Quel senso siete voi

08/07/2024

È uscito da Sellerio Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra (534 pp., € 19) del filosofo Paolo Pecere. Definito «filosofo» dalla disciplina che insegna (e che tratta, beninteso, in libri inappuntabili come La natura della mente e Dalla parte di Alice), che questo libro tuttavia (come del resto gli assai diversi suoi precedenti La vita lontana, Risorgere e Il dio che danza) tranquillamente eccede. Cosa sono, allora, questi récits de voyage? Volendo a tutti i costi ascriverli a una disciplina, li si direbbe resoconti etnografici dal mondo «dopo la fine dei viaggi»: cioè frammenti di un’osservazione, paradossale, dopo l’estinzione del suo oggetto. Così andrebbero considerati a dar retta, a quasi settant’anni dalla loro pubblicazione, ai Tristi tropici di Claude Lévi-Strauss: che all’insegna della «fine dei viaggi», come si ricorderà, s’iscrivevano. Ma già quel libro-talismano, in fondo, contraddiceva il suo assunto (sia pure con l’astuzia dialettica di riportare, nelle pagine a seguire, «viaggi» fatti dall’autore vent’anni prima): indicando una strada che non pochi, in effetti, hanno intrapreso successivamente. La rivoluzione copernicana che negli studi antropologici è seguita, e che si può riassumere nel nome di Clifford Geertz, ha mostrato come l’«osservazione partecipante» si possa spingere sino a considerare, piuttosto che le modifiche nel comportamento dell’Altro, quelle del comportamento di chi lo osserva. Motivo per cui l’antropologia, a voler essere rigorosa fino in fondo, non può che tradirsi in autobiografia. Ma del resto già quarant’anni prima questo aveva mostrato un capolavoro “mostruoso” (e infatti del tutto ereticale, per l’etnografia degli anni Trenta) come L’Afrique fantôme di Michel Leiris

Pecere, che “sul posto” arriva ulteriormente “dopo”, non può che moltiplicare per sé stessa, si capisce, la malinconia pungente di Lévi-Strauss: al punto, quasi, da capovolgerla nel suo contrario (e ci dice infatti, nelle dense pagine introduttive intitolate Andare via, che «la conoscenza» del mondo «forse non può togliere di mezzo il sé, ma certamente può aiutare a conoscerci meglio, e può trasformarci»). Anche le foto d’autore che punteggiano i récits contribuiscono (come nella scrittura, da questa diversissima, di Felice Cimatti) all’effetto di presenza di chi scrive. Così come la scelta fatta dall’autore, di selezionare per «Antinomie» i piccoli pezzi “da concerto” che si leggono qui di seguito (per la cortesia sua e del suo editore), seguendo la falsariga dei suoi reading: scelta minimalista, si direbbe, in apparente contraddizione con l’impaginazione del libro dal quale i frammenti sono estratti. Può apparire infatti paradossale (e senza dubbio azzardata, in termini strettamente editoriali), la scelta di Pecere di raccogliere sette piccoli e godibilissimi libri potenziali in una specie di atlante (pochissimo portatile, in effetti) che contravviene sfrontato alla moda, e alla prossemica, delle chicche da avancassa in libreria. Ma forse anche questo ci dice della chiarezza di sé che, per prima cosa e al di là delle intenzioni dichiarate, questa scrittura persegue. No hay caminos, hai que caminar, sempre: perché «finite» sono le mete, non i viaggi.  

Andrea Cortellessa

Manhattan (da La via delle città)

Qui sotto c’era una foresta. 

Questo pensiero, qui tra solide pareti d’acciaio e di vetro, tra luci calde e profumi, è insieme monito e nostalgia. I nativi chiamavano l’isola Mannahatta, un luogo dove far legna. «State eretti, alberi delle navi di Mannahatta!», cantava il poeta Walt Whitman. Nelle gloriose sensazioni del percorso verso casa – il tramonto sull’acqua del canale, i voli circolari dei gabbiani – si proclamava unito ai cittadini del futuro. «Sono con voi, uomini e donne d’una o più generazioni a venire, / Ciò che provate guardando il fiume e il cielo, io l’ho provato». Ma cosa provo, adesso? Sento motori, trivelle, tremore della metro e rumori bianchi. Sono in un «formicaio» ipercinetico che impegna i sensi. Qui scorre densa l’energia, tuona e lampeggia: una promessa di benessere e progetti che attira le persone, e le separa. Dallo Starbucks all’angolo di West 4th Street esce una studentessa in maglietta aderente, diretta ai suoi impegni con la musica in cuffia, mentre sul marciapiede un povero sta incerto e guarda il vuoto. Comincio a camminare lentamente. Qui sono a casa, mi abbraccia il mio mondo. 

