Un archivio incarnato per Chiara Fumai

24/06/2024

Ho dedicato gli ultimi due anni a studiare Chiara Fumai, a pensare con lei e a ricercarla ovunque la potessi trovare. La sua presenza mi ha seguito e ha preso via via uno spazio che trascendeva quello della pura ricerca, fino a divenire persino eccessivo, eppure non ho potuto né voluto in alcun modo allontanarla.

In profonda devozione alle parole di Carla Lonzi, ho sentito che l’unico modo per poterla capire a fondo fosse lasciarsi assorbire, percepirla come in vita nella sua opera e cercare infine di restituirla nel modo più fedele che mi fosse possibile.

Conscia del rischio di cadere in tentazioni voyeuristiche, ho cercato in ogni modo di scongiurare l’estetizzazione di uno sguardo esterno: ho scelto di indossare i suoi panni per provare a rendermi tramite del suo messaggio, sempre fiduciosa nell’istinto di inseguire una sensibilità comune, una sorellanza. È per queste ragioni che ho deciso di attraversare fisicamente il suo archivio, ricercando i luoghi e le presenze che hanno popolato la sua vita.

Così, ho ripercorso le tracce da Milano a Bari — la casa dell’infanzia — e ho cominciato a mettere insieme i pezzi di una mappa complessa. Mi sono trovata di fronte a un lascito frammentato, dislocato, spesso frainteso, che richiede una profonda attenzione affettiva per essere letto; quasi si trattasse di ricostruire, dalle orme, un’immagine mitologica. Attraverso gli oggetti e le testimonianze è emerso a poco a poco un fil rouge che rispondeva alle intuizioni iniziali e ne scioglieva i nodi; al contempo, affiorava una visione ancora più intricata di quanto riuscissi a percepire da principio.

Abito di scena di Chiara Fumai indossato da diversi personaggi, dall’archivio del Centro di Ricerca del Castello di Rivoli (CRRI). Foto di Silvia Bandera

L’archivio

Durante le mie visite agli schedari, una parte in particolare si è rivelata incredibilmente evocativa e densa: gli abiti di scena e le parrucche — gli stessi esposti nelle case-museo e fino a poco prima divisi in scatoloni — erano ora poggiati uno a uno sul tavolo come corpi pronti alla vivisezione. Avevano, in realtà, come avevo creduto prima di vederli, qualcosa di molto vivo. D’altra parte, il travestimento è proprio il veicolo con cui Chiara Fumai ritrova l’identità delle sue eroine scomparse e la sovrappone alla sua; è uno dei modi per incarnare le loro vite, come in una forma di ritualità giocosa.

Ho avuto il desiderio di vedermi avvolta dalla barba di Annie Jones e dai suoi lunghi panneggi bianchi, per provare le stesse sensazioni che doveva aver provato lei ogni volta che li indossava; ma si trattava, dopotutto, di oggetti quasi sacri, di reliquie. Sono anche ciò che forse più conserva il potere auratico a lei legato. «[…] Certo, è chiaro, ma perché quelle sono, in un certo qual modo, le cose toccate da lei», concorda Guido Costa, durante una nostra conversazione.[1]

La potenza evocativa che hanno alcuni oggetti a lei appartenuti è in parte dovuta alla devozione che la legava ad essi; una devozione che si trasforma in esperienze reali, come le diverse visite negli anni alla casa di Eusapia Palladino.[2]

Il 22 febbraio del 2023 mi sono trovata in quello stesso luogo: una casina fatiscente nel minuscolo centro storico di Minervino Murge, nella provincia Barese. Quel giorno sarebbe stato il compleanno di Chiara Fumai e io, lì, mi ritrovavo a pensarla. Ci misi un po’ per trovare il sito esatto, nessuno ne aveva mai sentito parlare e chi lo conosceva mi guardava con sospetto: era conosciuta come casa delle streghe. Nella calma del luogo, non mi è riuscito difficile immaginarla qualche anno prima votata in una forma di pellegrinaggio, proprio come io stavo facendo per lei.

Eusapia

Eusapia Palladino è forse il personaggio incarnato in cui Fumai mise più di sé stessa e che ne guidò l’intera visione artistica. «Eusapia è veramente una figura di amore profondo»;[3] a unirle, oltre al sentimento di familiarità dovuto alle origini comuni, è l’intensa ammirazione da lei nutrita per le sue imprese.

