Caccia nell’abisso

26/06/2024

I

Chasse à l’abîme. L’espressione francese, a me sconosciuta, s’imprime nella memoria e risuona come un refrain. Sono le prime parole, e a lungo le uniche, che riesco ad associare a un’immagine che, realizzo presto, illustra un romanzo sulla preistoria del XIX secolo. L’autore è Adrien Cranile, il titolo Solutré ou les chasseurs de rennes de la France centrale. Histoire préhistorique, pubblicato nel 1870 in sei puntate su “La Revue du Lyonnais” raccolte nel 1872 da Louis Hachette. L’artista è Emile Bayard, che realizza la stampa a partire da un disegno di Adrien Arcelin.

Questa la vicenda: il 27 settembre 1866 l’allora ventottenne Adrien Arcelin (1838-1904), diplomato all’École des Chartes con una tesi sulle istituzioni militari di Carlo Magno e appassionato di geologia, trova sul suo sito vinicolo una punta di giavellotto in selce consunta dal tempo e ossa di animali. Siamo a Solutré, un minuscolo comune francese in Borgogna. Arcelin e Henri Testot-Ferry, geologo e collezionista di fossili, autore di Le Mâconnais préhistorique (uscito postumo nel 1870), cominciano a scavare esumando strumenti in selce e di pietra intagliata, lance, punte di frecce, foglie di alloro affilate, sculture scolpite nell’osso o nell’avorio.

I blocchi di ossa erano già noti ai viticoltori locali che le frantumavano per concimare i loro terreni o venderle come concime fosfatico. Ma Arcelin e Testot-Ferry realizzano presto di essersi imbattuti in reperti risalenti al Paleolitico superiore, non diversamente da Les Eyzies nella valle della Vézère dove, nel 1868, sarà trovato l’uomo di Cro-Magnon. Ferry e Arcelin sono stupefatti davanti alla scoperta della “la vie des gens dont nous venions de remuer la poussière” (Le Mâconnais préhistorique).

La preistoria come scienza è ai suoi albori, rispetto all’archeologia praticata “da dilettanti, medici, sacerdoti, insegnanti”[1]; “alla fine del XIX secolo, lo scopo principale degli scavi preistorici consisteva ancora nella raccolta di oggetti belli e nella costituzione di collezioni, quanto spinge a ricercare gli strati e i siti più ricchi”[2]. L’anno successivo al ritrovamento delle prime ossa a Solutré inaugura il Musée des Antiquités Nationales, in concomitanza con l’Exposition Universelle di Parigi, dove vengono esposti per la prima volta reperti preistorici nel Pavillon sur l’Histoire du Travail.

L’esistenza dell’uomo antidiluviano o uomo fossile, postulata a partire dalla fine degli anni 1850 sulla scia degli studi di Jacques Boucher de Perthes, è confermata nel 1864 grazie alla scoperta del sito preistorico della Madeleine “dove un’incisione raffigurante un mammut su un pezzo d’avorio [fossile] di mammut forniva la prova definitiva che l’Uomo era contemporaneo ai grandi Mammiferi quaternari estinti, cosa che Cuvier aveva sempre negato”[3]. Un’incisione presente anch’essa all’Esposizione universale.

Studiare la stratigrafia e quindi datare i reperti di Solutré si rivela difficile, a causa delle frane che perturbano la disposizione degli strati archeologici e dell’instabilità delle sezioni e degli scavi. Se ne interessa anche Henri Breuil, il “Papa della preistoria”, che proprio a Solutré comprende l’importanza dell’Aurignaziano come divisione del Paleolitico superiore e la sua anteriorità rispetto al Solutreano. Ma il sito è frequentato nel corso dei secoli come terreno di caccia, grazie alla presenza di truppe di erbivori; nel VI-VII secolo (Alto Medioevo) diventa persino una necropoli, come testimoniano le sepolture erroneamente fatte risalire alla preistoria. Alla sommità viene infine costruita una fortezza per sorvegliare la Porta sud di Borgogna. Distrutta senza lasciar tracce, il sito è riconquistato dalla vegetazione e dalle vigne.

