China in a nutshell

Dopo la prima uscita da Riccardo Costantini, a Torino lo scorso autunno, prosegue a Biella dal 27 luglio l’itinerario della mostra Don Yuan di Gianni Colosimo e Luisa Bruni, nella quale si racconta la storia della Cina moderna e contemporanea. Senza tuttavia indulgere in un anestetico contenutismo.

Quante volte abbiamo avuto a che fare con la Cina e con i cinesi nelle nostre vite? La prima risposta, di getto, a meno che non si sia accaniti viaggiatori – per lavoro, per piacere –, potrebbe essere: «Non molte». Soprattutto se si appartiene alla mia generazione, la X se non erro, quella giunta alla maggiore età quando il maoismo occidentale era pressoché scomparso e quando TikTok ancora non era uno standard visivo e sociale.

Però. A pensarci bene, la risposta potrebbe essere più sfumata. Andando in disordine: quando studiavo a Parigi, o meglio a Vincennes-Saint-Denis, di maoisti francesi ce n’erano ancora parecchi, e a me ricordavano un poco i protagonisti de La Chinoise (1967) di Jean-Luc Godard. E a proposito di studenti: probabilmente non maoisti, sono ancora migliaia gli studenti cinesi che, sfidando le difficoltà pandemiche (ora tutti conosciamo, almeno di nome, la città di Wuhan), affollano le università e le accademie d’arte italiane, e un confronto – volenti o nolenti – lo abbiamo quotidianamente, noi che in quelle istituzioni insegniamo. A proposito di arte, poi, chi non ricorda la potentissima vague d’arte cinese, pittura soprattutto, che invase l’Occidente all’inizio del XXI secolo, mentre di converso tante gallerie aprivano sedi nel distretto 798 di Beijing? Sul filo dei ricordi, l’impatto diretto l’ebbi quando fui invitato al festival di fotografia che si tiene a Lishui, località certo non così nota in Europa, che gli abitanti di Shanghai considerano «countryside», avendo una popolazione di appena due milioni e mezzo di abitanti (altro che dominio della campagna sulla città, come proclamava Mao nel 1949); non frequenti sono i contatti con gli occidentali, e le reazioni stupite e sorridenti alla mia barba e ai capelli biondissimi della collega olandese ancora sono impresse nella mia mente. E poi ci sono i libri, naturalmente, che non possono mancare per chi come me è un incorreggibile bibliomane, e d’altronde uno degli oggetti più noti della storia cinese è il Libretto Rosso, senza dimenticare l’invasione dei volumi stampati in numerosissime lingue dalla Casa Editrice in Lingue Estere di Pechino; dunque, citandone un paio soltanto, Stella rossa sulla Cina (1974²) di Edgar Snow, una affascinante «storia della rivoluzione cinese» della quale ricordo, guarda caso, l’aneddoto raccontato dall’autore a proposito dell’abitudine di Mao di riporre i propri libri non di costa, ma di piatto (e con un certo snobismo coloniale, Snow racconta di aver convinto il Grande Timoniere ad adottare il «nostro» sistema, certo più pratico); e poi, molto più recentemente, verso la fine degli anni Dieci di questo secolo, la lettura della trilogia di Liu Cixin, Il problema dei tre corpi, fantascientifici romanzi da cui è stata tratta l’immancabile serie prodotta da Netflix (per ora è uscita la prima stagione, corrispondente al primo volume). E ancora, senza dilungarsi troppo: i film di Zhang Yimou (Lanterne rosse [1991] su tutti), il Capodanno cinese e la sua astrologia animale (siamo nell’anno del Drago, per la cronaca), Marco Polo – la Via della Seta – Il Milione, le etichette made in China, i ristoranti con i tavoli rotondi e il piano interno rotante, i tazebao e Piazza Tienanmen.

Ci si potrebbe fare il testo di un brano sulla falsariga di Roberspierre dei reggiani Offlaga Disco Pax (l’album si intitolava Socialismo tascabile (Prove tecniche di trasmissione), era il 2006). Testo che naturalmente sarebbe almeno in parte diverso per ogni suo compilatore, mantenendo però la caratteristica di sorprendere l’estensore stesso. Perché La Cina è vicina, come aveva ben capito nel 1967 Marco Bellocchio, regista dell’omonimo film.

Allo stesso modo si potebbe recitare, come un rosario laico, la mostra di Gianni Colosimo e Luisa Bruni intitolata Don Yuan, allestita alla galleria Riccardo Costantini Contemporary di Torino alla fine del 2023 e nuovamente visibile, in un reenactment, da sabato 27 luglio al Palazzo Ferrero di Biella nell’ambito della rassegna Marco Polo. L’impossibile. Una litania che faremo echeggiare grazie a un florilegio di brani che datano dal 1927 al 2017.

