Disegnare l’innominabile

10/07/2024

In attesa che l’anno venturo il centenario della nascita – dal quale da noi pare non ci sia più modo di prescindere – faccia passare anche “ufficialmente” in giudicato una renaissance in corso, per gli happy few, ormai da un pezzo (tappa fondamentale, cinque anni fa, l’esemplare edizione – procurata da Paola Bonani presso le scicchissime edizioni NERO – dei suoi Scritti), di Gastone Novelli si torna a parlare oltreconfine. E senza anniversari. Segno del destino, magari, per il pittore cosmopolita nato a Vienna (si dovette alle amicizie altolocate della madre, aristocratica asburgica, se il diciottenne Gastone, alla fine del ’43 unitosi alla Resistenza romana e torturato a Regina Cœli, non venne in effetti deportato a Mauthausen; ed ebbe così salva la vita) e formatosi in Brasile (dove all’indomani della guerra restò più di sei anni, prima fra gli indios del Mato Grosso poi all’iperciliosa corte modernista di Pier Maria Bardi, in quello che diverrà il mitico MASP di São Paulo – in questi giorni omaggiato anche alla Biennale di Adriano Pedrosa): prima che i postumi di una banale operazione chirurgica, alla fine del ’68, lo togliessero inopinatamente di mezzo (aveva appena fatto rumore, nell’edizione agitprop di quell’anno, coi quadri rovesciati con su scritto LA BIENNALE È FASCISTA). Al complice per eccellenza, Giorgio Manganelli, quel giorno telefona con la voce rotta Alfredo Giuliani: «Hai capito? Non lo vedremo più». Aveva 43 anni, Novelli. 

La sua pittura, come recita il titolo del suo saggio più conosciuto, era «procedente da segni»: in una ricerca del «momento nativo iniziale» del senso, ha scritto appunto Manganelli, «in cui tutti i significati erano ancora irreparabilmente scomposti nelle sillabe, nei segni irriducibili». Un viaggio mitico in una Grecia pre-classica e «nera», nel ’65, rinnova l’«ideologia fonetica» (come l’aveva battezzata il mentore Emilio Villa) dell’Amazzonia: a contatto con una dimensione pre-adamitica nella quale non c’è modo di distinguere, ancora, fra il segno che scrive e quello che disegna: come spiega giusto in quegli anni il grande paleontologo André Leroi-Gourhan (nel Gesto e la parola, che salerà il sangue a Calvino), in entrambi è la mano – prima del cervello e dell’occhio – quella che sente, che pensa, che agisce.  

Gastone Novelli, Liuba (già conosciuto come Archivio per la memoria), 1961, tecnica mista su tela, 135×135 cm, collezione privata

Non può stupire, date queste premesse, l’attrazione di Novelli per gli scrittori. Non tutti però, e non quelli per tutti. Quando nel ’64 irrompe sulla scena quello che gli pare «un meraviglioso libro, dirompente, con una lingua perfettamente necessaria e nuova», cioè Hilarotragoedia del Manga, il pittore in un raptus realizza ventitré splendide tavole che ardiscono la hybris di “illustrare” quel testo, in apparenza, così astratto; e,intervistato da Enrico Crispolti, esulta: «oggi nella letteratura italiana, per la prima volta da duecento anni, esiste un gruppo di gente che lavora, in un certo modo, diciamo, non provinciale, più aperto, e, quindi vicino a quella che è la nostra pittura» (insieme, pittori e scrittori, fanno allora una rivista fiammeggiante e peritosa cui danno un nome che è tutto un programma, «Grammatica»).  In seguito avrà modo di collaborare con altri mammasantissima dell’avanguardia letteraria quali Bataille, Beckett e Klossowski. 