Si tratta della medium che riuscì a mettere in crisi alcuni tra i più prestigiosi esponenti della comunità scientifica di inizio Novecento, con trucchi talmente ben architettati che venivano affrontati come esperimenti. Nonostante si trattasse di una truffa — e, anzi, proprio per questo motivo — i risvolti reali e tangibili delle sue azioni sono innegabili: una bambinaia analfabeta della campagna pugliese, un’imbrogliona, riesce ad avere la meglio su personalità illustri del suo tempo e a esercitare su di loro un ascendente impensabile per le sue umili origini, anche in virtù delle sue doti seduttive. È infatti in qualità di donna, e in qualche modo di ammaliatrice, che riesce a ottenere la loro attenzione e persino riverenza, e non per le sue capacità ingegnose; ed è proprio per queste che nasce, invece, la profonda ammirazione di Chiara Fumai. Con il suo indubbio contributo, Eusapia Palladino è arrivata persino alla Biennale di Venezia, e in qualità di artista. «La donna delinquente è un tema che attraversa molto femminismo, non viene da Fumai e basta. La sua affermazione all’interno dell’ambito museale come espressione massima della creatività femminile è però assai rara: ed è questo il portato storico e politico del lavoro di Fumai»;[4] un contributo che aiuta a riconsiderare i confini delle istituzioni e della definizione in sé di artista, in un modo che entra generosamente in contatto con la vita personale attraverso uno stratificato sistema di identificazioni; «una mise en abyme folle»,[5] quanto straordinariamente sincera.


Eusapia Palladino fa levitare un tavolo al Salone di Camille Flammarion. Dal libro Mysterious psychic force: an account of the author’s investigations in psychical research, together with those of other European savants, Camille Flammaron (Boston 1907). Foto da Internet Archive.

È possibile immaginare che Fumai, oggi, sarebbe entusiasta dell’insperato successo artistico di Eusapia Palladino, ma è altrettanto possibile immaginare uno scetticismo nei confronti di una manovra che, dopotutto, asseconda le tendenze del momento; Eusapia affianca altre outsider in una saletta dedicata allo spiritismo, in un ambiente affascinante che risponde alle mode attuali, già previste da Fumai e, in molti casi, da lei abilmente aggirate. Il suo personale misticismo, infatti, è sentito, ma anche continuamente stemperato e trascinato in un territorio gioviale, spesso ironico. Basti pensare a come lei stessa parlava con trasporto della sua musa: «[Con Eusapia] si ha a che fare con il mondo spirituale, ma affrontato con gioia, non come qualcosa di cui avere paura, o altro… Adoro questa cosa! E… Adoro lei, la adoro, semplicemente.»[6] Uno degli aspetti più sorprendenti di Chiara Fumai, infatti, è proprio questo perpetuo intreccio contraddittorio, in cui mondi opposti si sfidano, si compenetrano e si arricchiscono a vicenda. Come in tutta la sua opera, non è facile individuare i confini entro cui questo avviene, ma vale senza dubbio la pena provarci.

Mistificazioni e giochi

Il legante che rende possibile questa coesistenza di tensioni opposte e il loro farsi linguaggio alternativo è proprio l’ironia con cui certi temi gravosi vengono portati a galla. Si tratta di una caratterizzazione particolarmente marcata nella prima produzione, ma presente in modo più sottile e sofisticato anche nella fase più matura.

All’interno dell’archivio di Rivoli, ho ritrovato alcune tracce dell’atteggiamento giocoso che veniva trascinato nella genesi delle prime opere; è stato facile risalirvi grazie a un concentrato di appunti e schizzi giovanili, soprattutto legati al periodo di passaggio dall’ambiente del djing a quello dell’arte contemporanea.

Alcune caratterizzazioni di Pippi Langstrumpf — lo pseudonimo con cui si presentava al mondo musicale — possono dirsi fasi embrionali del personaggio ricorrente della Mustache Woman, evoluta poi in Annie Jones, la donna barbuta; i lunghi baffi della prima Ms. Jones possono confermarlo, soprattutto nella versione del 2010, che conserva parte del travestimento originale.[7]

Parte della barba usata per il personaggio di Annie Jones, dall’archivio del Centro di Ricerca del Castello di Rivoli (CRRI). Foto di Silvia Bandera.

