Un incrocio. Leo Maillet e Franz Kafka

01/10/2024

Era il 1939 quando Leopold Mayer venne arrestato per la prima volta. Uscendo dall’atelier di Roger Lacourière in Montmartre, dove lavorava come stampatore ormai da qualche anno, si accorse che la gente del vicinato lo guardava in parte piegata dalla paura, in parte in attesa maliziosa. Di certo non sospettava che, scendendo la scalinata, si sarebbero accostati a lui due poliziotti per portarlo via. Erano grossi e coi baffi, sembravano due attori di terz’ordine in costume poliziesco. Il signor Mayer era sorpreso, ma comunque calmo: o era una messa in scena o si trattava di un malinteso; del resto non aveva infranto alcuna legge e per di più lavorava presso un atelier prestigioso. Alla prima occasione avrebbe asserito che lui stampava opere di artisti importanti come Miró, Braque e Picasso, e che quindi era uno stampatore di tutto rispetto e che ci doveva essere senz’altro un equivoco. Perciò rassicurava i vicini con sorrisi e cenni della testa. È vero, uscendo aveva sporcato di inchiostro il marciapiede con la scarpa, ma questa non era certo una colpa sufficiente a giustificare l’arresto; in sua difesa, avrebbe affermato anche tale ragione durante il processo. Ma non ci fu alcun processo. Rimase internato per un anno senza alcuna spiegazione, fino a quando non riuscì a fuggire.

Dirigendosi verso sud si fermò in una stamberga per la notte. L’oste era antipatico, anche se di buon umore: aveva quella malsana espressione che sta sui volti dei cacciatori di ratti dopo averne catturato uno. «Quella è la Sua stanza, “signore”», indicando la porta del sottoscala. Il signor Mayer, indispettito più dai modi che dalla stanza indicata, aprì la piccola porta. Dentro, ingobbiti sotto la scala, stavano appostati i due grossi poliziotti di Montmartre con una nuova uniforme. Il signor Mayer aveva il sospetto che lo avessero lasciato fuggire solo per poterlo braccare e riacciuffare. Aboliti i processi pare non rimanere che il gusto per la caccia, pensava. Questa volta fu però una polizia speciale, lo capiva dalle uniformi tedesche – a proposito il signor Mayer non nascondeva un certo vanto nell’essere stato braccato da una polizia speciale. Che avesse commesso qualche infrazione nella sua città, Francoforte? Improbabile. Scoprì che i suoi compagni di campo nei pressi di Aix-en-Provence erano stati arrestati dalla stessa polizia, e i tedeschi come lui erano pochi. Erano lì, dicevano, in attesa di essere trasportati in Polonia. Là forse avrebbe avuto occasione di difendere la sua causa in un processo regolare, denunciando quei presunti e sospetti sottoposti statali che lo avevano prelevato senza accuse fondate; avrebbe anche preteso un risarcimento per il tempo perso e per il trattamento del tutto irragionevole. Eppure, non arrivò mai in Polonia: dopo due giorni di treno, decise di gettarsi fuori carrozza e fuggire in Svizzera, diventando Leo Maillet.

Leo Maillet, La verità su Sancho Pansa (La verità su Sancho Panza),  1971, xilografia a colori, 75×56 cm,  Museo d’arte Mendrisio © Eredi di Leo Maillet 

Quando Leo Maillet incontra Franz Kafka, la sua storia in qualche modo cambia tono. A Basilea, mentre cerca lastre di rame, lo incontra in un centro di roba vecchia sotto forma di alcuni libricini: «Ho uno strano animale – legge – metà gattino, metà agnello». Nel suo diario annota: «Avevo perduto i miei gatti e avevo fatto il pastore di agnelli nelle Cévennes. E adesso uno veniva a dirmi di avere ricevuto in eredità qualcosa che era un gatto e un agnello insieme – che strano!» Questa doppia creatura balza dalla fantasia di Kafka alla sua, alla quale reagisce subito con sei incisioni su rame. «Da allora leggo quasi solo Kafka – incomprensibile per la maggior parte delle persone». Da quelle prime parole del racconto Un incrocio lette nel 1944, i racconti di Kafka accompagneranno la produzione incisoria di Maillet per oltre trent’anni.

Con quei libricini, dopo aver perduto la sua biblioteca, dopo che gran parte delle sue opere realizzate a Francoforte quando seguiva le lezioni di Franz Karl Delavilla e poi di Max Beckmann vengono confiscate dal regime nel 1933, dopo essere stato a Parigi ed essere fuggito in Svizzera, Maillet comincia una nuova stagione. Entusiasta dei racconti brevi dello scrittore di Praga lo studia e lo illustra senza mai accantonarlo, dando prova non solo di grandi abilità tecniche, ma anche di una stretta affinità di visione. Ed è proprio questo sodalizio a essere celebrato nella nuova raccolta di racconti di Kafka edita da Casagrande lo scorso agosto, raccolta che include esclusivamente quei racconti che Maillet ha illustrato, a partire da Un incrocio, da cui il libro prende il titolo in onore del loro primo incontro.

