Così accade il colore del tempo. Masolino a Empoli

27/06/2024

Empoli, circa cinquantamila abitanti con una squadra di calcio rispettata da sempre. Empoli ora con una mostra, e dire mostra è dire niente: Empoli 1424 Masolino e gli albori del Rinascimento. Una delle mostre più elaborate e serie in corso in Europa. Empoli a trenta minuti di treno da Firenze, si attraversa un paesaggio verdeggiante che si può vedere anche nei dipinti di Leonardo da Vinci, irrorato dalle acque dell’Arno. La ragione che mi portò a dipingere a buon fresco è che per poter vedere questa pittura occorre attraversare paesaggi. Ho sempre percorso distanze per vedere le gamme coloristiche dissetate negli intonaci di Masolino da Panicale in pigmenti a buon fresco. La pittura di paesaggio è nata nei dipinti molto prima che gli storici dell’arte se ne accorgessero; la pittura di paesaggio è nata quando i maestri parietali ci hanno obbligato a spostamenti fisici: per vederla bisogna muoversi da un luogo all’altro. La dimora del paesaggio nella pittura è nel cammino da fare, è far scorrere il nostro corpo nella geografia portandoci da una coloritura luminosa all’altra, in una materia che mi piace nominare “durata dello sguardo”; ottenere dallo sforzo che facciamo nel cammino la possibilità di vivere le altezze delle composizioni, la malleabilità delle percezioni nelle distanze percorse, la libertà metrica dei colori, la variabile durata dell’ascolto dello sguardo in noi. Così accade il colore del tempo e il taglio delle tonalità nella persistenza cromatica delle superfici dipinte. Stratificazioni di malte armoniche e strumentali, variazioni timbriche degli strati profondi dei colori leggibili e udibili alla grazia dello sguardo. Pigmenti come strofe visive nella solidità dell’architettura ci aiutano ad ascoltare il canto delle composizioni nello spazio che respiriamo abitandolo, densità percettiva che fa raggiungere il nostro stupore ai nostri occhi, che ci fa parlare l’anima delle mani, che ci fa scivolare nell’impronta della grazia delle mani dell’artista. Un tutt’uno in cui siamo sommersi dal vedere, sorprendendoci che vedere è nuotare nel vuoto. 

Ecco gli autori di questo incanto: Silvia De Luca, Andrea De Marchi, Francesco Suppa. L’allestimento di cui parleremo è di Luigi Cupellini con Carlo Pellegrini. Noi li ringraziamo: hanno messo sulle labbra di un paese “ferito a morte”, in questo momento, la grazia di un’aria acquerellata che colorerà l’avvenire di un paese che saprà rinascere, attraverso la sobrietà di studiosi che sanno andare oltre i confini di un universo oramai scaduto, oltre i linguaggi del saputo. Visitando questa mostra si è aperto con le mani del cielo lo scrigno dorato della ricerca, dell’aratura seminale di una nuova Storia dell’Arte, oramai disseccata e ammuffita dalla poca volontà avventurosa di chi la dovrebbe portare di nuovo alla luce. Mi sono sentito in groppa a un cavallo di Gian Battista Cavalcaselle, la lucentezza dei ferri di cavallo illuminava tutto, scintille che albeggiano i tempi che verranno, che sapranno versare dalla drammaticità del nostro quotidiano la percezione salutare dello spirito critico. L’allestimento: sobrio, aereo, tutto nel dare spazio ai dipinti su tavola, ai frammenti a buon fresco, alle superbe sinopie. Venivo da Parigi, dal “disastro Brancusi” al Centre Pompidou in questo momento, sono stati capaci di far diventare commerciale anche il lavoro del ramingo scultore, qualcosa che rasenta il disgusto, allestimento da centro commerciale. Trovarsi a Empoli, in questo sapiente fare spazio ai lavori, è stato confrontarsi con l’opera d’arte e la sua vitalità oltre-tempo, la mano dello studioso allestitore è cancellata portando alla luce solo le impalcature visive, la forza delle rare opere esposte ci viene incontro con la sua umiltà. La scrittura di questo allestimento è tesa all’estremo con la rarità del poco e la misura della luminosità unita al chiaroscuro. 

