Arte della fuga

22/07/2024

Proponiamo una manciata di specimina dall’edizione curatissima delle poesie dell’iraniana Mina Gorij: per la quale una delle curatrici, Jane Wilkinson, ha realizzato in esclusiva per i lettori di «Antinomie» una presentazione, e riportato alcune delle immagini alle quali si è ispirata la poetessa.

Migrare, partire… In Scappa, il prosimetro che chiude Arte della fuga, Mina Gorji racconta la storia migratoria degli antenati e della sua famiglia, preludio alla propria. A cinque anni, dopo la rivoluzione iraniana, parte con i genitori per Londra, dove cerca di distanziarsi dai ricordi, trovando conforto nella forza della fantasia. Sogna e inventa storie mentre salta tra i riquadri colorati di un antico tappeto persiano, facendo germinare una prima poesia dalla fuga zigzagante dei passi, preannuncio di un’arte poetica fondata sul movimento. 

Nelle composizioni di Gorji a muoversi sono creature non solo umane: piante, animali e stelle, e nello stesso tempo immagini, testi, suoni e versi. La poesia stessa diventa arte di fuga, evasione e metamorfosi. “Volevo pensare a cosa significasse scappare e ai diversi modi in cui potesse farlo una poesia”, spiega sul sito della Carcanet – “parole e frasi che fuggono da altre poesie, da testi in prosa o cataloghi di vernici; suoni e cadenze che si liberano, trovando forme nuove”. Fuggiaschi lessicali e sonori, trasformano il testo che li accoglie in una cassa di risonanza. 

Mondi in miniatura, come quelli intessuti nel tappeto, le poesie di Gorji archiviano storie, immagini ed esperienze di vespe, moscerini, api, uccelli, lucertole, armadilli, esseri marini di tutte le dimensioni; piante come denti di leone, giunchi, il senecio di Oxford; gli “oggetti del cielo profondo” rivelati dal telescopio, galassie, stelle cadenti che si trasformano in luci d’atterraggio, meteoriti, ma anche fossili, le “storie segrete” contenute nelle pietre, e persino l’ago tremolante di una bussola; figure con identità multiple come Houdini, gigantesco “uomo-falena”, o l’uomo esperto di disinfestazioni di ratti che sembra trasformarsi a metà poesia da Uomo dei Ratti in un Uomo Ratto che sogna la sua dea e il tempio dei ratti nel Rajasthan mentre sorseggia il tè. 

Diverse poesie interpellano artisti, come l’inuit Pitseolak Ashoona o l’inglese Cornelia Parker. In Come scrivere con un meteorite, ispirata a Parker, un meteorite viene riscaldato sul fornello prima di essere schiacciato su una mappa di Londra, portando a contatto gli spazi interplanetari, il mondo in miniatura della cartografia, l’universo domestico della cucina. “Oggetto alieno arrivato dallo spazio”, spiega Parker, presentando la serie degli “atterraggi” londinesi sul sito del British Council, il meterorite “incarna la paura dell’ignoto, la paura del futuro. In questo senso, la mia è un’opera apocalittica creata per la fine del millennio.”  

In altre poesie la natura stessa figura da artista. In Sulla battigia, la “scrittura della burrasca” riempie il litorale – e la lingua – con esseri marini arenati sulla sabbia, tra i quali alcuni, ancora vivi, saranno ributtati in mare. Senza alludere esplicitamente al destino di migranti umani gettati sulle coste del Mediterraneo o della Manica, la poeta-raccoglitrice elenca uno per uno i nomi delle creature trovate. In Tarabuso, l’uccello protagonista si camuffa in canna per sfuggire al pericolo, spingendo il becco in su e ondeggiando al vento come un danzatore. Riempie la notte con il suono cavernoso del suo verso, unendo echi dell’usignolo keatsiano a profezie bibliche sulla desolazione di Ninive e Babilonia. 

Tracce delle origini dei frammenti testuali accolti nelle composizioni di Gorji diventano echi in absentia delle storie narrate nei contesti precedenti, talvolta anch’esse storie di fuga. Nell’Impero del dente di leone rimangono soltanto due nomi, “pissabet” e “bittera tzelaut”, a ricordare come l’arrivo della pianta in America fosse dovuto a un gruppo di Mennoniti prussiani fuggiti da persecuzioni religiose e dalla leva obbligatoria, portando con sé sia la pianta che i nomi dialettali che essi le attribuivano.

Una perdurante nostalgia per le bellezze del paese abbandonato si accompagna in diverse composizioni ad allusioni all’antica arte, storia e letteratura persiane. Persepoli inizia con un’epigrafe tratta dalle Rubʿayyāt di Omar Khayyām, senza nominarne la fonte, e prosegue con la descrizione di un re con davanti a sé un paesaggio abitato soltanto da lucertole, immagine ancora visibile tra le rovine di Persepoli. 