A partire dalla sua scoperta, questi 13000 m2 circa diventano oggetto di almeno tre campagne archeologiche: 1866-1896, 1907-1928 e, dopo alcuni scavi clandestini, 1968-1998, dove diversi approcci (archeologia, geologia, sedimentologia, micromorfologia, archeozoologia, analisi del polline, resti dei roditori, datazioni 14C di alcune ossa) permettono di datare il sito tra il Musteriano (Paleolitico medio) e il Magdaleniano (Paleolitico superiore), sebbene alcune ossa risalgono all’Alto Medioevo.

II

Arcelin-Cranile consacrerà a Solutré gli ultimi venticinque anni della sua vita, numerose pubblicazioni scientifiche nonché un romanzo cautamente pubblicato sotto lo pseudonimo-anagramma di Adrien Cranile. Qui immagina di catapultarsi nell’Età della Renna grazie a una macchina del tempo che non ha niente di tecnologico, trattandosi di una pietra! La storica delle scienze Claudine Cohen lo considera l’antesignano di un nuovo genere letterario: “Questo romanzo conosce una distribuzione limitata, ma segna l’inizio di una forma inedita e originale di letteratura dell’immaginazione, una nuova forma di science-fiction – in cui la scienza ci permette di proiettarci non nel futuro, ma nel passato”[4].

Vi si narra la vita quotidiana dei nostri antenati, dalle occupazioni domestiche ai funerali passando naturalmente per la caccia. Arcelin non è Jules Verne: la trama del romanzo è approssimativa, i dialoghi barbosi, e l’intento pedagogico maldestro, volto a conquistare il pubblico alla causa preistorica. Senza contare la presenza dei pregiudizi dell’epoca, dall’eurocentrismo alla suddivisione gerarchica delle razze umane. Resta nondimeno il primo romanzo completamente ambientato nella preistoria, precedente il più celebre La Guerre du feu (1909) di J.-H. Rosny aîné, da cui il regista Jean-Jacques Annaud ha tratto un altrettanto celebre film, La Guerre du feu (1981), collaborando con l’etologo Desmond Morris e lo scrittore Anthony Burgess.

Cosa dice il libro riguardo alla chasse à l’abîme che mi turba così tanto? Mi procuro la nuova edizione a cura di Jean Combier pubblicata nel 1977, intitolata Chasseurs de rennes à Solutré (che segue l’edizione aumentata con nuove illustrazioni di Eric Le Brun del 1922). Eloquente il sottotitolo, passato da “histoire préhistorique” a “roman préhistorique”. L’immagine in questione illustra un’ipotesi sulla caccia preistorica, assente dagli articoli scientifici di Arcelin. Digiuni di agricoltura, gli uomini attendevano il tramonto per cacciare 500-600 cavalli, riuscendo con l’inganno – ovvero urlando, appiccando fuochi e brandendo pelli di lupo – a farli salire in cima alla roccia; in preda alla fuga, spinti dalla calca, non riuscivano a fermarsi sul bordo del precipizio e, privi delle qualità di Pegaso, precipitavano e rovinavano a terra.

Questo mostra l’immagine, di cui scruto ogni angolo per ricostruire l’azione: vedo due cavalli neri volare nel vuoto; in seguito due cavalli bianchi precipitare, uno quasi avvinghiato a quello nero, il secondo più indietro, isolato dagli altri. A terra giacciono i cadaveri di alcuni cavalli ma anche uno agonizzante che alza il muso verso l’alto, le zampe anteriori stese. Più in basso un cavallo si tiene ancora dritto sulle sue gambe, sopravvissuto al salto nel vuoto ma finito da due uomini per alleviarne ogni sofferenza. Altri due uomini attendono sotto il precipizio, pronti a recuperare il bottino e, probabilmente, a uccidere i superstiti.