Avremo dunque:

  • il profluvio filatelico su fondo argento e oro che racconta a suo modo la storia moderna e contemporanea della Cina («Lo scopo della nostra rivoluzione è di sviluppare le forze produttive della società. Per raggiungere questo obiettivo, bisogna prima rovesciare, poi opprimere il nemico. Senza la violenza rivoluzionaria del popolo, come potremmo riuscirci?», Mao Tse-Tung, 1960, p. 39);
  • i pattern disegnati con le banconote, che esibiscono un legame più esile di quanto potrebbe sembrare con l’operazione Wallpaper-Il vortice del desiderio è privo d’orizzonte che Colosimo aveva progettato nel 2006 per la Galleria Pack di Milano («Era tuttavia impossibile non venire a patti con la secolare tradizione della pittura classica guohua. Invece dunque di ignorarla o cancellarla, con il rischio che potesse divenire una forma d’arte praticata in clandestinità dai più retrogradi e conservatori degli artisti, essa fu abilmente piegata ai dettami del nuovo credo socialista», Filippo Salviati, 2006, p. 40);
  • le statuette in ceramica di Mao – talora in compagnia delle giovanissime Guardie Rosse – che sarebbero a loro agio in un presepe partenopeo («Ma Huai-teh disse no. “Non dobbiamo confondere le cose non facendo distinzione tra le classi, fra nemici, amici e noi stessi. Se non prestiamo attenzione, cadremo dritti nella trappola del nemico. Dobbiamo combattere le idee sbagliate; dobbiamo educare quest’uomo e unirci a lui. La politica del Partito non è cacciare chi sbaglia”», Li Tzu-chiang & Tsui Hung-chang, 1974, p. 107);
  • il turbinìo di fotografie risalenti alla Rivoluzione Culturale, fra esaltazione e gogna («I condini hanno alzato le mani incallite dal lavoro sulle teste dei signorotti. Legano i liehshen, mettono loro in testa un alto cappello di carta e li trascinano per i villaggi», Mao Tse-Tung, 1927, p. 26);
  • il basamento vuoto, con la sua aria di famiglia che lo imparenta al Socle du monde (1961) di Piero Manzoni («In altre parole, la loro meticolosità – il modo in cui un lavoro come Starvation [dipinto di Zhi Lin del 1999, N.d.R.] trabocca e ribolle del desiderio di fare tutto in modo assolutamente, positivamente giusto (questo braccio avvolto in un panno, quel torso muscoloso, il calcio esuberante di questo bambino, l’accovacciamento muscoloso di quell’uomo) – ci porta a pensare che queste immagini abbiano una storia particolare, definitiva e comprensibile da raccontare, che la loro narrazione si svilupperà e si svolgerà con la stessa chiarezza e dettaglio delle forme davanti ai nostri occhi. Ma ovviamente non è così», Rachel Z. Delue, 2010, p. 263);
  • l’arazzo agiografico sul quale Colosimo, con un’azione performativa, ha riportato il motto situazionista Ne travaillez jamais, scritta a gesso realizzata da Guy Debord nel 1953 su un muro parigino («Sotto l’influenza degli accademici guidati dai principi del Realismo socialista sovietico, le immagini ideologiche quasi invariabilmente richiedevano un’espressione che fosse allo stesso tempo abbozzata e realistica. Sebbene alcuni pittori rimasero ostinatamente contrari, fu solo nel 1957 che osarono tatticamente esprimere le loro lamentele, quando ormai i “dipartimenti di pittura ad acquerello” (caimo-hua xi) erano stati ribattezzati “dipartimenti di pittura in stile cinese” (zhongguo-hua xi)», Lü Peng, 2010, p. 570);
  • il dollaro mutante per dimensioni (decisamente più grande dell’originale), materiale (marmo) e disegno (Mao in luogo d’un Presidente degli States) («La resistenza a rivalutare lo yuan viene interpretata semplicemente come una subdola e sleale manovra per tener basso il prezzo del made in China. C’è un po’ di calcolo mercantile, certo, ma c’è anche la consapevolezza che Pechino si ritrova a interpretare un ruolo davvero inatteso: pur essendo ancora un grande paese emergente, la Cina è diventata di colpo il banchiere centrale dell’America», Federico Rampini, 2006, p. 101);
