Parlare della vita e della morte

Al termine di The Kiev Trial, il film di Sergei Loznitsa con cui si è aperta a Roma la seconda edizione del festival Unarchive, gli applausi di rito sono stati fiacchi, incerti. C’è una certa riluttanza ad applaudire un film (molto bello), la cui scena finale ci mostra quasi ottant’anni dopo, ma – come dire? – dal vivo, l’impiccagione di dodici uomini davanti a una folla sterminata (circa duecentomila persone, dirà poi il regista, la metà della popolazione che contava in quel gennaio 1946 la capitale ucraina). Tanto più che dalla bocca di quegli stessi uomini, dodici ufficiali e sottufficiali nazisti, abbiamo ascoltato nell’ora e mezza precedente l’asciutta confessione di una serie infinita di crimini di guerra tanto atroci quanto assurdi («perché avete ucciso anche i bambini?», «perché correvano da tutte le parti nel villaggio»).

Nato in Bielorussia, cresciuto in Ucraina, da oltre vent’anni residente in Germania, Loznitsa ha un’evidente riluttanza ad accogliere – nella vita come nei film – gli imperativi della retorica corrente. Nel marzo 2022, per essersi opposto al boicottaggio indiscriminato dell’industria culturale russa all’indomani della «operazione speciale» voluta da Putin, e per avere (testuale) «ripetutamente sottolineato il suo considerarsi un cosmopolita, un “cittadino del mondo”», il regista è stato espulso dall’Accademia del cinema ucraino. Questo non gli ha impedito, in quello stesso marzo 2022, di accogliere l’invito di Fabrice Puchault di Arte TV per realizzare un film sulla vita quotidiana in Ucraina ai tempi dell’invasione russa. Il risultato, The Invasion appunto, è stato presentato all’ultimo festival di Cannes, e a giudicare dalle recensioni e dalle interviste, la compassione che, dice Loznitsa, è stata il motore del film, abbraccia senza distinzioni le code per l’acqua, il neonato in braccio al soldato in tuta mimetica, le casse di libri russi mandati al macero, le esercitazioni dei civili addestrati alla guerra – effetto, probabilmente, di quella distanza che secondo il regista è alla base di ogni suo film. E proprio dal concetto di distanza prende avvio questo dialogo che ha avuto luogo poco prima della proiezione romana di The Kiev Trial.

MARIA TERESA CARBONE: In diverse interviste lei ha detto che ritiene importante, o addirittura necessario, mantenere una distanza quando gira un film. Può spiegare meglio cosa intende, se si tratta di una forma di distacco o di una distanza anche fisica?

SERGEI LOZNITSA: Distanza significa, nei limiti del possibile, non avere una mia opinione.

MTC: Ma ritiene che sia un obiettivo raggiungibile?

SL: L’opinione del regista, la sua prospettiva, è spesso presente nei film sotto forma di musica, per esempio sentimentale o tragica, capace di creare immediatamente un certo contesto emotivo. Oppure può prendere la forma di un testo, quando l’autore spiega cosa sta succedendo. Quando parlo di distanza, è perché io non capisco cosa sta succedendo: posiziono la macchina da presa, guardo e filmo. E poi costruisco il film secondo il modo in cui ho capito, ma senza intromettermi in quello che vede lo spettatore. Non gli spiego cosa sta succedendo, lo lascio libero di interpretare.

MTC: Penso a Austerlitz. Nel momento in cui si gira un film in un posto come il campo di concentramento di Sachsenhausen, fino a che punto è possibile mantenere una distanza?

