Trent’anni dopo 

06/06/2024

La vista dai due balconi dell’appartamento di Ghent incorniciava, non lontano, il campanile della cattedrale di San Bavone – Sint Baafs – dove è conservato il polittico dell’Agnello mistico, Het Lam Gods dei fratelli Hubert e Jan van Eyck, risalente al 1432. Per questa ragione ho soggiornato due anni in questa città, tra il 1993 e il 1995. Per due anni, ogni mattina, ho sostato di fronte ai ventiquattro pannelli in legno minuziosamente dipinti a olio dove la natura era presente attraverso altri occhi, un guardarsi intorno nominando a pittura le cose; la natura diventa un personaggio, ci parla della sua erba dei suoi fiori, tutto è riconoscibile nella sua specie, e i cieli sono lastre di vetro. Mi piace ricordare per affetto il Paesaggio ungherese di Masolino da Panicale a Castiglione Olona, coevo dei lavori di cui parliamo (1435): calce impastata a sabbia di fiume colorata a pigmenti, che diventa un muro da scalare coi nostri occhi benedetti; l’acqua per gli impasti veniva direttamente dal fiume Olona. All’inizio degli anni Novanta gli artisti che da quindicenne tanto avevo apprezzato cominciavano allegramente a godere del successo dei propri mezzi; ne avevano tutte le ragioni, i contenuti però ripetendosi svaporavano. Quello che nasceva in arte a quel tempo mimava la cronaca quotidiana, e così veniva sempre dopo: non riusciva neppure a essere puntuale e, per niente anticipatore, scadeva. Il cinema di Béla Tarr fu una rivelazione benvenuta, illuminante: si poteva ancora lavorare con serietà. 

C’è un detto armeno che dice «ogni autenticità è un esilio»; mi portai di città in città, i piedi mi disegnarono l’Europa. Quel tempo fu per me un ritorno agli inizi, al caos primordiale tra il soggetto e l’oggetto, tra l’immaginario e il reale, quando si costruisce ciò che si vede, un ritmo che suona la musica nei cantieri dove l’impegno fisico ri-disegna il disegno. Un compito verso un lavoro che ne sapesse più di me e mi lasciasse libero di non sapere, ammirando e respirando la luminosità che abita e veste il giorno. Come fare una passeggiata, elemosinare col palmo della mia mano lo scintillio dello sguardo, accorgermi che le migliaia di sguardi altrui che incontravo non erano altro che le scintille riflesse dalla mossa superficie del mare. Ma ero sulla terra. E quindi quelle giornate davanti all’Agnello mistico dei fratelli van Eyck non erano state che il raccolto luminoso dello sguardo che dal passato, attraverso gli incontri col polittico, mi portava in quel presente dove col setaccio della luce cercavo scintille di grafite. Volevo portare agli occhi la chiarezza della semplicità che serve per incontrare l’altro; le mani attraverso lo sguardo cucivano un nuovo abito al passato; si cercava di accordare ciò che poteva essere, forse, una nota d’avvenire. Non mi accorgevo di nulla, setacciavo la mia polvere unendola alla polvere, nulla di eclatante. 

Adesso sono sciolto nell’inchiostro di una pennellata cinese del dodicesimo secolo, una macchiolina che indica la silhouette di un eremita nella bruma delle altitudini, nell’umidità della vita spoglia di tutto. Oppure sono perso tra le quadrettature dei carmi figurati di Rabano Mauro, monaco nato nel 780 che ci ha lasciato pagine incantevoli di segni e parole misurate di preghiere. Un lunghissimo itinerario di scoperte spolpato di tutto. Ma prima si ha bisogno di tutto, di sapere e di sbarazzarsi del sapere. Così ora indosso gli occhiali degli eremiti, vedo attraverso il ghiaccio, e da quel ghiaccio sbocciano gli steli del dolore e della chiarezza. Di chi ha come regola il cielo e la terra e quello che resta delle quattro stagioni. Tutto ciò che mi è accaduto e mi accade mi compie, mi disegna intorno l’ordine naturale e mi fa lavorare senza lavorare. 