  • l’inginocchiatoio dipinto di giallo sul quale attende il Libretto Rosso («Per rovesciare un potere politico è necessario preliminarmente impadronirsi delle sovrastrutture e dell’ideologia e preparare l’opinione pubblica: ciò vale tanto per le classi rivoluzionarie che per le classi controrivoluzionarie. Ne sono prova i precedenti storici della rivoluzione borghese, che si è impadronita dell’ideologia secoli prima di conquistare il potere politico, e la stessa lunga preparazione ideologica della rivoluzione d’ottobre», Edoarda Masi, 1971³, p. 124);
  • «Arricchirsi è glorioso», la destabilizzante dichiarazione di Deng Xiaoping, campeggiante in ideogrammi su tela rossa, che riprende gli stilemi della Città proibita (2006) di Zhang Yimou («Quel tempo si rapprese nella sua memoria in una serie di dipinti classici, ma non quelli cinesi fatti con il pennello, bensì le pitture a olio europee. Se l’arte pittorica cinese era piena di spazi vuoti, la vita a Qijiatun non possedeva intervalli bianchi; proprio come i quadri a olio, era densa di colori ricchi e compatti. Tutto era caldo e appassionato: i kang, letti riscaldati dalla spessa imbottitura di carice; i tabacchi di Guandong e Mohe pressati nelle pipe di rame, le corpose e pesanti pietanze a base di sorgo, il baijiu a 65 gradi distillato dal sorgo… Tutto trascorreva placido e tranquillo, come il ruscello ai margini del villaggio», Liu Cixin,  2017, p. 267);
  • la torre di vasi in stile Ming in cima alla quale ruota la stampa in 3D della testa di Xi Jinping, accompagnata dalla randomica traccia sonora elaborata da Paolo Dellapiana manipolando la voce di Peng Liyuan, soprano, inviata speciale dell’Unesco nonché moglie del suddetto Xi («Figura emblematica, se si vuole, come la Marylin di Warhol di molto tempo fa, ma più universale. D’altra parte, Warhol, a suo tempo non ci propose i suoi Mao? E che alcuni artisti cinesi che si riferiscono a Mao per “firmare” le loro opere lo vogliano o no, anche la derisione è, in un modo o in un altro, un omaggio», Pierre-Jean Remy, 2006, p. 7);
  • il pannello circolare e verticale, rotante anch’esso, con l’invito neomaoista dell’attuale Presidente a tornare nelle campagne («La maggioranza o la grande maggioranza degli intellettuali formatisi nelle scuole di vecchio tipo possono o vogliono integrarsi con gli operai, i contadini e i soldati. Essi devono essere “rieducati” dagli operai, i contadini e i soldati, alla luce della giusta linea del Presidente Mao; bisogna dare incoraggiamento a quelli che hanno ottenuto successi nella loro integrazione e alle Guardie rosse e ai giovani intellettuali che sono entusiasti di recarsi nelle zone rurali e montagnose», Lin Piao, 1969, pp. 56-57);
  • il pozzo nel quale l’immagine iconica del Tank Man di Piazza Tienanmen è illuminata dal Tik del celeberrimo social cinese («Qui, l’ideologia degli avversari della rivoluzione culturale si caratterizza per il fatto di presentare scienze e tecniche come socialmente “neutrali”. Essa nega cioè che il modo in cui scienze e tecniche si sviluppano dipenda dai rapporti di classe dominanti, e che l’applicazione delle varie tecniche comporti anch’essa effetti di classe determinati. È questo il caso, evidentemente, delle tecniche sviluppate nei paesi imperialisti: in genere esse non possono essere puramente e semplicemente “adottate” per servire ad uno sviluppo sulla via del socialismo, occorre anche che siano trasformate», Charles Bettelheim, 1978, p. 55);
  • l’estrema sintesi della cosiddetta Diplomazia del Ping Pong che fece da preludio alla visita di Richard Nixon in Cina nel 1972 («Tuttavia era evidente che il programma dei comunisti aveva fatto breccia sui musulmani e che questi si dimostravano amichevoli verso i rossi e pronti ad organizzarsi seguendo le loro istruzioni. La politica comunista di rispetto di tutte le tradizioni musulmane aveva impressionato perfino i contadini e gli ahun più sospettosi», Edgar Snow, 1974², p. 405).

