possibile, per poter dire di essere state brave anche loro. Sono donne di tante età, di tanti Paesi, di tante lingue, eppure stanno insieme, hanno trovato il loro modo di stare al mondo e sopravvivere lì dentro, anche se hanno commesso degli errori.
Quando è ora di prendere in mano la matita, le prime parole che le nostre studentesse scrivono sono per i figli, e poi i mariti, e sono parole d’amore, sono nomi propri, sono i Nomi; poi ci sono le parole dell’orgoglio: io sono guerriera; poi ci sono le parole che ci hanno unito: letteratura; solo dopo ci sono le parole della rabbia: solitudine.

SERENA CARBONE: Mi piacerebbe iniziare dal “pregiudizio”. Del resto forse questo è l’unico luogo in cui possiamo dire di poterne avere uno prima di entrare, dal momento che l’accesso è precluso ai cittadini comuni. Quali aspettative avevi dunque da questo progetto e cosa hai trovato davanti a te?
CHIARA PERGOLA: In realtà ho cercato di impedirmi di immaginare cosa avrei incontrato e come si sarebbe svolto il tutto, tranne che per gli aspetti strettamente pratici: ho passato molto tempo a controllare i materiali, se ci fossero tutti, anche perché li dovevamo dichiarare per l’autorizzazione all’ingresso. Il muro che divide il carcere dalla città, dal territorio in cui si trova, si è materializzato molto presto e non ho cercato di valicarlo con l’immaginazione. Ci possono essere molte ragioni per questo mio atteggiamento, probabilmente di molte non sono nemmeno consapevole, ma dovendone estrarre una, la principale, quella a me più evidente, direi che soprattutto è stato per paura. Il carcere è qualcosa di spaventoso a tantissimi livelli; procedendo in modo un po’ analitico dalla superficie verso ciò che è più profondo, direi che la prima paura nel momento in cui ho accettato il tuo invito è stata quella di non essere in grado di colmare la distanza, la paura di essere radicalmente e irrimediabilmente respinta dalle donne che avrei incontrato in quel contesto. Devo dire che questa paura è sempre stata il sentimento dominante ogni volta che un mio lavoro implicava una relazione diretta anche con me, cosa che mi ha portato molto presto a evitare la cosiddetta “arte relazionale” e a guardare con un certo sospetto la disinvoltura con cui viene a volte proposta. Penso che ci sia un certo grado di menzogna nella pretesa di coinvolgere qualcuno all’interno della propria pratica artistica e nel caso del carcere questo è certamente un grado altissimo, la distanza tra le mie condizioni materiali e quella delle detenute è praticamente incolmabile. Allo stesso tempo però la paura è anche la paura di “finirci”, in carcere (e su questa parola sarebbe interessante ragionare), la facilità con cui questo può anche succedere nella vita: paura che mi ha del resto accompagnato fin da bambina, quando mio padre ha rischiato effettivamente di essere “messo dentro” per la sua attività politica, ho paura di scriverne anche adesso che mio padre non c’è più, e del resto persone vicine a me o alla mia famiglia in carcere ci sono state, sia per ragioni politiche che per i cosiddetti “crimini comuni”, per cui è un luogo rimosso, ma anche molto vicino.
SC: Qual è stata la tua prima impressione una volta dentro?
CP: Quello che ho trovato in realtà mi ha sorpreso prima di tutto per quanto assomiglia a luoghi che conosco bene: la scuola, l’ospedale, certi uffici pubblici; il carcere mi è sembrato solo un passo oltre nella materializzazione estetica della burocrazia e della rigidità strutturale. E poi quando sono arrivata in aula, che in effetti rispetto al resto mi è sembrata molto bella, c’è stata un’accoglienza calorosa, da subito. Penso anche perché mi accompagnavi tu, si capiva che ci stavano aspettando e che erano contente di vederti e di incontrarmi.
SC: Nel momento in cui ho ragionato su un laboratorio per la sezione femminile, ho pensato subito a Forma Mentis, mi avevi parlato del progetto quando sono venuta nel tuo studio qualche anno fa ormai, l’ho trovato perfetto, e poi ero certa che saresti stata la persona adatta a incontrare quelle donne per la tua sensibilità e attenzione verso ciò che fai. Trovi che il concetto di “cura”, insieme ai gesti che l’accompagnano, possano essere presenti in un luogo come il carcere e in che modo?
CP: Questa è una domanda che mi coglie abbastanza impreparata: non ho mai creduto alle virtù terapeutiche dell’arte, e se devo ammettere che da un lato l’espressione artistica mi ha consentito di chiarire alcune cose al mio interno, in momenti anche difficili, dall’altro mi pare che il grado di complicazione che si incontra nel momento in cui si cerca di condividere con altri ciò che si fa sia tale, che più che di cura si dovrebbe parlare di patologia… ma sorprendentemente, entrando in carcere con questa mia proposta, di scrivere assieme e provare a nascondere le parole all’interno di quelle che a un primo sguardo possono sembrare delle decorazioni, ho trovato che siano state soprattutto queste donne a prendersi cura di questa attività. E infatti, superato un primo momento in cui mi sono molto rapidamente resa conto che non sarebbe stato possibile “spiegare” alcunché, siamo passate all’atto pratico, ci siamo messe a scrivere, a ritagliare, a cercare dove metterci per usare le vernici spray. E loro mi hanno aiutato moltissimo, hanno – come si suol dire – preso in mano la situazione e mi hanno accompagnata – questa è stata la mia sensazione – molto più di quanto io non abbia accompagnato loro. Siamo state effettivamente trascinate dalla voglia di fare e il tempo è veramente volato.