Sembra degli inizi anche una certa pratica di costruzione di bamboline di stoffa — piccoli alter-ego di personalità diverse — ripresa, poi, nell’ultimo progetto non finito che avrebbe dovuto essere esposto alla galleria Doppelgaenger nell’autunno del 2017.[8] Anche il grande ciclo di retrospettive postume, dal titolo Poems I Will Never Release, prende ispirazione da una frase trovata sulla maglietta di un pupazzo che aveva costruito come prototipo per il nuovo progetto. Questa pratica richiama la tradizione pugliese di realizzare e appendere per la città delle bambole di stoffa durante la quaresima,[9] e rievoca un’attitudine di Fumai poco esplorata, ma carica di una spontaneità fortemente identitaria; è parte della volontà ricorrente di attraversare le proprie origini per ripensarle sotto uno sguardo che è al contempo comico, dissacrante e devoto.

Questa dimensione più scanzonata dell’opera di Chiara Fumai è un aspetto che — come spesso accade nella prima produzione di un’artista — ha lasciato traccia nella pratica successiva. «Diciamo, nella sua serietà giocava con l’ironia, che era una virtù finissima e che poche persone riuscivano a comprendere. Ma tutta la sua arte deriva da una presa in giro del sistema, del qualunquismo, anche…»[10]

L’anima di Chiara Fumai, dunque, è decisamente divisa in due: da una parte un atteggiamento profondamente serioso, dall’altro una leggerezza con cui questo viene continuamente stemperato. Ciò che risuona come una costante contraddizione è, in realtà, parte della sua formula per la creazione di un linguaggio libero, svincolato, in grado di spodestare i macigni di una cultura centenaria attraverso un punto di vista che sia anche umoristico. Questo atteggiamento verrà mantenuto da Fumai per tutto il resto della sua crescita artistica, divenendo rapidamente più saldo e consapevole, ma anche appesantendosi sempre più di un portato che, mano a mano, si fa gravoso da sopportare per la sua natura sfuggente: quello spiritico.

Spiriti

L’interesse di Chiara Fumai per l’occultismo risale alla sua educazione infantile: «sono cresciuta in un collegio di gesuiti, e so che questo potrebbe spiegare tante cose».[11] Questo le ha donato una radicata dimestichezza con simboli e archetipi che traspare sapientemente in tutta la sua opera.

La piega esoterica che prende il suo lavoro, però, necessita di un’analisi più approfondita di quanto potrebbe sembrare a primo impatto. Il mondo occulto non è infatti da leggersi come un territorio da esplorare attraverso l’arte performativa, come si potrebbe essere indotti a pensare; bensì, viceversa.[12] Il sapere spiritico diventa un linguaggio per leggere e interpretare la realtà, assumendo così un valore simbolico e politico.

Uno dei modi in cui questa idea prende vita è attraverso l’immagine della strega e il suo recupero, nell’ottica di decolonizzazione del pensiero[13] in cui l’intera opera andrebbe affrontata. La magia diventa così uno strumento per cercare legami trans-storici tra personalità femminili che condividono un destino comune, permettendo però di riscattare il presente.

L’entourage di eroine incarnate da Chiara Fumai non è altro, infatti, che un’adunanza di poteri femminili complici nel ribaltare l’ordine prestabilito: un’aggressione corale composta dalle figure ribelli della storia dell’oppressione femminile, che non hanno potuto avere voce e sono riportate in vita come attraverso una possessione. Giocando a incanalarle, Fumai istituisce e legittima una forma di espressione poetica basata sull’uso di simboli e rituali come strumento per la lotta e ne ricerca i risvolti politici attraverso la costruzione di una mitologia personale.