Si entra in un luogo “affascinante”, il fascino della semplicità che sa dare spazio al coro delle opere, alla voce rauca delle sinopie, ai suoni gutturali dei frammenti murali che vorrebbero dirci dei dolori della seconda guerra mondiale, distruttrice di gran parte della chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani e degli affreschi di Masolino. L’allestimento è capace di farci udire anche gli echi degli atroci bombardamenti degli anni Quaranta: le nostre orecchie li ascoltano nel mondo che ci circonda, ferita viva che ci sanguina addosso. Lo sconvolgente crocifisso di Paolo Schiavo ci inchioda lo sguardo con la sua chiarezza, sembriamo noi senza orientamento crocifissi alla cronaca imbarbarita del nostro tempo. Lo sguardo paziente ammira le arti visibili, i percorsi dei cicli iconografici che si scoprono attraverso le sinopie, i disegni murali che restano degli affreschi, delle storie sante a uso degli analfabeti in un luogo di culto. Ora è il luogo fenomenologico di una scenografia dell’incontro, tra i reperti visivi sopravvissuti alla guerra e le tavole dipinte portate a questo laboratorio-mostra. L’architettura diventa un’immagine totale, tutto è restituzione del mondo visibile allo sguardo. 

Masolino da Panicale, Pietà, 1425 o 1427-1428 circa, affresco staccato, cm 280 x 118

Usciamo dalla chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani carichi di stupore. La navata in penombra, disegnata dal chiaroscuro, ci predispone alla penetrazione contemplativa delle magnifiche tavole custodite all’interno di una avvolgente struttura in legno, colorata in grigio, che levita nell’architettura di muri in pietra color ocra chiaro. Nulla più è cieco, ogni lavoro è un’aureola che incorona i nostri occhi, ci arricchiamo di luce intimamente, ci rendiamo conto che stiamo oltre-passando i tempi: interno, esterno, ieri, domani, tu, io… Siamo nella diafanità, contempliamo e ci accorgiamo di avere uno sguardo davanti alla Pietà di Masolino da Panicale, affresco staccato che proviene dal Battistero di San Giovanni Battista di Empoli, una sorta di bagliore installato al centro della grande navata della chiesa. A sostenere il Cristo che esce dal sarcofago, Maria e Giovanni: colpisce l’itinerario delle mani scritte sul pentagramma del corpo di Cristo, queste mani sembrano tirare acqua dal pozzo, il corpo sembra una sorgente di acqua e luce, una costruzione perfetta di elementi indispensabili alla vita. Si ha la sensazione che le mani hanno tirato l’acqua dal pozzo senza sforzo. C’è l’immensità della calma che trasforma il dolore in rinascita. 

Siamo nel 1424, altri cantieri dovranno venire per Masolino: Cappella Brancacci nella chiesa del Carmine a Firenze, Battistero di Castiglione Olona, Cappella Branda Castiglione in San Clemente a Roma. Questa mostra ci dice finalmente che il nostro non è mai stato il maestro di Masaccio: erano soci nei cantieri, nati entrambi nella stessa terra. Questa mostra ci parla di un Masolino che lavorava sempre con gli altri, un artista del tutto oltremoderno: un apolide, come scrive alla fine del suo scritto in catalogo Andrea De Marchi. Quante novità per un maestro di questa raffinatezza, quante sorprese per chi sa che la storia dell’arte va scritta e riscritta, continuamente. Di fronte alla Pietà c’è la Madonna dell’Umiltà allattante, una tavola del 1415 circa. La pittura è la mano colorata che accarezza le superfici, la stessa mano sa costruire le superfici prima di accarezzarle, conosce quella pelle, la sente, la odora. Passando dalla preparazione dei muri per i colori a buon fresco, preparando fondi per le tavole che dovevano ospitare foglie d’oro, si accompagna lo sguardo da un paesaggio all’altro: dalla Pietà alla Madonna dell’Umiltà si avvertono temperature visive del tutto differenti, colori che vengono da corde vocali spiritualmente insondabili; l’elemento naturale che compone i supporti emette linfa luminosa, si manifestano ai nostri occhi processi percettivi dimenticati. 