Ma ho il senso di un dissesto. Non è una consapevolezza razionale. Proviene dall’infanzia, in fondo. La prima rappresentazione del mondo nei disegni: intorno al gruppo familiare, quando stavi bene, c’era la natura, spazi aperti, monti e fiumi, cieli azzurri. Passavi un tempo smisurato a colorare corpi, tronchi e arcobaleni, e spesso sullo sfondo alberi e animali. A volte quello sfondo veniva in primo piano, e disegnavi foglie, cavalli, mostri senza nome. Nel terzo millennio la maggioranza di chi nasce è in città: qualcuno ha un animale domestico, il resto dei viventi è confinato in vasi e orti botanici, passa volando nei riquadri di cielo tra i palazzi, plana su pozze e spazzatura, si aggira in gabbie. La natura su cui poggia la città è coperta, riappare da lontano, fuori. 

Manhattan non è un mondo, è una scenografia. T’insegnano a tracciare sopra un foglio monti innevati, boschi e balene, icone di un mondo che si allontana nello spazio, nel tempo, insieme ai suoi abitanti che si estinguono. Di loro vedrai solo figure senza corpo e senza odore, nature morte. Così, mentre cresceva la metropoli, nella sua palla di vetro si rimaneva sordi agli allarmi di una scienza magnifica che è diventata triste: l’ecologia. 

Amazzonia (da La via dell’equilibrio)

Il suono è una cascata di onde, un universo liquido di ritmi e accenti che si fondono in un flusso cristallino, in cui lentamente imparo a distinguere le voci. Dalla corrente massiccia di canti d’insetti si levano i richiami di rane, tucani, scimmie. Spiccano scambi accelerati, zampilli di voci, rintocchi di gocce d’acqua. Crolli fruscianti di rami spezzati. Scrosci di pioggia fanno solide le forme invisibili. All’alba la luce diluisce il muro di suono. Rispuntano i versi animali. Mi sveglio con la testa pesante. Il corpo deve abituarsi ai segnali nuovi, è percorso da nuove connessioni. I pensieri ricorrenti della vita quotidiana cedono alla percezione. 

Nel paesaggio della foresta primaria, la vista è ovunque ostacolata dai tessuti verdi, ed è sovente ingannata dal mimetismo e da codici cromatici ignoti. Gli animali vivono nascosti. Per orientarsi serve l’udito. Con i suoni i viventi comunicano e si localizzano tra loro. La nostra lingua è uno strumento inadeguato per decifrare questo concerto, e il nostro udito è disabituato a questo ambiente sonoro, soprattutto per chi vive in città, dove di fondo non c’è che un rumore insensato. In questo paesaggio sonoro irrompe l’industria umana: come l’orizzonte notturno è a volte schiarito dalle luci elettriche dei vicini impianti petroliferi, così il loro suono occupa intere bande del paesaggio sonoro. Le onde emesse dalle macchine si sovrappongono a quelle delle voci dei viventi. Molti animali finiscono così assordati e ammutoliti. Isolati, rinunciano a esprimersi. Chiudendo gli occhi, qui, si può sentire la ferita della foresta. Va in onda il tema musicale della vita estinta: il silenzio. 

Papua (Da La via dell’acqua)

Durante un’immersione notturna, appare una creatura gialla. Si allontana camminando sui tentacoli. Mentre la seguo diventa nera, si schiaccia sul fondo di una roccia. Che cosa senta il polpo è difficile immaginarlo. Un animale con tre cuori, otto tentacoli e un corpo quasi fluido, proteiforme, la cui pelle cambia colore e struttura in un attimo. Che forse vede con la pelle, poiché questa è coperta di cellule sensibili alla luce. Il polpo tasta l’ambiente, questo è il suo modo di pensare.  I suoi tentacoli sono irradiati di neuroni e sembrano esplorare ciascuno indipendentemente lo spazio circostante. Questo spinge a fare una congettura sorprendente: il polpo potrebbe avere fino a nove menti separate, una corrispondente al cervello e le altre ai tentacoli.

Mentre vado alla deriva nel giardino subacqueo, sto ricercando in me la memoria biologica di altri tempi e altri modi di vivere. Le parole sono mezzi inadeguati a descrivere l’esperienza che si prova sott’acqua, quando si lascia per un breve tempo il nostro assetto fisico normale. Senza un appoggio sotto i piedi, inalando una miscela di gas che a volte può far male, che porta alcuni a impazzire cercando di scendere ancora più in profondità, si compie un viaggio mentale in un luogo che condividiamo con esseri diversi, e dove il nostro io si smarrisce e si contrae fin quasi a sparire. 

Ricordo bene il primo pesce pappagallo che ho osservato, a Berlino: era adagiato sul ghiaccio, al banco delle delicatezze culinarie dei Grandi Magazzini dell’Occidente. Quando avvicino i pesci pappagallo che sgranocchiano tra i coralli, provo momenti di gioia per il loro esistere, assaporo l’enigma dei loro pensieri, sento il bisogno di fare qualcosa che esprima tutto questo; dopodiché capisco qual è il gesto migliore: andare via e lasciarli vivere, proteggere le acque in cui gettiamo i nostri scarti. 