Cosa certa è che, spesso, si diverte a spaventare chi non è del tutto pronto a comprendere questa sottile manovra e l’ironia da cui è pervasa. Decidendo di usare l’occulto come espediente linguistico, ne fa una trappola per mettere in luce quanto di vero c’è ancora oggi della tendenza a demonizzare il femminile. Si offre dunque coraggiosamente in pasto al rischio di finire lei stessa vittima dell’equivoco; «Lei giocava con questo ma, ancora una volta, la finzione era palese. […] È la demenzialità della gente il punto. Ed era parte del lavoro giocarci. Però, che Chiara avesse ben chiaro il rapporto tra realtà e finzione, e che avesse anche un certo controllo sulla messa in scena, è indubbio.»[14]

Il gioco di Chiara Fumai è dunque questo: sfidare lo spettatore per capire fino a che punto sarà disposto a comprendere le sue azioni, ad un primo momento ampiamente fraintendibili e in alcuni casi tacciate di follia. Quello che in realtà Fumai fa è usare l’occulto come sistema simbolico, come linguaggio in grado di scardinare ciò a cui siamo abituati; come dice Starhawk, scrittrice e tealoga contemporanea, qualcosa che provoca consapevolmente shock, e che proprio grazie a questo genera prospettive del tutto nuove.[15]

Dietro il fare sfidante di Fumai c’è una profonda convinzione e devozione nel modo di affrontare il sistema artistico, ancora ammantato da una presenza maschile difficile da spodestare, persino nelle sue pieghe più apparentemente progressiste. Fumai confidava in una posizione radicale per sovvertire l’ordine nella sua base linguistica, e non solo formalmente; il suo gioco con la finzione permeava qualsiasi aspetto della sua persona, al di là dell’identità artistica.

Sono interessata a tutti quei mondi che hanno qualcosa a che fare con l’invisibile, poiché ricercano la verità e la ri-presentano al pubblico in altre forme, usando qualsiasi mezzo, anche al costo di accettare l’artificio, il mistero e l’incertezza. A questo proposito, credo che il fine giustifichi i mezzi e credo che i mezzi del surrealismo siano quelli capaci di produrre nuovo nutrimento per la mente. Grazie alle conseguenze del [pensiero] astratto, ciò che sembra un monumento alla memoria è in grado di parlare al presente e al futuro; i fantasmi stessi sono il futuro.[16]

Occorre lasciarsi sedurre dal potere evocativo del surreale per andare incontro a una visione profonda della realtà, essere pronti a lasciare andare la propria solidità per trovare nuovo nutrimento per la mente.  Immaginare altri mondi può rappresentare una deliberata sospensione dell’incredulità: uno stato che rende possibile aprire nuove prospettive, nuove chiavi di lettura per scardinare le vecchie narrazioni secolari. Ciò che può essere utile è scavare in profondità in quello che già esiste ed è stato oscurato, ripercorrere il portato storico con lo sguardo rinnovato utile a spezzarlo.

Si tratta di un meccanismo altamente cosciente e, in un certo modo, raffreddato, nonostante le radici siano profondamente sentite. Attingere agli ambiti culturali che non sono stati espropriati dalla cultura dominante e affidarli a una logica riformata è uno strumento salvifico e di liberazione, che agisce sia come chiave interpretativa del mondo scevra da inquinamenti iper-razionalistici, sia come modo per ripartire dalle proprie origini per poter passare al contrattacco.

Non sono qui per convertirvi alla stregoneria, non mi interessa per niente, ma credo che possa essere interessante mostrarvi come certi punti di vista hanno un effetto sulla pratica altrui; dunque, la magia non è solo qualcosa di irrazionale, ma ci sono alcuni elementi in grado di nutrire davvero il mondo, l’anti-mondo che l’arte può costruire.[17]

Chiara Fumai, Mutande usate della donna baffuta, 2007. Courtesy Archivio Chiara Fumai.

Il futuro dei fantasmi

In uno spazio in costante ambiguità, il pensiero di Chiara Fumai è soggetto a incomprensioni e inesattezze, soprattutto nelle letture postume; e questo non solo a causa del suo contenuto provocatoriamente spiritico, ma anche del tragico epilogo della sua vita, facilmente estetizzabile e spesso assunto come fuorviante chiave di lettura. Non ultima, è anche la stessa natura smembrata del suo lascito ad alimentare gli equivoci, ed è per questo che è fondamentale proteggerne l’interpretazione da possibili deformazioni e snaturamenti, così da affrontare il suo pensiero con lo stesso rigore che lei ha sempre dimostrato nel condurlo.

Nonostante sia essenziale tentare di sciogliere i nodi della sua ricerca in rapporto al dibattito attuale e futuro, il metodo di lettura non può limitarsi alla sola analisi. Quella di Chiara Fumai è una sperimentazione incredibilmente vicina alla vita: tutt’uno con la sua persona, sarebbe impossibile affrontarne la ricostruzione senza passare per una riattivazione indiretta della sua voce, sotto uno sguardo che sia ispirato da una volontà affettiva.