SL: Certo, sono io che scelgo il luogo, ma in quel luogo c’è sempre un’incognita. Nel caso di Austerlitz, a me non è chiaro perché la gente vada a vedere un campo di concentramento, o perlomeno a me non verrebbe mai in mente di andare in un posto del genere. Cosa potrei mai fare lì? E quindi mi chiedo: cosa spinge queste persone a visitare Sachsenhausen? Mi interessa osservarle e cercare di capire in che misura è possibile trasmettere gli orrori che sono accaduti lì dentro, cosa portano via con sé le persone che visitano il campo, in che modo si può mantenere la memoria di quegli avvenimenti. Coloro a cui è toccato entrare in un lager o in un gulag, non ne sono usciti indenni, perché hanno vissuto tutti quegli orrori. Il loro è un mondo completamente diverso. Le persone che vengono a visitare il campo di concentramento, a vedere com’è fatto da una distanza di sicurezza, non hanno lo stesso tipo di conoscenza di quelli che nel campo di concentramento hanno vissuto. Fra noi e loro c’è un vetro molto spesso che ci separa.

Ma ci sono altre domande. Per esempio, mi sono chiesto da dove vengono le persone che visitano un campo come Sachsenhausen. Cosa le spinge? Tra i visitatori ci sono pochissimi russi e pochissimi polacchi, per la maggior parte si tratta di americani, brasiliani, cinesi, giapponesi, ebrei. Per molti la visita di un lager è una celebrazione della giustizia, ma ognuno viene con la propria idea e la propria cultura. È molto interessante come tutto si riflette nella percezione delle persone. Quanto ne capiscono? Quanto hanno bisogno di essere guidate? E ancora: come sono nati questi monumenti? È stato solo alla fine degli anni Cinquanta, perché a Sachsenhausen, subito dopo la guerra, c’erano altri detenuti: prigionieri sovietici, in maggioranza tedeschi. Era un lager, esattamente come prima. E poi quando questo campo ha cessato di esistere, hanno smantellato tutto: Buchenwald, Sachsenhausen… E hanno portato tutto nei gulag. Riesce a immaginare? Con queste baracche hanno costruito dei gulag da qualche parte in Siberia, e qui hanno aperto un campo come prova dei crimini del regime nazista. E allora, dall’altra parte, nella Germania ovest, come risposta hanno aperto il campo a Dachau. Lì, in realtà, erano rimaste solo delle case di pietra, così hanno ricostruito le baracche come una scenografia, un vero set.

Questa è la risposta. Ma per me un luogo come quello, un luogo di contatto con la morte, non può esistere senza la metafisica: un tempio, o qualcosa di simile. Come il tempio della dea Kālī, la dea della morte e della distruzione, a Calcutta. Quando ci vai, devi toccare fisicamente, camminare a piedi nudi nel fango e nel sangue degli animali, e per questo contatto fisico sei costretto a seguire un certo rituale. Qui non c’è nessun rituale, nessun passaggio obbligato. È come se stessi osservando al microscopio dei batteri pericolosi, ma a una distanza di protezione. Ed è strano. A Dachau c’è una chiesa, ma a Sachsenhausen non c’è nessuna chiesa perché era una zona sovietica. E anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la scomparsa della DDR, non hanno comunque messo nessuna chiesa, non c’erano tradizioni in relazione a ciò che ha a che fare con la morte. Ma in generale la società occidentale prende le distanze dalla morte in quanto tale. Questo è l’insieme di problemi che si sono presentati quando ho girato Austerlitz.

Sergei Loznitsa, The Invasion, 2024

MTC: A proposito della distanza dalla morte, ho letto in questi giorni su una rivista online un articolo in cui si parla di Invasion e l’autore scrive che lei ha una passione per i funerali. Cosa ne pensa?

SL: È molto strano. In Ucraina muoiono soldati ogni giorno, circa mille al giorno. E questo è il Leitmotiv della mia vita. Non perché sia la mia passione, ma perché è un Leitmotiv.

MTC: Lei però prima parlava della morte nella cultura occidentale. Non vado in Russia da molto tempo, non so come sia adesso, con la guerra. Ma quando vivevo a Mosca negli anni Novanta, avevo la sensazione che la morte fosse un pensiero costantemente presente, sottotraccia. Ammesso sia vero, potrebbe essere un influsso della cultura orientale? E comunque, se è un’esagerazione dire che ha una passione per i funerali, di sicuro molti suoi film ruotano intorno a dei riti collettivi: anche i processi lo sono, del resto.