Alla fine del libro, la citazione dalle Rubʿayyāt ritorna come premessa al racconto di come nel 1971 lo Scià tentasse di ricreare le glorie del re mitologico Jamshīd, nascondendo la desolazione del presente. “Spese milionarie, re, presidenti, sultani, ambasciatori, star del cinema, tutti invitati a Persepoli, ad assistere alla grandezza dei persiani. Decadenza: 159 chef, fornai e camerieri, tutti fatti arrivare in aereo da Parigi. Pavone arrosto, caviale, cristalli, porcellana di Limoges. Migliaia di serpenti, scorpioni e lucertole sgomberate dal sito; specie sconosciute portate via dagli zoologi, rinchiuse in barattoli speciali”. Con la rivoluzione del 1978-79 il potere passa all’Ayatollah Khomeini.

Ai regni materiali della storia, passata e presente, Gorji preferisce gli imperi ariosi creati dalle migrazioni di piante, uccelli, polvere e stelle e del lessico scientifico, letterario e comune che le accompagna.  

Jane Wilkinson

Particolare del tappeto della famiglia Gorji, fotografato da Samia Khaleeli 

Scappa (brani)

Londra, SW13, 1980. A cinque anni vedevo in sogno plotoni di esecuzione. Sussultavo alla vista di un poliziotto. Ma c’era calore e famiglia e amore. Omelette Masala, dolce per le cipolle fritte. Budino di riso, dorato per lo zafferano.

[…] 

L’antico tappeto persiano nella casa dei nonni si allungava dentro i pomeriggi. Saltavo tra riquadri di colore diverso, inventando storie, sognando. Minuscoli piedi che calpestavano tetti di un mondo in miniatura: 

Particolare del tappeto della famiglia Gorji, fotografato da Samia Khaleeli

Senecio di Oxford 

Dalle pendici cineree dell’Etna
all’Orto botanico –
Senecio Squalidus
è scappato;
è scivolato via dalla sua aiuola coltivata,
dalle antiche mura del cimitero,
dai confini della città,
seguendo le fughe
nel lastrico stradale,
i binari appena posati
della ferrovia,
verso sud est
lungo la massicciata di clinker,
fino al cuore di Londra:
crateri di bombe,
zone devastate dal fuoco,
terra bruciata, ancora.

Come scrivere con un meteorite (alla maniera di Cornelia Parker)

Riscaldare un meteorite
sul fornello di cucina:
centro di un universo
di bollitore, padella e presina.
Lo fa atterrare incandescente
sulla mappa –
e schiaccia
perché lasci una macchia,
e le strade di carta
si scuriscano di cenere:
il segno del cielo si riduce
a sbruciacchio.

Cornelia Parker, Meteorite Lands on the Houses of Parliament, 1998. Courtesy: l’artista e Frith Street Gallery, London 

Persepoli

Si dice che il Leone e la Lucertola abbiano stanza
dove Jamshīd regnava bevendo in abbondanza.

All’ombra di un parasole
il re guarda davanti a sé:
pianure deserte,
il cielo,
i falchi,
i fiori gialli,
una lucertola che sfreccia sulle pietre ̶
non resta altro.

Damaged Xerxes, Persepoli © LiviusOrg

L’impero del dente di leone 

Soffione, Suffion, pis-en-lit,
Capo di Frate –
Peccato nell’Erba,
una minuscola spora
prolifera –
un impero sparso nell’aria; tarassaco –
soffiato attraverso oceani da venti avversi,
malerba e rimedio amaro –
cicoria, pissabet
bittera tzelau

Elizabeth Blackwell, “Dandelion” in A Curious Herbal, 1739. General Research Division, The New York Public Library. The New York Public Library Digital Collections.

Mina Gorij
Arte della fuga
traduzione a cura del Laboratorio di traduzione poetica, Monteverdelegge (Marta Izzi, Paola Maioli, Giselda Mantegazza, Fiorenza Mormile, Anna Maria Rava, Anna Maria Robustelli, Jane Wilkinson)
Fuorilinea, 2024
164 pp., € 13

Mina Gorji

Mina Gorji

nata a Teheran nel 1975, emigrata a cinque anni a Londra, ha studiato alle Università di Cambridge e di Oxford. Insegna nella Facoltà d’inglese dell’Università di Cambridge. Oltre a due raccolte di poesia, “Art of Escape” (Carcanet 2020) e “Scale” (Carcanet 2022), le sue pubblicazioni comprendono la monografia “John Clare and the Place of Poetry” (Liverpool UP 2009), e i volumi collettanei “Rude Britannia” (Routledge 2007) e “Class and Canon: Constructing Labouring-Class Poetry and Poetics, 1780-1900” (Palgrave 2012). Tra i numerosi saggi, ricordiamo gli studi sull’ascolto in poesia: “John Clare and the Language of Listening” (“Romanticism” 2020), “Listening for Stars” (“Poetry Review” 2021), e “La poesia romantica e l’ascolto”, di prossima pubblicazione.

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