Prima ancora di Manganelli, però, c’era stato un altro scrittore che lo aveva capito al volo. Quando Claude Simon gli manda un suo pezzo dal titolo Novelli ou le Problème du langage, ha già motivo di esultare: «Grazie! Non riesco a trovare le parole per darle l’idea di come sono contento, sia perché lei è entrato con grande precisione nello spirito della mia pittura sia perché ha colto la parte più segreta della mia vita, cosa che nessun critico d’arte avrebbe mai potuto fare». La lettera in francese, non datata ma della fine del ’62, fa parte di un piccolo corpus pubblicato alla fine dell’anno scorso da Mireille Calle-Gruber, in occasione della mostra Sur la route des Flandres, tenutasi a Villa Marguerite Yourcenar a Saint-Jans-Cappel, che ha ricostruito la preistoria di pittore e fotografo del grande scrittore insignito del Nobel nell’85. Già, perché se così penetrante era stato il suo sguardo sulle enigmatiche pareti di segni di Novelli, lo si doveva al fatto che all’inizio – prima di unirsi al gruppo del Nouveau Roman – anche Simon aveva tentato di elaborare i propri traumi bellici (tema ossessivo di tutta la sua opera, a partire appunto dal capolavoro La strada delle Fiandre, pubblicato nel ’60) in forma visiva, prima che scritta. E sul personaggio “romanzesco” dell’amico pittore tornerà nel suo penultimo romanzo, Le Jardin des Plantes (uscito nel 1999 e curiosamente restato il suo unico ancora non tradotto da noi), in quella che è anche – osserva acutamente Calle-Gruber – una riscrittura della Strada, anti-epica anàmnesi della disfatta dell’esercito francese nel maggio del ’40, alla luce della pittura dell’amico della quale proprio lui, per primo, aveva divinato l’origine negli «avvenimenti che hanno sconvolto il mondo» a quel tempo. Un passato che non passa, sfigurato e stravolto in Un archivio per la memoria: questo il titolo di Novelli che colpisce irreparabilmente Simon al loro primo incontro (alla mostra del pittore alla Galerie Le Fleuve di Parigi, nel ’61).  

Il saggio bellissimo del ’62 esce in inglese, nel catalogo della personale di Novelli alla Alan Gallery di New York, e anche in italiano, sulla rivista «il verri», all’inizio dell’anno seguente. Ma se ne smarrisce invece l’originale francese: tanto che lo scrittore alla vigilia della morte, nel 2005, accetta che venga riproposto in patria in una retro-versione ufficiosa. Ora nell’aureo e perfettamente illustrato libretto di Calle-Gruber, la massima esperta di Simon, risplendono le nove pagine del dattiloscritto ritrovato, cui si uniscono gli appunti preparatori stesi dallo scrittore nel corso di una visita nello studio romano di Novelli (che descrivono anche lavori del pittore non trattati nel saggio). E non esclude, la studiosa, che un dipinto – dal titolo Schema per un linguaggio – s’ispiri al saggio di Simon: caso non unico, in quegli anni fibrillanti di suggestioni incrociate, di ispirazione biunivoca fra artisti e scrittori.

Era davvero quello il tempo di «una delle più sorprendenti e ricche ricerche pittoriche e grafiche», come conclude Simon il suo scritto: ben consapevoli di «disegnare l’innominabile e nello stesso tem­po sapere che è un’illusione, che esso non si lascia mai immobiliz­zare, rinchiudere, congelare», allora non ci si stancava di inseguire quell’utopia: «senza posa, irrimediabilmente e inesorabilmente, la vita sfugge al nostro desiderio di conoscenza, di possesso. Ne potremo afferrare soltanto effimeri lembi, dei frammenti», perché «il lin­guaggio non è che folgorazione, breve sfolgorio, briciole captate». Ma su quei frammenti, ancora oggi, puntelliamo le nostre rovine. 

Gastone Novelli, Schema per un linguaggio, 1963, tecnica mista su laminato plastico, 180×140 cm, collezione privata

Claude Simon – Gastone Novelli
Réinventer les alphabets
a cura di Mireille Calle-Gruber,
HDiffusion, 2023
127 pp. ill. col., € 20

Una versione più breve di questo articolo è uscita sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»

Andrea Cortellessa

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

English
Go toTop