SL: I riti collettivi sono la base della nostra esistenza. Se la nostra vita è strutturata, è fatta di questi rituali. Quando non lo è, i riti non esistono. Ma la vita è fatta di queste cose. Nascita, battesimo, matrimonio, e così via.

MTC: Forse da noi non è più così: si fanno meno bambini, i matrimoni sono in calo, i rituali collettivi non sembrano significativi come erano un tempo. Ma tornando ai suoi film, oltre a Austerlitz, anche la Storia naturale della distruzione, che è stato proiettato nella prima edizione di Unarchive, è ispirato a un libro di W.G. Sebald. Lei legge molto? I libri sono importanti, quando prepara un film?

SL: Sì, molto.

MTC: Posso chiederle cosa sta leggendo in questo momento?

SL: In questo momento sto leggendo tutto ciò che è stato scritto sulla follia. Stiamo entrando nell’era della follia, e quindi rileggo Foucault, naturalmente. Ma ci sono tanti autori diversi, filosofi, psicologi, che hanno scritto sulla follia. Non lo faccio con un obiettivo particolare, cerco solo uno strumento per descrivere la situazione attuale. Il delirio collettivo, per esempio, è un fenomeno molto interessante. Immaginiamo che degli omini verdi siano entrati in Crimea, eppure Obama, in quel momento presidente degli Stati Uniti, rimane in silenzio e poi sostiene che si tratta di truppe ignote. È assurdo, ma tutti ripetono che si tratta di truppe ignote, che non sappiamo chi sta giocando a questo gioco. Insomma, è una follia. Ora c’è una guerra in Ucraina, la Russia sta distruggendo il paese e tutti dicono: siamo con l’Ucraina, ma non fanno nulla per fermare la guerra. È una follia. Non possono inviare le loro truppe, ma partecipano inviando armi. Stanno già partecipando. È una convenzione: partecipare, ma non partecipare. Anche questa è una forma di follia. La guerra avrebbe potuto essere fermata immediatamente. Tutti dicono: non possiamo, non vogliamo questa guerra, ma tutti partecipano. E un’altra incredibile follia: diamo all’Ucraina le armi per fermare la guerra. Provi a pronunciare questa frase, non ha alcun senso. Ma nessuno dice: facciamo davvero tutto il possibile per smettere di finanziare questo paese.

Le persone si uccidono a vicenda. Il padre e la madre del comandante in capo delle truppe ucraine, il generale Syrsky, vivono in Russia, a Vladimir, vicino alla Centrale (la Centrale di Vladimir è il più grande carcere di massima sicurezza in Russia, ndr). E lui comanda le truppe in Ucraina. Suo fratello lavora in un’azienda a Mosca, e lui comanda l’intero esercito ucraino. È una follia: all’inizio della guerra c’erano ufficiali, uno in Russia e il fratello in Ucraina, e si chiamavano per dirsi cosa stava succedendo. E quanti altri parenti come loro? È un orrore, gli slavi distruggono gli slavi, e il mondo intero dà soldi per continuare questa distruzione. In due parole, io vorrei che questa guerra si fermasse del tutto, perché è terribile, ci porterà a una catastrofe, e tutti noi siamo dentro questa follia. Ci vorrebbe uno strumento che descriva tutto questo, come uno strumento medico, un modo per descrivere la diffusione di un’infezione, di un batterio, credo che si potrebbe applicare alla comunità umana oggi. Sto leggendo un libro meraviglioso, piuttosto recente, sul colera a Londra nel XIX secolo. L’autore sottolinea in modo molto accurato che in simili situazioni il comportamento umano individuale può andare contro i desideri e il comportamento della collettività, e l’individuo non può fare nulla per opporsi, è costretto a sottomettersi al desiderio e al comportamento della collettività. Babi Yar. Il contesto parla di questo. Quando si viene semplicemente messi su questi binari, non si può sfuggire al destino collettivo. Puoi non volere Hitler, non volere Stalin, non volere proprio nessuno, ma non c’è posto per te, devi unirti a una di queste correnti. E lo stesso accade di nuovo ora in quei territori. Forse c’era qualcuno che viveva a Mariupol e non voleva né gli uni né gli altri. Aveva costruito una casa, e adesso non c’è più niente, né casa, né famiglia. Come nel film di Mantas Kvedaravicius (regista lituano ucciso il 30 marzo 2022 durante l’assedio di Mariupol, ndr). Lì l’uomo dice: «Non voglio nessuno dei due, ma hanno rovinato tutta la mia vita». Ed è inevitabile che succeda in questi momenti. Allora questi momenti, noi li dobbiamo studiare, e io penso di poter fare la mia parte in questo senso. Per questo ora leggo libri sulla follia.