Masolino da Panicale, Madonna dell’Umilta allattante, 1415 circa. Tempera e oro su tavola, cm 113 x 63 particolare. Firenze, Galleria degli Uffizi.

La Madonna dell’Umiltà è uno spazio iconografico che ci rende felici. Il bambino non beve latte, sta respirando al seno della madre, e le dita della Madonna sono il turbinio delle rondini nel cielo, sono il linguaggio delle madri, i segni sordomuti che dovremmo interpretare per non vivere da smarriti lungo il cammino della vita. Tutto somiglia alla natura, come il nostro muto dialogo con l’anima, vediamo ciò che ci somiglia attraverso l’intromissione dei santi. Questa volta stellata di lavori arriva allo sguardo come ampolle di unguenti curativi per i contorni degli occhi, unguenti per cure epidermiche dove lo strato pelvico della vista ringiovanisce. Ogni nostro sguardo che plana sulle tavole dipinte è un’ostia sulla lingua della parola che ci unisce a un altro mondo, al mondo dei pellegrini dello sguardo, alla lucentezza curativa che ci pone in ascolto; abbiamo bisogno di stesure iconografiche che ci parlino sorvolando tutti i tempi, rendendo il nostro sguardo un’icona luminosa, una continua creazione. Ci troviamo ai nuovi confini dei mondi: dove il figurato è una preghiera, dove lo sguardo mastica ciò che vede in una sua dieta salutare. 

Siamo nella cappella della Croce nella chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani. Pare vuota, se non facciamo attenzione alle pareti non c’è nulla, alzando la testa verso la volta resta un protocollo di santi dipinti a buon fresco. Torniamo alle pareti, si ha l’impressione di sentire l’odore del grano, un po’ simile all’odore delle malte, soprattutto quelle mischiate con calce spenta e sabbia di fiume. Facciamo meglio attenzione e ai muri notiamo dei tratti che sembrano solchi di aratri nei campi, ci chiediamo se sono passate da lì le mani di contadini… no, sono passate le mani dei maestri frescanti, quelle di Masolino da Panicale, quelli che sembrano solchi sono i tratti delle sinopie, il disegno preparatorio sull’intonaco prima di dipingere a buon fresco. Vedere questa cappella è vedere le conseguenze delle guerre, gran parte della cappella come una parte della chiesa fu distrutta, come già detto, nella seconda guerra mondiale. Un club di potenti ci ha scagliato addosso le macerie e i carnai delle guerre; visitare questa mostra è farci incontrare le guerre del passato e quelle del presente, nel mutismo dei nostri giorni. Nella cappella della Croce restano le ferite a sinopie della seconda guerra mondiale: ci trovo anche mio nonno, a Napoli morto sotto i bombardamenti americani a bassa quota senza preavviso. La cappella era interamente affrescata con le Storie della vera Croce: Masolino è stato un abilissimo frescante, le sinopie ci parlano della sua perfetta conoscenza dei ricami spaziali nelle superfici, una liturgia visiva che va da una parte all’altra muovendosi su più trapezi, una disinvoltura più che esemplare. Siamo sotto le volte di una preghiera fatta di un rosario a chicchi di grano che si è fatta pane per gli occhi, spazi per farci diventare divini attraverso il vedere. 

Masolino da Panicale, Storie della vera Croce, Cappella della Croce, 1424 circa, chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani, Empoli. Particolare della sinopia.