Insomma, quel cui ci mettono di fronte Colosimo & Bruni è nientemeno che la storia della Cina moderna e contemporanea. Gli artisti, tuttavia, riescono nell’impresa di non cedere, pur a fronte di un minuzioso lavoro di documentazione, alla tentazione del contenutismo, come lo ha efficacemente definito Christian Caliandro (2024). È ovvio che un contenuto c’è, ma mediato – meglio: disturbato, offuscato, complicato – da una maniacale e artistica, occorre dirlo, cura per i dettagli. Una cura che permette di divincolarsi dal suddetto contenutismo, talora strizzando anche l’occhio all’impostura (non tutti gli yuan sono “veri”, questo è palese; ma si tratta dell’unico elemento che oscilla tra realtà e finzione?). D’altro canto, il pragmatico Mao non era anche un discreto poeta e un ottimo calligrafo?

In fine, quel che resta, fortunatamente, è una domanda. Una domanda non retorica, ma reale e pressante. La medesima che ha e si è posto un giovane ristoratore cinese dopo la private view della mostra: «Perché?».

Gianni Colosimo e Luisa Bruni
Don Yuan
nell’ambito della rassegna Marco Polo. L’impossibile
a cura di Irene Finiguerra, Fabrizio Lava e Gigi Piana
Biella, Palazzo Gromo Losa
dal 27 luglio al 22 settembre 2024


Bibliografia

Charles BETTELHEIM, Domande sulla Cina. Il dopo Mao: una controrivoluzione culturale, Bompiani, Milano 1978

Christian CALIANDRO, Il contenutismo nelle opere d’arte è una forma di fuga dalla realtà, in «Artribune», 27 aprile 2024 [link consultato il 22 luglio 2024]

Liu CIXIN, Il problema dei tre corpi, Mondadori, Milano 2017

Rachel Z. DELUE, Neither Here Nor There: China, Global Culture, and the End of American Art, in Jerome Silbergeld & Dora C. Y. Ching, ARTiculations. Undefining Chinese Contemporary Art, Princeton University Press, Princeton (NJ) 2010, pp. 250-271

Edoarda MASI, La contestazione cinese, Einaudi, Torino 1971³

Lü PENG, A History of Art in 20th-Century China, Charta, Milano 2010

Lin PIAO, «Rapporto al IX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese», in IX Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese. Raccolta di documenti, Casa editrice in lingue estere, Pechino 1969, pp. 1-109

Federico RAMPINI, L’impero di Cindia, Mondadori, Milano 2006

Pierre-Jean REMY, Maimao, in Lina Lopez & Giacomo Rambaldi (a cura di), Maimao, Gli Ori, Prato 2006, pp. 7-8

Filippo SALVIATI, Radici storiche e correnti di pensiero, in Dalu Jones, Filippo Salviati & Mariagrazia Costantino, Arte contemporanea cinese, Electa, Milano 2006, pp. 34-111

Edgar SNOW, Stella rossa sulla Cina. La storia della rivoluzione cinese, Einaudi, Torino 1974²

Mao TSE-TUNG, Rapporto d’inchiesta sul movimento contadino nello Hunan [1927], in Id., Opere scelte, Casa editrice in lingue estere, Pechino 1969, vol. I, pp. 19-58

Mao TSE-TUNG, Note di lettura sul «Manuale di economia politica dell’Unione Sovietica» [1960], in Id., Su Stalin e sull’URSS. Scritti sulla costruzione del socialismo 1958-1961, Einaudi, Torino 1975, pp. 31-141

Li TZU-CHIANG & Tsui HUNG-CHANG, A Chicken Feather Flies Up to Heaven, in Kao Yu-pao et al., My Hometown. Six Reportage Articles, Foreign Languages Press, Pechino 1974, pp. 91-136

Marco Enrico Giacomelli

Marco Enrico Giacomelli

(Torino, 1976) dottore di ricerca in Estetica e giornalista professionista, ha studiato filosofia alle università di Torino, Bologna e Paris 8. Dall'inizio del secolo ai primi mesi del 2023 è stato direttore responsabile e vicedirettore editoriale prima di Exibart.onpaper e poi Artribune Magazine. Insegna alla NABA di Milano, allo IED di Torino e all'Accademia di Belle Arti di Verona. Ha scritto decine di articoli di taglio giornalistico e accademico, nonché un libro su Documenta 13 (“Ma dove sono le opere d'arte?”, Castelvecchi, 2023), uno su Mike Kelley (“Di tutto un pop”, Johan and Levi, 2014) e uno su René Daumal (“Un filosofo tra Patafisica e Surrealismo”, Bulzoni, 2011). Ha tradotto testi di Gilles Deleuze, Marc Augé, Nicolas Bourriaud e Boris Groys. Di tanto in tanto cura mostre, spaziando dall'arte contemporanea alla storia dell'alpinismo.

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