SC: Quali parole hanno scritto?
CP: C’è stato una sorta di crescendo, man mano che acquisivano più dimestichezza nel ritagliare le lettere attorno al foglio, ripiegato per ottenere l’effetto simmetrico che confonde e rende accattivante il risultato, le parole che emergevano diventavano anche più complesse. Dal nome del figlio, delle persone e dei luoghi cari, il proprio paese, la città, si è passate alle sensazioni. Di sicuro è stato più difficile fare emergere il negativo, che per me invece è il motore principale. Ma ho notato questo fatto, che capita anche a me quando mi concentro sul lavoro: si parte dal voler dire qualcosa, ma più si procede nel lavoro più diventa importante il saper fare. Questo per me è un passaggio essenziale, in cui si cela la questione di fondo che l’arte pone. È interessante e significativo che il problema che trova più ostacolo rispetto alla ricezione dell’arte (che senso ha, a cosa serve, sono domande che ci vengono costantemente rivolte) in questa esperienza in carcere sia stato così spontaneamente risolto nel fare: come si scrive, come devo fare a ritagliare questa lettera, questa parola sarà bella da vedere; erano questi i problemi centrali. E anche decidere cosa sarebbe rimasto a loro, cosa a me: questa è stata una cosa importante anche per capire qualcosa di più su questo lavoro, in cui la parte che viene ritagliata ha una funzione strumentale, di matrice, che diventa poi molto bella nel momento in cui la si utilizza con i colori per lasciare l’impronta in negativo. In genere è questa impronta che viene letta come “opera”, ed è stato così anche in questo caso. Per cui l’opera è rimasta a loro e io ho conservato le matrici. Ma mi resta il dubbio di essermi tenuta la parte migliore.
SC: Quali momenti o espressioni ti hanno più colpito?
CP: Un momento di svolta è stato quando ho raccontato di come è nata per me una di queste parole: un amico mi aveva fatta arrabbiare, per cui gli ho regalato una di queste opere, in cui ho scritto «vaffanculo». Ho avuto la netta percezione che in quel momento, di ilarità generale, fosse passato il concetto di cosa sia un’arma espressiva. Mi ha colpito il fatto che, durante la settimana in cui non ci siamo viste, tutte abbiano continuato a pensare a quali parole scrivere; alcune si sono fatte carico di parole della compagna di cella, che non poteva venire di persona. Alla fine si era aggiunta al gruppo una delle insegnanti della scuola, che ha pensato bene di ritagliare un cuore e quando abbiamo messo assieme tutti i lavori le detenute lo hanno subito tolto di mezzo prendendola in giro, perché non aveva capito niente di quello che stavamo facendo.
SC: Quali sono le ragioni che ti hanno fatto accettare la mia proposta?
CP: Credo principalmente quella di affrontare le paure di cui ti dicevo all’inizio. In qualche modo la presenza di una istituzione totale rovescia e smaschera tanti inganni che si rischia di mettere in campo con la parola «arte». La visibilità: quello che si fa in carcere non può essere fotografato, non si può portare il cellulare, il computer, i social network. Il riconoscimento: quello che è importante è capire se ci siamo riconosciute all’interno di quel luogo; quanto questo riconoscimento possa e debba essere portato anche fuori è un problema aperto. La libertà espressiva: capire cosa sia veramente, cosa fare per conquistarla. E poi anche curiosità, il desiderio di vedere cosa ne sarebbe uscito.
SC: Pensi si possa fare arte partecipata all’interno di un carcere? E il valore estetico permane in un contesto del genere? Anzi è possibile fare un’esperienza estetica secondo te in un carcere?
CP: Penso sia molto importante cercare di fare in tutti i luoghi anche qualcosa di imprevisto. «Arte partecipata» è un termine che non mi convince, per le ragioni che ti dicevo sopra: penso che nell’espressione artistica ci sia un nocciolo irriducibilmente individuale, e che ci sia un certo grado di insincerità quando si tenta di tradurlo in termini partecipativi, relazionali, o di arte pubblica. Forse in un mondo ideale si dovrebbe poter proporre di disegnare assieme in un carcere senza bisogno di rivestire la cosa con l’etichetta di «arte partecipata»; ma in un mondo ideale il carcere non esisterebbe. In un paradosso analogo si cade probabilmente a voler stabilire il valore di quello che si è fatto. Ma l’esperienza di disegnare insieme, perfino in carcere, è stata molto bella; e questa sì, penso sia un’esperienza estetica.
SC: Quale immagine porti con te di questa esperienza?
CP: Quella che non sarà più possibile vedere: noi insieme, in fondo a un corridoio lunghissimo, che guardiamo stupite a terra tutti i lavori uno accanto all’altro, coloratissimi, allegri, sfrontati, un vero manifesto, e ci meravigliamo di quanto questa immagine sia bella.

In copertina: Guerriere (una delle opere prodotte dalle carcerate durante il laboratorio)