Cerco d’immaginarmi la conformazione della Roche de Solutré: “un’alta roccia che, terminando bruscamente a ovest con una punta stretta e affilata, ripidamente scoscesa su tre lati, degradava dolcemente e in una cresta arrotondata verso est” scrive Arcelin[5]. Bayard tratteggia due terrazze degradanti visibili sulla destra, coi profili di tre uomini, uno con le braccia alzate e armato di un bastone o di una fiaccola mentre, immagino, terrorizza la mandria di cavalli per incanalarli verso la sommità.

Alto 493 metri, lo sperone offre un punto di vista panoramico; quando il cielo è terso s’intravede persino il massivo del Monte Bianco, a 150 km di distanza. Ma per i cavalli non è altro che un trampolino mortale – vera e propria Highway to Hell: “Dal basso si vedevano queste cinque o seicento bestie in preda al panico arrampicarsi sulla cresta nuda della montagna in una nuvola di polvere, con un rumore simile a un tuono lontano. […] I primi cavalli che raggiunsero il bordo della scarpata si aggrapparono ai garretti, subodorando il vuoto. […] Tuttavia, il diluvio si addensava verso la punta della roccia e ogni resistenza divenne impotente contro la massa e il numero”[6]. Le nuvole di fumo, la foschia del tramonto e gli ultimi raggi di sole costituiscono lo sfondo atmosferico di questo massacro equino.

Adrien Arcelin

III

Ricostruito il contesto storico, chiudo il libro e torno all’immagine: la sua crudeltà resta intatta, non scalfita dall’erudizione archeologica. Continuo a immaginarmi l’impatto al suolo e soprattutto il rumore spaventoso prodotto da una mandria di cavalli che precipita da 500 metri di altezza, uno dopo l’altro, uno che rimbalza sull’altro, con la struttura ossea che si fracassa all’impatto col suolo roccioso. Penso alla fragilità dei cavalli, come quelli da corsa abbattuti per una frattura. Penso che, diamine, questo motore animale è stato decisivo per lo sviluppo della civiltà umana, come ricostruito recentemente da François Jarrige in La ronde des bêtes. Le moteur animal et la fabrique de la modernité (2023). Ma qui finiscono vittime di una trappola mortale per sfamare le necessità ippofagiche dei nostri antenati. Gli uomini usano l’inganno per catturare animali che non sanno cacciare; una strategia asimmetrica che nega il rapporto uomo-animale alla base della caccia.

Provo ad associare questa scena al cavallo che, ergendosi su due gambe, è immagine della verticalità. A suggerirlo è François Poplin, secondo cui  persino la roccia di Solutré “ha l’aspetto di un grande animale che giace all’orizzonte, alzando un po’ la testa, in attesa del suo volto umano”[7]. Una conciliazione possibile tra il geologico e il vivente, in cui il primo mima le fattezze del secondo?

L’ossessione però resta. Che la Chasse à l’abîme agisca su di me come la foto del suppliziato cinese su Georges Bataille?

Nel 1925 Adrien Borel – freudiano ortodosso, membro fondatore della Société psychanalytique de Paris, psicanalista di alcuni surrealisti tra cui André Breton – regala a Bataille una foto datata 10 aprile 1905. Mostra l’esecuzione di un prigioniero cinese, Fou Tchou Li, assassino del principe Ao Han Ouan. “La clemenza dell’imperatore (!) fece sì che non fosse bruciato come previsto, ma tagliato a pezzi, in cento pezzi: tagliato vivo”[8] – è il cosiddetto “supplice des cent morceaux” (lingchi). Uno spettacolo pubblico che mi ricorda quelli descritti da Christoph Ransmayr in Cox o Il corso del tempo (2016). All’esecuzione assistono forse Georges Dumas, responsabile della clinica delle malattie mentali alla Facoltà di medicina di Parigi, e di sicuro Louis Carpeaux, che scatta delle foto. Una di quelle che Borel mostra a Bataille viene pubblicata da Dumas nel suo Nouveau traité de psychologie (1934) dove intravede, al di là del dolore, un’estasi forse indotta dall’assunzione di oppio. Ossessionato da queste foto, Bataille le pubblica nel suo Les larmes d’Éros, uscito nel 1961, un anno prima della sua scomparsa, proiettandovi il legame tra morte ed erotismo, tra orrore sadico ed estasi divina.