Sentiamo ancora i passi degli artisti che vanno da un’impalcatura all’altra. Le sinopie salvate sono le reti che trattenevano le storie con gli intrecci dialoganti delle loro figure iconiche. Lo spazio della croce si è fatto spazio eucaristico. La tecnica, agli occhi del fedele, era solo una preghiera. Nella cappella-fabbrica questo laboratorio coniuga l’angelico dono della pace con la sinopia che resterà dei nostri giorni. Lo spiegamento di maestri in questa riunione, fra le tavole dorate e ciò che resta degli affreschi, annovera lo Starnina, Lorenzo Monaco, Bicci di Lorenzo, Beato Angelico, Paolo Schiavo, Francesco D’Antonio di Bartolomeo… Che dire… si attraversa questa epifania del vivente fatta di pagine figurate a occhi incantati. Lo Starnina, un chirurgo che operava sui muri con un bisturi di peli di cinghiale, scriveva l’architettura con la pittura. La soglia, nelle paste colorate di Masolino, è il processo di carbonatazione nella pittura a buon fresco che fa apparire le superfici parietali cristalline e minerali; la purezza della calce grassa, con l’incontro della sabbia e l’aria, dialoga immediatamente con la luce esterna. 

Si lavora a giornate: ogni giornata ha la tonalità dei propri colori, in affresco la gamma dei colori è molto ristretta, ma in Masolino come per miracolo sembra senza limiti, le tonalità sembrano un dialogo trasparente con gli spazi che una felice squadra di maestri tesse sui muri, come in un film. Per esperienza diretta so che intraprendere un cantiere di affreschi è dare vita a un set cinematografico, sono tante le maestranze che si intrecciano con i loro differenti saperi. I colori negli affreschi di Masolino hanno la stessa forza della parola «enciclopedia», sostiamo sulla soglia delle lumeggiature, ogni colore è un’aureola di pastelli. In fondo i colori sono negli sguardi di chi ci guarda, questi sguardi sono le corde dei trapezi di cui abbiamo parlato sopra. Entriamo in ciò che non sappiamo, i pigmenti di Masolino, le corde degli sguardi che ci guardano ci aiutano a uscire ed entrare nel vivente. La penombra di queste navate che albergano un circolo di maestri ci fa vivi… curiosi. Solo nella pittura a buon fresco il colore è vivo, perché è natura; poi il colore è solo morto, crosta. Maestri parietali che non hanno mai chiuso la porta delle loro botteghe di nuova vita alle spalle, viandanti sulle impalcature della condivisione, al servizio della società nell’illuminazione di una fede. Si esce da questo laboratorio come saremo domani… quando capiremo.

Masolino da Panicale, cappella della Croce, chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani, Repositorio liturgico, affresco, 1424 circa (particolare)

Empoli 1424. Masolino e gli albori del Rinascimento
a cura di Andrea De Marchi, Silvia De Luca e Francesco Suppa
Empoli, Museo della Collegiata di Sant’Andrea e Chiesa di Santo Stefano degli Agostiniani
dal 6 aprile al 7 luglio 2024

Giuseppe Caccavale

(Afragola, 1960) vive tra Parigi e Bari. Insegna Arti Murali, Poetica degli spazi e Disegno all’École Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi. È stato uno degli artisti che hanno rappresentato l’Italia alla 56a Biennale d’Arte di Venezia, curata da Vincenzo Trione; ha partecipato alla prima Triennale Internazionale d’Armenia, a cura di Adelina von Furstemberg; le sue ricerche sono state presentate alla Vereniging Voor Het Museum van Hedendaagse Kunst te Gent; alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, a cura di Chiara Bertola, ha presentato il progetto “Resi Conto”; con il compositore Stefano Gervasoni, ha realizzato il “Viale dei Canti” dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Da sempre la cura editoriale delle pubblicazioni delle sue ricerche è parte integrante del lavoro: fra i suoi titoli “Fresques / Affreschi”, su testo di Erri De Luca (Parenthèses, Marseille); “Voce Parla Luce”, su testo di Pier Luigi Tazzi (Musée de Marseille); “Serenella d’Agri”, su testo di Vassilis Vassilikos (L’art et la manière, Castellet); “Armenia”, su testo di Osip Mandel’štam (Parenthèses, Marseille).

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