Immersi nell’inaspettato

11/07/2024

Nota 1
Una visitatrice, appena uscita dall’opera di Lea Lublin, chiede al suo compagno: “Quante volte ci è capitato di ridere in un museo?”.

Dopo aver visitato due volte (una in compagnia, l’altra da solo) la mostra Ambienti 1956-2010. Environments by Women Artist II al MAXXI di Roma, mi trovo a rileggere le note prese dentro o davanti alle opere. In particolare m’interessa riportare quelle ispirate dai visitatori, molti dei quali bambini, che parlavano ad alta voce, toccavano i materiali, si prendevano per mano, in qualche caso addirittura si rincorrevano. In altre parole, allentavano i rigidi nodi comportamentali che di solito dominano la fruizione, e cioè la contemplazione, lo scetticismo o l’indifferenza. 

Nota 2
Chi visita la mostra da solo tende a osservare gli altri, affascinato dai tipi d’interazione tra visitatore e opera, oppure tra visitatore e visitatore
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Nota 3
Le interazioni spesso si basano sullo stupirsi o sul ridere di qualcosa.

Emblematico è l’attraversamento di Ambiente Spaziale: Utopie creato da Nanda Vigo con Lucio Fontana per la XIII Triennale di Milano del 1964. Quest’ambiente combina una luce rossa con un pavimento ondulato, ricoperto di moquette dello stesso colore, e con pareti di metallo riflettente che disorientano e meravigliano. Ma cos’è esattamente un ambiente?  Riassumendo quanto scritto in catalogo dai curatori della mostra, Marina Pugliese, Andrea Lissoni e Francesco Stocchi, un ambiente trasforma lo spazio espositivo in un’esperienza immersiva; un ambiente è un’opera che gioca a essere contenuto e contenitore. 

Nota 4
Un ambiente, però, è anche un’occasione per conoscere meglio se stessi – o qualcun altro, per esempio un padre in affanno e il suo bambino di cinque anni.

Davanti a me, pronti a entrare nell’opera di Vigo, ci sono padre e figlio. Mentre percorrono il pavimento ondulato, il padre, preoccupato di provocare dei danni a un’opera di fatto solidissima, amplifica la sua incapacità di lasciarsi andare: “Mi raccomando”, “Attento a non scivolare”, “Fai un passo alla volta”, raccomanda al figlio. Gli ambienti, scrive Stocchi, “si abitano e si attivano con la presenza dello spettatore”: detto altrimenti, rendono l’esperienza fisica una forma di apprendimento, una sensibilizzazione del corpo, una riorganizzazione delle norme; uno svelamento delle vulnerabilità. Non a caso i tentativi del padre – sempre più in affanno, il che mi diverte – di razionalizzare la salita e la discesa, di controllare il movimento, di trovare una stabilità, falliscono uno dopo l’altro: le curvature dell’Ambiente (il pavimento cambia quota mentre il soffitto rimane piatto) sono così inconsuete che lui fatica a ritrovarsi. Il figlio, al contrario, supera gli ostacoli grazie a poche mosse, con tecniche istintive, in continua improvvisazione, e quindi gattona, sale di lato, rotola, si sporge e, in un attimo, scivola oltre, verso l’uscita. Insomma, stabilisce un rapporto con l’opera che si fonda sulla reazione. 

Lea Lublin, Penetración /Expulsión, 1970 – 2023, ph. Cinzia Capparelli 

Nota 5
Il padre, non riuscendo a imporre il suo schema, prima rischia di prendere una testata impressionante, poi rinuncia e fa il giro dall’esterno
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Nota 6
Quanto descritto per l’opera di Vigo (in particolare gli effetti destabilizzanti sui visitatori) vale anche per la maggior parte delle altre opere
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Nota 7
Ometto la fatica che ho fatto io ad attraversare il dosso coperto di moquette e mi riparo nel sottolineare l’importanza di una mostra di sole artiste.

Il titolo della mostra, oltre ad “Ambiente”, contiene un’altra parola chiave: “Women”. Questo perché si propone di offrire il riconoscimento e la visibilità spesso negati alle artiste, evidenziando il loro contributo fondamentale alla storia dell’arte, che così si arricchisce con prospettive, soluzioni e modelli di riferimento ignorati o quantomeno trascurati. Come scrivono Pugliese e Lissoni: “È la storia delle artiste che si sono dedicate a concepire e condividere altri spazi: originali, stimolanti, e straordinariamente trasformativi”. Ma non solo: è anche la storia di opere che per anni hanno faticato a entrare nel mercato e nelle collezioni, data la loro natura effimera e le dimensioni spesso colossali. E, inoltre, questa del MAXXI è una sorta di secondo capitolo della storia iniziata con Inside Other Spaces. Environment by Women Artist 1956-1976, mostra tenutasi un anno fa all’Haus der Kunst München, che qui si arricchisce di alcune opere per lambire il 2010, anno di apertura del museo progettato da Zaha Hadid.

Aleksandra Kasuba, A Spectral Passage, 1975 – 2023, ph. Giorgio Benni

Nota 8
Le opere che mi hanno colpito sono molte, ognuna caratterizzata da un forte approccio politico, che al contempo stimola sensi o chiama in causa agenti diversi: il vento in Laura Grisi, il caldo in Tania Mouraud, il gelo in Micol Assaël, i suoni silvestri in Christina Kubisch, la morbidezza in Judy Chicago e la fantasmagoria in Aleksandra Kasuba.

