L’AMMÒ, o la mondanità come abito

I

Nel dialetto marchigiano esiste un’espressione, ammò, con la quale si definisce l’adesso; per esempio: «ammò ti dico». L’ammò è un adesso che insiste ad affermarsi proprio mentre dilegua – l’inafferrabile che si rende presente come tale. È un tempo che, nel pronunciarsi, già prende congedo da se stesso, scoincide, è nello stesso istante in anticipo e in ritardo.  

II

L‘ammò potrebbe essere accolto come il tempo della moda – di ogni moda, nella stessa misura in cui lo è il kairos per Giorgio Agamben, quando scrive: «il tempo della moda è costitutivamente in anticipo su sé stesso e, proprio per questo, anche sempre in ritardo, ha sempre la forma di una soglia inafferrabile fra un “non ancora” e un “non più”. […] La frase “io sono in questo istante alla moda” è contraddittoria, perché nell’attimo in cui il soggetto la pronuncia, egli è già fuori moda. Per questo, l’essere alla moda, come la contemporaneità, comporta un certo  “agio”, una certa sfasatura».

III

L’ammò, per via del suo uso quotidiano e dialettale, è un termine conficcato nel mondo. Insiste, ancora più che il kairos, sulla propria dimensione mondana, partecipa a questo trascorrere delle cose che è la forma suprema del loro vivere – del loro trasformarsi. L’ammò è la moda del mondo come suo transire e, in quanto tale, è un atto di fede nella mondanità. 

IV

A un certo punto di una sua conversazione con Thyrza Nichols, la filosofa Donna Haraway denuncia la terribile separazione concettuale tra l’essere umano e il mondo, sostenendo che l’unico modo per opporsi a questa separazione è «un atto di fede nella mondanità in cui il corpo di carne e le storie umane sono sempre e dovunque frammisti nel tessuto delle interrelazioni in cui i soggetti sono tutti non umani.» (Come una foglia). Così, ogni volta che l’usiamo, l’ammò ci predica, ci dice che siamo mischiati, intessuti di mondo. Che questo è il nostro abito – la nostra veste.

V

Il paradigma della veste ci consente di afferrare il vivere come processo di trasformazione e relazione continua, costume dell’essere abitati, vestiti di mondo. Scriveva Pavel Florenskij in una lettera: « Sì, […] volevo vedere l’anima, ma volevo vederla incarnata. Nella mia mente le cose non erano coperte da veli, anzi svelavano le loro essenze spirituali che, in assenza di quei veli, sarebbero state invisibili non per debolezza della vista umana, ma perché non ci sarebbe stato nulla da vedere» (Ai miei figli). La veste e il velo non coprono dunque una nudità originaria, una modalità più originaria di abitare il mondo, ma sono essi stessi il costume, l’habitat nel quale abitiamo: è nel velo che ci diamo – che si svela, concretamente, l’abito della nostra carne

VI

All’idea, a lungo dibattuta, che l’abitudine sia una seconda natura, Marco Piazza ha dedicato un volume, Creature dell’abitudine, dove sono raccolte diverse affermazioni sul tema, come quella che leggiamo in Tommaso  d’Aquino: «la consuetudine è quasi una sorta di natura (consuetudo est quasi quaedam natura)». Secoli prima, nel De natura deorum, Marco Tullio Cicerone si esprimeva così: «con le nostre mani cerchiamo di realizzare nel mondo naturale (in rerum natura) direi quasi una seconda natura (alteram naturam)».  Come a dire, spiega Piazza, «che l’opera dell’uomo, comprese le regole che questi si dà per vivere in comunità, vanno a formare un prolungamento della natura che assume una stabilità analoga a quella dei fenomeni naturali». Ma di quale stabilità parliamo quando nominiamo la Natura? Di quale consuetudine? A ben pensarci, l’opera umana di fabbricazione più ostinata e ripetuta è proprio la costruzione di una Natura come entità stabile e immutabile – dichiaratamente naturale; una fabbricazione mirata a nascondere altro. Appena ci allontaniamo dall’esotismo di una prima natura originale, eternamente fissata, possiamo notare come, in questo nostro trascorrere, ciò che davvero si trasmette è solo l’ineluttabilità del rinnovamento, la necessità di allargare la prima natura, di prolungarla, di farne sempre un’altra tecnologia. In quest’ottica, consuetudine è forse solo il transire, l’abito delle cose come loro trasformazione, dileguamento e rinascita in un ammò continuamente rinnovato. Possiamo allora dire che questa secunda natura, discussa e ridiscussa, sognata e osteggiata, sempre e in ogni caso mondana, è, in realtà, l’unica natura che abitiamo

VII

Non esiste altra natura che la seconda natura, la natura come trasformazione, rapporto movimentato tra il “transire” e “l’ancora a venire”, oltre qualsivoglia fissazione identitaria. In altri termini: non esiste altra natura che la moda, e il darsi delle cose come moda. 

VIII

Parlando di abitudine, Hegel impiega queste parole che meritano una particolare attenzione: «certo, essa non è una natura immediata, prima», ma piuttosto «una seconda natura, posta dall’anima, ma pur sempre una natura, un qualcosa di posto che assume la figura d’un immediato» (Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio). Un qualcosa di posto che assume la figura d’un immediato… come trovare una definizione più puntuale di moda? Ciò che è immediato si rivela posto, e ciò che è posto diventa immediato – almeno per una stagione. Proprio perché non possiamo fare a meno di vestirci, e di essere vestiti di mondo, proprio perché, giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, rinnoviamo il nostro abito, ci troviamo a vivere in una artificialità che è il nostro costume naturale, la figura di un mondano passare – del nostro essere, insieme,  alla moda e già sempre démodé.

IX

Ricollegandosi ad Aristotele, il filosofo da cui molti fanno provenire la prima riflessione articolata sull’abitudine come natura, Marco Piazza spiega che «l’abitudine tende a completare qualcosa che sul piano naturale è incompiuto». Quando l’architetto Bernard Rudofsky, nel 1971, scrisse di moda e di psicopatologia dell’abbigliamento, utilizzò l’espressione corpo incompiuto, alludendo a una a necessità di definire l’umano come colui che, rispetto agli altri animali, deve per forza vestirsi, reimmaginare senza sosta, anche attraverso accessori seduttivi, la propria essenza. Riletta oggi in maniera più radicale, la definizione di Rudofsky ci permette di rivalutare l’incompiutezza non come necessità dell’abito, ma come abito essa stessa. Ben al di là dell’esotismo di un carattere completo e originario, la natura si afferma come questo perenne trasformarsi delle forme, questa danza senza compimento con la quale incorporiamo il mondo, e siamo a nostra volta incorporati. È nell’ammò di questa danza, nella mondanità di questo movimento, nella sua puntualità e nel suo sfasamento, che veniamo incontro al mondo. Che ne siamo vestiti.

Hans Memling, Santa Veronica e il Velo, c. 1470-75, National Gallery of Art, Washington, Collezione Samuel Kress
Giorgiomaria Cornelio

Giorgiomaria Cornelio

(1997) è poeta, regista, curatore del progetto ”Edizioni Volatili”, e redattore di “Nazione Indiana”. Ha co-diretto la "Trilogia dei viandanti" (2016-2020), presentata in numerosi festival e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su “Le parole e le cose”, “Doppiozero”, “Indiscreto”, “Il tascabile”. Ha pubblicato, tra gli altri, "La consegna delle braci" (Luca Sossella Editore) e "La Specie Storta" (Tlon).

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