Chiara Fumai ha fatto del suo corpo e della sua vita uno spazio discorsivo in cui far parlare altri, ne ha fatto il mezzo per far scorrere su di sé il modo in cui, forse, avrebbe voluto che andassero le cose. Si è resa lei stessa ricerca, l’ha incarnata e vi si è consacrata. Ora sta a noi dedicarle l’attenzione che merita.

Chiara Fumai, There Is Something You Should Know, 2011. Courtesy Archivio Chiara Fumai.

[1] Da un’intervista inedita a Guido Costa, 11 febbraio 2023, Torino.

[2] Me lo racconta Michele Roberto, in una conversazione inedita del 23 febbraio 2023 a Bari.

[3] Da un’intervista inedita a Francesco Urbano Ragazzi, 18 gennaio 2023, Milano.

[4] Ibid.

[5] Ibid.

[6] Da un’intervista di Francesco Urbano Ragazzi per la rivista “Errata#15: Performance, Acciones y Activismo”, pubblicata il 13 settembre 2017. L’intervista è stata in seguito riportata in inglese anche nel catalogo della mostra LESS LIGHT, ISCP, 12 febbraio – 17 marzo 2019, New York.

[7] The Moustache Woman (2007) è un video promozionale per l’attività commerciale precedente: Fumai vendeva biancheria intima usata su eBay sotto lo pseudonimo di Mustache Woman, fino a che venne bannata per contenuti pornografici; dal 2007 al 2009, la biancheria venne venduta sul sito web www.moustachewoman.com. Il lavoro è ispirato alla tradizione del sud Italia di tagliare i capelli nel momento di passaggio alla maternità e di conservarli in delle trecce. I capelli intrecciati usati in questa serie di lavori sono un’eredità che l’artista ha avuto dalla nonna Antonietta. Saranno successivamente usati dal personaggio di Annie Jones nella performance The Prodigy of Nature, 2010 (da Francesco Urbano Ragazzi, Farronato M., Bellini A., Poems I Will Never Release: Chiara Fumai 2007-2017, Nero Editions, Roma 2021).

[8] Me lo racconta Antonella Marino, durante un’intervista inedita del 22 febbraio 2023 a Bari.

[9] Mi riferisco alla Quarantana, tradizione popolare propria della Valle d’Itria, nella provincia barese.

[10] Da un’intervista inedita ad Antonio Piccirilli, 23 febbraio 2023, Bari.

[11] In Corinna Conci, Il reale è mistero, “Espoarte Contemporary Art Magazine”, 19 febbraio 2015.

[12] Lo dice Chiara Fumai in una conversazione con Manuel Olveira, in Manuel Olveira (edito da), Conferencia Performativa. Nuevos formatos, lugares, prácticas y comportamientos artísticos, MUSAC / This Side Up, Madrid, 2014, p. 115.

[13] Eduardo Viveiros de Castro, Metaphysiques cannibales, Paris, Presses Universiraires de France, 2010; trad. it. Metafisiche cannibali. Elementi di antropologia post-strutturale, Verona, Ombre corte, 2017.

[14] Vedi nota 3.

[15] Starhawk, Dreaming the dark: magic, sex and politics, Boston: Beacon Press, 1988.

[16] In Kari Conte, Chiara Fumai. Art as a weapon, all’interno del catalogo della mostra LESS LIGHT, 12/02-17/05/2019, ISCP, New York. Trad. dall’originale inglese.

[17] Reverse Everything, ZhDK, Zurigo, 2016; Lecture pubblicata come video sul canale YouTube “ZHdK Fine Arts”, con titolo ZHdK Art Talks: Chiara Fumai, pubblicato il 24 gennaio 2017, visitato il 20 aprile 2024. Trad. dall’originale inglese.

Silvia Bandera

è una ricercatrice indipendente interessata alle intersezioni tra studi performativi, studi di genere e spiritualità. Dopo un percorso triennale in arti visive, si diploma in Visual Cultures all’Accademia di belle arti di Brera con una tesi sperimentale sull’archivio di Chiara Fumai, tutt’ora in prosecuzione. Ha pubblicato su riviste come ‘Kabul Magazine’ e ‘About Gender’.

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