Però, su tutti, l’ambiente più destabilizzante è stato A casa è o corpo. Penetração, ovulação, germinação, expulsão (1968) di Lygia Clark. Un piccolo ingresso rivestito di tessuto nero, che ricorda un “compiacente imene”, apre a una sequenza di spazi dove si vacilla, si calpestano palloni, ci s’ingloba in un gocciolone, si attraversa un cilindro rotante e infine si osserva la propria immagine deformata. Descritta così può sembrare un’opera che propone, sotto spoglie intellettuali, le dinamiche di un parco dei divertimenti; di fatto, ci si trova coinvolti in un’interazione che rompe le barriere abituali fra arte e pubblico, invitandoci a riconsiderare “i piaceri e i traumi della vita intrauterina” e, più in generale, della condizione femminile.

Laura Grisi, Vento di Sud-Est (Wind Speed 40 knots), 1968 – 2023, ph. Cinzia Capparelli

Nota 9
Alcuni visitatori, rapiti dalla musicalità del titolo, per scherzo parlano fra loro con un italiano “brasilianizzato” che termina spesso in “ão”: “Hai apprezzão l’operazão?”, “Mi ha divertizão”, e avanti così.

Ciononostante, l’ambiente che più mi ha coinvolto è Sip My Ocean (1996) di Pipilotti Rist. Rispetto agli altri, questo è privo della sfera tattile, però riesce comunque a offrire un’esperienza sensoriale pressoché totale, grazie a enormi proiezioni speculari che invitano a seguire il movimento fluttuante della telecamera e che accentuano la sensazione di essere immersi nell’acqua. La cover di Wicked Game di Chris Isaak, reinterpretata da Rist e Anders Guggisberg, accompagna il processo di simbiosi con corpi, coralli e giocattoli che ondeggiano innescando un effetto ipnotico che, alla lunga, può commuovere. O che, di nuovo, può far sorridere. Infatti, a un certo punto del video, l’artista inizia a cantare in modo tanto stonato da spiazzare. È davvero così la sua voce oppure fa apposta?, sembra chiedersi chi è seduto o sdraiato nella sala. In molti la prendono sul ridere, come se fossero davanti a quei video che circolano nel web, in cui qualcuno stona fieramente, solennemente, e dove la risata emerge come meccanismo di difesa, una risposta naturale a qualcosa che ci sorprende e ci coglie impreparati. 

Nanda Vigo, Ambiente Cronotopico, 1967 – 2003, ph. Giorgio Benn

Nota 10
Una collega, durante la visita guidata, dice: “Ridere, in situazioni come queste, è un modo per elaborare lo spaesamento”.

In effetti, gli ambienti sono pieni di sorprese. Entri e non sai cosa aspettarti. Questo è il pregio maggiore della mostra e questo accade già nella prima opera del percorso: Red (Tenda a forma di una zanzariera), realizzata da Tsuruko Yamazaki nel 1956. 

Si tratta di un’installazione che, come suggerisce il nome, consiste in una grande tenda di colore rosso, simile a una gigantesca zanzariera, all’interno della quale i visitatori possono entrare. Una volta dentro, si è immersi in una luce rossa intensa, circondati da pareti semi-trasparenti che creano un effetto d’isolamento e intimità. Appese nei vertici alti, delle lampadine aggiungono un elemento di calore minaccioso, accentuando la sensazione di essere catturati in una specie di trappola. Però, dopo qualche istante trascorso in silenzio, ci si rende conto di due cose: che si diventa uno spettacolo d’ombre per chi è al di fuori; ma, soprattutto, ci si rende conto che, semplicemente, fissiamo le lampadine come le fisserebbe una zanzara, attratti dalla luce in modo istintivo.

Lea Lublin, PhallusMobilis, 1970 – 2023, ph. Giorgio Benni

Nota 11
Un’ultima considerazione: la mostra respira attraverso i suoi vuoti.

Infine – anche se, pensandoci bene, potrebbe essere l’inizio del resoconto sulla visita alla mostra – i vuoti fra un’opera e l’altra sono parte integrante di Ambienti 1956-2010. L’architettura del MAXXI, liberata dai residui di allestimenti accumulatisi nel tempo e fotografata spoglia nel catalogo, non è semplicemente assenza, bensì uno spazio vivo che permette alle opere di respirare e dialogare tra loro e con i visitatori. Infatti, Hadid, nelle intenzioni dei curatori, partecipa alla mostra nelle vesti di artista con un immenso ambiente di vetro e cemento che diventa il primo spazio di possibilità e interazione, il silenzio di una partitura imprevedibile.

Nota 12
Un elegante visitatore, immerso fino alle ginocchia nelle piume dell’ambiente di Judy Chicago, dice: “Se amassi davvero l’arte, mi ci tufferei senza pensare”.

Ambienti 1956-2010. Environments by Women Artist II
a cura di Andrea Lissoni, Marina Pugliese, Francesco Stocchi
MAXXI, Roma
fino al 20 ottobre 2024

catalogo Quodlibet

Gabriele Sassone

(1983) insegna Critical Writing alla Naba – Nuova Accademia di Belle Arti. Collabora con “Il Foglio” e diverse riviste, tra cui “Mousse Magazine”, “Camera Austria” e “Flash Art”.
“Uccidi l’unicorno” (Il Saggiatore, 2020) è il suo primo romanzo.

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