Sergei Loznitsa, Donbass, 2018

MTC: Un’ultima domanda: in tutti i suoi film, almeno in quelli che ho visto, la memoria ha un ruolo importante. Ogni persona ha la sua memoria personale, che molto spesso contrasta con quella degli altri. E accanto a questo elemento di fragilità ce n’è un altro: i supporti delle immagini in movimento sembrano sempre più effimeri. In definitiva, cosa resterà di tutto questo fra venti o trent’anni?

SL: Dipende dal tipo di cervello che lo guarderà. Ma perché tra venti o trent’anni? Pensiamo piuttosto a quello che potrà accadere tra un secolo: personalmente io credo che organico e inorganico saranno combinati e il cervello umano si sarà espanso al punto che si userà la potenza del pensiero per controllare i movimenti e le azioni di un computer. In parte già si fa, del resto. Vivremo in uno spazio completamente diverso che non conosciamo, per questo possiamo parlare solo del presente. Tutto avviene molto in fretta, ma in ogni caso ciò che viene registrato dalle telecamere e che esiste come archivio sarà percepito come qualcosa che appartiene al passato, al momento in cui è stato filmato. Come noi guardiamo, pone un problema di comprensione. Quando leggo la Bibbia, mi chiedo sempre se riusciamo a capire quello che dice, se abbiamo davvero una base, un fondamento.

MTC: E riguardo alla follia, non pensa che potrebbe essere il tema di un suo film?

SL: Vedremo. Non siamo ancora arrivati al culmine.

Un ringraziamento particolare a Mikhail Velizhev, che mi ha aiutato nella trascrizione dal russo dell’intervista.

In copertina: un fotogramma da The Kiev Trial, di Sergei Loznitsa (2022)

Maria Teresa Carbone

Giornalista, autrice e traduttrice, ha coordinato la redazione della rivista online «alfabeta2» dal 2014 fino alla sua chiusura, nel settembre 2019. In precedenza ha diretto la sezione Arti del settimanale «pagina99», ha lavorato alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto» e ha curato alcune edizioni del festival romapoesia. Da diversi anni si occupa di promozione della lettura in Italia e all’estero. Il suo libro più recente, “111 cani e le loro strane storie”, è uscito nel 2017 per Emons e l'anno successivo è stato tradotto in tedesco.

Sergei Loznitsa

(1964) è cresciuto e ha studiato a Kiev, dove nel 1987 si è laureato in matematica applicata, specializzandosi poi nella ricerca sull’intelligenza artificiale. Dal 1996, dopo avere preso il diploma di regia presso il Vgik (Istituto Statale Russo di Cinematografia) di Mosca, realizza film documentari e di finzione (tra gli altri, ‘Maidan’, 2014; ‘Austerlitz’, 2016; ‘Donbass’, 2018; ‘State Funeral’, 2019; ‘Babi Yar. Context’, 2021; 'The Natural History of Destruction', 2022; ‘The Kiev Trial', 2022; ‘The Invasion’, 2024). Nel 2013 Loznitsa, che risiede a Berlino, ha lanciato la società di produzione e distribuzione cinematografica ATOMS & VOID.

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