Ruanda (da La via degli animali)

Faccio tre salti avanti ed ecco l’animale nero. È a pochi passi da me, mi viene incontro. Mi dicono di non toccarlo e stare fermo. Sto immobile mentre mi passa accanto strofinando il pelo lucido sul mio fianco. Sento il suo odore forte, inconfondibile. Postura e posizione fanno parte del modo in cui comunichiamo. Mi accorgo di altri quattro maschi, siamo circondati. È come stare tra uomini stranieri, le cui intenzioni sono imprevedibili, e di cui ignoro il linguaggio. Condividiamo lo stesso spazio, ma a tratti sembra che siamo in luoghi diversi e non comunicanti. Un giovane si sdraia sull’erba, piedi all’aria, e si riposa al sole. Altri due stanno accucciati tra le piante, bloccandoci la via del ritorno […] Quasi sempre ho sperimentato che gli animali selvaggi fuggono o restano nascosti e immobili al mio passaggio. Se questi non lo fanno non è perché due guardaparco portano fucili, ma perché sanno che non ne faranno uso a meno di aggressioni: c’è stato un armistizio. 

Comincia a piovere. Presto ci riavviamo a valle, cercando di non scivolare troppo su radici esposte e fango sciolto. Mi concentro su piedi e mani, dimentico il resto, fino al margine della foresta. Salto giù da una radice sull’erba di un campo, e solo allora inizio a sentire le gambe indolenzite e ritrovo i pensieri quotidiani, i messaggi sul telefono di persone lontane, l’incertezza delle parole, le preoccupazioni per il passato, l’inutile, l’irreale: non sono più leggero. Capisco meglio quel che è accaduto là sopra. Con i gorilla non avevamo solo da guardarci o annusarci, soprattutto siamo stati insieme, a goderci la bella giornata, in un’esperienza di ricongiunzione tra viventi sempre più rara, come una festa silenziosa. Tornato qui alle monocolture umane, alle strisce d’asfalto, ai rantoli delle marmitte, alle insegne dei negozi fulminate, al piacere globale del cappuccino, sono in un mondo più povero. 

Monte Alegre (da La via del ritorno)

Siamo sotto la Serra da Lua. Ilivaldo, mentre saliamo una parete ripidissima, quasi una via ferrata tra rocce lisce e liane pendenti, annuncia che stiamo arrivando ai piedi di un capolavoro. Ci fermiamo su una cengia e alziamo lo sguardo. Sopra di noi, sulla parte dipinta a pigmenti gialli e rossi, si sviluppa una scena: una figura antropomorfa sta rovesciata, con le gambe rivolte verso il cielo e in basso una testa sferica con un punto al centro, circondata da linee che s’irradiano: un occhio con le ciglia, o il sole con i suoi raggi. Subito sotto ci sono un altro corpo in piedi con un capo sferico, e un’altra sfera più grossolana colorata di rosso. Ilivaldo dice che le due figure potrebbero essere il sole e la luna, questa forse sdoppiata nelle sue fasi; oppure potrebbero essere persone umane. 

Ricorda la struttura della Creazione di Adamo di Michelangelo. Il sole e l’uomo si toccano, e si somigliano perché tutto ciò che è è vivente. Diversamente dalla Creazione non c’è segno di dipendenza gerarchica, c’è piuttosto interdipendenza. Con altri mezzi, migliaia di anni dopo, sarebbe giunto a un’idea analoga un membro della stessa specie capace di cogliere somiglianze formali, Charles Darwin: tutta la vita è una rete di relazioni, la forma umana non è un archetipo, ma una variante. 

Scendo dal monte commosso, sopraffatto dalla rivelazione che mi è stata offerta. Dal basso, quel dipinto scintillante sembra rivolgersi alla pianura verde, al fiume sterminato, alla foresta più grande del pianeta, a tutti gli esseri senzienti che la abitano. Qui la natura ha trovato, in una delle sue forme, la capacità di sentirsi connessa, il senso di se stessa, e la pittura sembra dire a chi può percepirla: «Quel senso siete voi». 

Paolo Pecere

insegna Storia della filosofia all’università di Roma Tre ed è Fellow alla Italian Academy of Advanced Studies della Columbia University. Si occupa dei rapporti tra scienze e filosofia in età moderna e contemporanea, e scrive narrativa (da ultimo il romanzo “Risorgere”, Chiarelettere 2019). I suoi libri più recenti sono “La natura della mente. Da Cartesio alle scienze cognitive” (Carocci 2023), e i saggi narrativi “Il dio che danza. Viaggi, trance, trasformazioni” (nottetempo 2021) e “Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra” (Sellerio 2024).

English
Go toTop