Che ci sia veramente bisogno di ricorrere a Bataille? L’associazione è banale, ma tardivamente mi accorgo che la caduta nell’abisso, lo schiantarsi nel vuoto dei cavalli mi riporta anzitutto alle fotografie dell’11 settembre…

IV

Torniamo a Solutré. Difficile giustificare scientificamente questo “magma di cavallo”, ovvero il letto roccioso composto da ossa equine al Cros du Charnier, spesso da 50 cm a più di un metro ed esteso per oltre un ettaro. Che si tratti di cavalli morti in combattimenti di cavalleria per impossessarsi del castello di cui il duca di Borgogna Philippe le Bon ordina lo smantellamento nel 1434?

Ora, basta approfondire un po’ la questione per rendersi conto che la chasse à l’abîme raccontata da Arcelin è un mito, influenzato probabilmente dai romanzi d’avventura di James Fenimore Cooper (L’ultimo dei Mohicani, 1826) o dai dipinti di George Catlin inaugurati al Louvre nel 1845[9]. Infatti le numerose ossa di cavallo – per la precisione l’Equus caballus belgius – vengono trovate a un centinaio di metri dai piedi della roccia. Resta il fatto che l’ipoteca sulla veridicità della chasse à l’abîme non inficia il suo successo, garantito da L’Homme primitif (1870) di Louis Figuier, pubblicato dalla stessa casa editrice di Arcelin ed esaurito in sei settimane.

È lo stesso Arcelin a inviare l’immagine a Figuier che la pubblica nella seconda edizione del suo libro e così la descrive: “Non era difficile, inseguendo i cavalli liberi nella pianura, o nelle vicinanze di questa lunga e brusca altura, spingerli sull’orlo di questo abisso naturale, e costringerli a precipitare da soli, per effetto della paura, ai piedi della roccia, dove altri cacciatori appostati ricevevano o infliggevano il colpo di grazia agli infelici erbivori dopo la loro terribile caduta”[10].

Per smentire il cruento rituale cinegetico, la corsa della morte o la caccia con precipizio bisogna però attendere il 1956, quando lo studioso della preistoria Jean Combier comprende che Solutré era un terreno di caccia (kill-site) dove i cacciatori tornavano regolarmente per tendere un’imboscata ai cavalli durante la transumanza tra i pascoli invernali ed estivi della valle. Sono privilegiati rispetto a bisonti e renne forse perché il loro passaggio, in estate e in autunno, è più regolare e prevedibile. Ne accerchiavano al massimo una dozzina (e non i 600 immaginati da Arcelin!), spingendoli ai piedi (e non in cima) della roccia dove erano cacciati, uccisi e smembrati in situ. Si trattava di una vera e propria ecatombe: i cacciatori utilizzavano una piccola parte delle carcasse, abbandonando sul posto quarti interi. “È difficile sapere quali circostanze possano aver indotto gruppi di cacciatori ad abbandonare preziose risorse alimentari”[11]: il caldo che contamina la carne, gli attacchi dei carnivori, il tempo limitato…

Che la faccenda finisca qui? Non proprio, perché per gli studiosi non è ancora chiaro per quali ragioni così tante carcasse di animali giacciono nei pressi della Roccia di Solutré. Lo si evince leggendo un libro erudito che fa il punto sugli scavi archeologici e così conclude: “La natura esatta dei bottini cinegetici che si svolgevano in questo sito dedicato essenzialmente alla caccia, rimane, va riconosciuto, altamente problematica. L’esame di migliaia di ossa raccolte metodicamente, in buono stato di conservazione o ricostituite dopo lo scavo, non ha mai rivelato segni attribuibili all’impatto di un’arma da lancio. L’ipotesi di trappole o altri dispositivi non può essere né verificata né esclusa”[12]. Altri dispositivi… un eufemismo per la chasse à l’abîme?

