Non ancora… Sylva Galli

04/07/2024

«Dunque, poiché la cosa della quale si parte in cerca non può né deve avere un volto, come riconoscerla se non dopo averla raggiunta, e che mai potrà essere la meta se non una meta apparente?»
Il flauto e il tappeto, Cristina Campo

È strano come, a mostra visitata, la pittura di Sylva Galli serbi tanta energia tristemente inconsumata. Non che i quadri siano incompiuti, non più di quanto lo siano i dipinti giovanili di ottimi pittori, e non solo giovanili. Fosse quasi impressa nella sua pittura una passione per quel che è compiuto, ma tragicamente alimentata dall’insofferenza che spesso l’accompagna. Resta, uscendo dalla mostra, un’inquietudine, una sensazione forse poco nominata: la sensazione di un desiderio tanto più intenso quanto più bruscamente troncato.

Sylva Galli nasce a Lugano nel 1919 e muore all’inizio di un percorso pittorico a 23 anni. Secondo quanto dice il biografo Giuseppe De Magistris, agli occhi dei famigliari, Sylva Galli ha un «carattere strano», un «temperamento raro» che prenderà forma in una ferma decisione: studiare disegno. Viene accontentata. Dopo gli studi a Lugano e poi a Friborgo, allo scoppio della Seconda guerra, torna a Lugano, ma nel 1941 si trasferisce nella più attiva Zurigo presso lo studio di Henry Wabel, esponente di un gruppo di espressionisti svizzeri. Sul finire dello stesso anno farà ritorno a Lugano, insieme a numerose idee e ai primi sintomi della malattia che di lì a due anni la porteranno a spegnersi.

Sylva Galli
Autoritratto
olio su tavola, 44,5 x 29 cm
© Eredi Sylva Galli

Taciturna e tenacemente richiusa sui suoi quadri, Galli è decisa a perfezionare la sua pratica artistica. Lo zio Antonio Galli insiste nel consigliare alla nipote di partecipare alle mostre indette dalla Società Ticinese per le Belle Arti, ma la pittrice risponde sempre con un fermo rifiuto. Non si sente matura abbastanza per affrontare il giudizio del pubblico. Non sorprende allora che tutti i quadri verranno mostrati soltanto postumi, per volontà e orgoglio del padre, e per ricordo.

Sylva Galli
Nudo allo specchio
olio su tela, 56 x 47,5 cm
© Eredi Sylva Galli

Ora, le principali opere di Sylva Galli si sono separate dalle pareti di famiglia per incontrare nuovamente il pubblico tra le sale della Pinacoteca Giovanni Züst a Rancate. La mostra Sylva Galli (1919-1943) e le artiste del suo tempo si apre con l’autoritratto di Valeria Pasta Morelli, datato 1890: figura al cavalletto con il figlio tra il grembo e la tavolozza, un pennello in mano e il seno discretamente scoperto, come a suggerire di aver appena allattato, ma già assorta nel quadro al quale sta lavorando; e solo questo incipit è già significativo. Ma lo è ancora di più se pensiamo che nella mostra, ad accompagnare le opere di Galli, si presentano in una panoramica le artiste dell’epoca che hanno voluto fare dell’arte una professione: Anna Baumann-Kienast, Regina Conti, Rosetta Leins, Margherita Osswald-Toppi, Irma Giudici Russo, Anita Nespoli, Anita Spinelli, Mariangela Rossi, Irma Bernasconi-Pannes, Adelaide e Valeria Borsa, Germaine e Simonetta Chiesa.

Irma Giudici Russo
Vestito a scacchi
1935
acquerello, 68 x 50 cm
© Collezione d’arte Comune di Chiasso

A distinguere Sylva Galli da tutte loro è però una contraddizione, una tensione polare esercitata in alcuni dei suoi quadri. Non gli autoritratti, che tradiscono un certo disagio pittorico, non le nature morte, che abbracciano interamente la dimensione corporea della sua pittura – esse sono massicce, grezze, incuranti, energiche, a tratti violente. Penso invece a I genitori alla finestra, a La madre operosa e a Il padre che legge, dove al corpo della pittura si oppongono figure assorte con la testa umilmente e stancamente china, e colori tenui, consumati dal lavoro o annebbiati dalla lontananza. Questa materia pittorica non è già un contatto, una vicinanza a una presenza piena? E allora perché le figure e i luoghi dipinti paiono così distanti, quasi che quella materia sia solo un tentativo di vicinanza a qualcosa di irraggiungibile?

Sylva Galli
I genitori alla finestra
olio su tavola, 73,5 x 50,3 cm
© Eredi Sylva Galli

I quadri che vivono di questa tensione, o pulsazione, in qualche modo espongono la mostra a quella sensazione di cui si parlava all’inizio. Rimane così il desiderio interrotto di un lungo percorso pittorico. Rimane, alla luce di tre dipinti, la presenza invadente di tutto ciò che non è stato dipinto, tanto più invadente quanto più forte si sente l’insistenza di Galli nel cogliere la forma compiuta, e mai ancora pronta all’esposizione, mai ancora matura, come la giovane baccante di De Guerin, in attesa desiderosa di accedere ai misteri. Ma non è già qualcosa di felice dare vita a delle singolarità feconde, di là da ogni maturità, che di fatto non può mai porsi a garanzia? Del resto, si sa, non c’è accesso definitivo alla forma compiuta, ma talvolta si ha la fortuna di accedervi, e così è capitato a Sylva Galli. E tanto basta. Forse si tratta di questo: è proprio l’accesso sorprendente e temporaneo ad alimentare il desiderio di tornare a bagnarsi presso quelle sponde, o meglio, di perdurare in quella quasi insopportabile eccitazione del non ancora.

Sylva Galli (1919-1943) e le artiste del suo tempo
a cura di Mariangela Agliati Ruggia e Giulio Foletti,
con la collaborazione di Alessandra Brambilla
Pinacoteca Giovanni Züst, Rancate (Mendrisio, CH)
fino all’8 settembre 2024

Valerio Abate

(Lugano, 1994) ha studiato Arti visive all'Accademia di Belle Arti di Brera a Milano e all'Universität der Künste di Berlino. Dal 2019 scrive per il Canale Cultura della RSI (Radiotelevisione della Svizzera italiana). Nel 2022 ha concluso la formazione annuale in drammaturgia Luminanza. Dal 2023 insegna Arti visive nel liceo di Mendrisio (CH). Dal 2016 espone tra Italia, Svizzera e Germania – il suo lavoro, in pittura, scrittura e scultura, ruota attorno alla distinzione tra figura e sfondo indagando temi quali il tempo, la morte, la soglia e il sacro in una prospettiva etica e poetica.

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