Leo Maillet, Der plötzliche Spaziergang (La passeggiata improvvisa), 1970,  xilografia a colori,  69×55 cm, Museo d’arte Mendrisio © Eredi di Leo Maillet 

Il libro si presenta in una struttura semplice: ritmato dai racconti e dalle immagini che li illustrano. Struttura diversa da quella sperimentata da Maillet, dove i testi sono inglobati nelle immagini e dove pertanto la lettura del racconto non può che calarsi nella visione dell’incisore – penso specialmente a La passeggiata improvvisa e a Gente che corre e al modo in cui l’immagine anticipa e cattura l’immaginazione durante la lettura. Così, da quei libricini in un centro di roba vecchia, ora possiamo leggere i racconti di Kafka nelle cornici di Maillet, come sono stati presentati nella mostra estiva al Museo d’arte di Mendrisio, tenutasi in occasione della pubblicazione del libro; occasione che ha dato modo di esporre le incisioni e gli schizzi preparatori collezionati per intrecciare o, meglio, incrociare Maillet e Kafka. 

Delle strane incisioni, allora, metà Maillet, metà Kafka. Bucefalo, destriero di Alessandro Magno, fattosi avvocato si tiene il cappello con una mano mentre sale picchiettando lo scalone di marmo del tribunale. I ribaltamenti umoristici dei racconti brevi di Kafka vengono colti in un solo momento nelle immagini di Maillet. Lo stesso può dirsi del silenzio che Kafka incastra in alcuni pertugi dei suoi scritti, il quale viene estratto da Maillet per essere presentato in tutta la sua stranezza, come ne Il colpo al portone e in La gita in montagna dove, tra l’altro, le figure dei tre Nessuno in frac non si discostano troppo da alcuni disegni dello stesso Kafka. Ora, la memoria della distinzione tra allegoria e realtà si perde – e qui sta il più stretto contatto tra i due. Come scrive Giorgio Agamben nella prefazione, forse si può illustrare Kafka solo se si rinuncia tanto a ogni pretesa realistica quanto a ogni simbolismo.

Leo Maillet, F.K., 1987, puntasecca, 58.5 × 37.5 cm,  Museo d’arte Mendrisio © Eredi di Leo Maillet 

In queste stampe è chiaro come Maillet sente e risponde alle deformità di Kafka: le illustrazioni sono losche e sordide, velate da una sottile comicità. Maillet non si confronta però con i romanzi e i racconti lunghi, perciò nelle sue figure manca un aspetto che nel Kafka del Processo o del Castello è peculiare: quell’attrito tragico che si esercita quando le deformità e la sordidezza del quotidiano appaiono per corrompere il disegno rigoroso, astratto e pedante che si tenta di percorrere. Maillet riflette soprattutto quel che in Kafka si mostra straordinario e fantastico: un animale metà gattino e metà agnello, un uomo che corre in un vicolo sotto la luna, un Bucefalo avvocato; e lo fa con uno spirito genuinamente infantile – affermazione, questa, possibile solo in virtù della sua maestria tecnica. Ma se guardiamo le stampe dedicate al racconto Il colpo al portone, Maillet restituisce la precisa enigmaticità di Kafka duplicando l’incisione a rilievo e a incavo ottenendo due stampe identiche, ma dalle coordinate e dai colori invertiti. Se non fosse stato per la sua abilità nella fuga, quindi, oggi non avremmo il portone di Leopold Mayer, portone raffinatamente storto attraverso cui sbirciare nei mondi di Franz Kafka.

Franz Kafka
Un incrocio. Racconti scelti e illustrati da Leo Maillet
Edizioni Casagrande, Bellinzona 2024
Traduzione di Gabriella de’ Grandi
Con una prefazione di Giorgio Agamben
88 pp., 24 €

Valerio Abate

Valerio Abate

(Lugano, 1994) ha studiato Arti visive all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e all'Universität der Künste di Berlino. Dal 2019 scrive per il Canale Cultura della RSI (Radiotelevisione della Svizzera italiana). Nel 2022 ha concluso la formazione annuale in drammaturgia Luminanza. Dal 2023 insegna Arti visive nel liceo di Mendrisio (CH). Dal 2016 espone tra Italia, Svizzera e Germania – il suo lavoro, in pittura, scrittura e scultura, ruota attorno alla distinzione tra figura e sfondo indagando temi quali il tempo, la morte, la soglia e il sacro in una prospettiva etica e poetica.

English
Go toTop