Ad ogni modo, che la scena sia o meno plausibile, la logica dell’immagine resta indifferente a qualsiasi documento storico, al punto che nella mia mente continua ad arricchirsi di riferimenti visivi, dalle ossa di cavallo utilizzate da Toni Grand per le sue sculture a Il cavallo di Torino (2011) di Bela Tarr. Così, come in un crudele gioco a molla, quei cavalli continuano a essere spinti in cima alla roccia e a cadere nell’abisso.

Emile Antoine Bayard, Henri Théophile Hildibrand, La poursuite des chevaux sur le roc de Solutré, 1882, photo © RMN-Grand Palais (Musée de la Préhistoire des Eyzies) / Franck Raux

[1] Jean Combier, “Solutré, site témoin des origines de l’archéologie préhistorique”, in Jean Combier, Anta Montet-White (a cura di), Solutré 1968-1998, Paris, Société préhistorique française, 2002, pp. 17-26, cit. p. 20.

[2] Émilie Reix, Solutré. Au cœur des controverses chronologiques et anthropologiques de la fin du XIXe siècle à nos jours, in Sophie A. De Beaune (a cura di), Écrire le passé. La fabrique de la préhistoire et de l’histoire à travers les siècles, Paris, CNRS Éditions, 2010, pp. 323-333, cit. p. 325.

[3] Jean-Louis Heim, “Solutré : une certaine idée de l’Homme fossile”, in 1866. L’invention de Solutré. Adrien Arcelin, Henry de Ferry, catalogo della mostra, Musée départemental de Préhistoire de Solutré, 19 giugno-17 settembre 1989, pp. 55-61, cit. p. 57.

[4] Claudine Cohen, L’homme des origines. Savoirs et fictions en préhistoire, Paris, Seuil, 1999, p. 205.

[5] Adrien Arcelin, Chasseurs de rennes à Solutré. Roman préhistorique, Macon, Éditions  Bourgogne Rhône Alpes, 1977, pp. 60-61.

[6] Id, p. 61.

[7] François Poplin, Le Grand saut des chevaux de Solutré, in “L’Homme”, XXX, 116, ottobre-dicembre 1990, pp. 137-142, cit. p. 140.

[8] Michel Surya, Georges Bataille, la mort à l’œuvre, Paris, Gallimard, 1992, pp. 120-121.

[9] Cfr. Pierre-Guillaume Denis, Solutré : un site, un roman et une légende archéologique, témoins de l’histoire de la préhistoire, in Adrien Cranile, Solutré ou les chasseurs de rennes de la France centrale, Mirebeau-sur-Bèze, Tautem,2022, pp. 132-145.

[10] Louis Figuier, L’homme primitif : tableau de la nature, Paris, Hachette, 1870, seconda edizione, p. 135.

[11] Jean Combier, Anta Montet-White, in Id. (a cura di), Solutré 1968-1998, p. 272.

[12] Ibid.

Riccardo Venturi

insegna Teoria e storia dell'arte all'università Panthéon-Sorbonne di Parigi. Attraversa spesso i confini – non solo geografici – tra la Francia e l’Italia e, a volte, quelli transatlantici. Collabora con la Fondazione ICA di Milano, scrive per cataloghi di mostre, pubblicazioni accademiche e non, cartacee e digitali, tra cui “Artforum”, “Alias - Il Manifesto”, “Flash Art”, “doppiozero”. Armato di matita, stila spesso liste di progetti accarezzati, fattibili o chiaramente implausibili.

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