Jan van Eyck, Madonna del cancelliere Rolin, 1430-1435, olio su legno di quercia, cm 71 x 65, Musée du Louvre, Paris, photo @ Pino Musi

Ed eccoci adesso a Parigi, dove vivo ora. Una mostra-cometa mi riporta indietro di trent’anni: Revoir van Eyck. La Vierge du Chancelier Rolin, al Louvre. Si sale un lungo scalone, è già una fatica, una barriera fisica, ci si mette in fila, si attende… la mostra è contenuta in un’unica sala. Diversi capolavori sono esposti: libri miniati, disegni, sculture, gioielli, copertine di libri che imitano il marmo. Un itinerario visivo di oggetti che costruiscono lo spazio di una superficie.


Rogier van der Weyden, San Luca che disegna la Vergine, 1435-1440, olio e tempera su legno, cm 138 x 111, Museum of Fine Arts, Boston (particolare), photo @ Pino Musi
     

Il dipinto di Jan van Eyck è contiguo allo splendido San Luca che disegna la Vergine di Rogier van der Weyden: tra le mani scolpite di pittura il santo tiene un foglietto, e con una punta disegna come una nuvola a grafite il volto della Vergine. Le dita con cui disegna sono tre: anche lui per disegnare aveva bisogno dello Spirito Santo. Per parlare dello stupefacente retro della Madonna del Cancelliere Rolin bisogna prendere le distanze dalla vulgata: le cose sono molto complesse, non ci sono concesse abitudini interpretative scadute, meccanismi da storia dell’arte o, ancora peggio, da trovata giornalistica a sensazione. 


Retro della Madonna del cancelliere Rolin, trompe-l’œil in superficie a olio marmorizzata, photo @ Pino Musi

Sappiamo da tempo, ormai, che il meglio sull’arte non viene più scritto dagli “specialisti” ma da appassionati di altre discipline. Personalmente sono incantato dal poeta polacco Zbigniew Herbert, nella cui scrittura passano l’amore e la sua verità, la notizia dell’arte attraverso il vissuto esistenziale fatto a piedi, all’aria aperta, di fronte ai testi visivi, senza mediazioni. Pensare al progresso nell’arte è come fare sesso con l’arte, consumarla alla cieca. Anche il tempo è stato sventrato dal sesso alla cieca, un tempo lontano dall’orologio e un’arte lontana dal saper fare… mentre un tempo vicino al suo vederlo scorrere, e un’arte che con il suo orizzonte ci stropiccia gli occhi come nel risveglio del mattino, vogliono solo essere abbracciati. Con il tempo e l’arte si fa all’amore, non si fa sesso. Si vede. L’arte ci sta dicendo di non lasciarci più consumare, di rispettare il tempo vuoto, e in quel vuoto amare lo sguardo, farsi amare di nuovo da ciò che ci accade, senza progresso. Il gesto dell’uomo è la permanenza di una carezza, il respiro dell’origine. Tutto è prefigurato. Il cosmo marmoreo del retro del dipinto è sempre stato un “ora”, una compressione di secoli che parla in continuazione la lingua del presente, la superficie che imita microscopicamente le vene marmoree della lastra di un altare, quello della preghiera del cancelliere Rolin. Il dipinto è un corpo pittorico spaziale, viaggiava col proprietario. Fare paragoni contemporanei servendosi del retro del dipinto è da idioti. 

L’arte è sulle labbra montagnose dei millenni, un solo gong tibetano che imperla lo sguardo attraverso i piedi puzzolenti del mondo, quelli che vanno più lontano dell’universo. Anche agli artisti non è possibile essere artisti come gli artisti di sempre: si cambia, si trovano innesti di valori differenti, si può far pensare che la voce di un cantante come Piero Ciampi sostituisca i quadri di Giorgio Morandi, la voce di Ciampi è i colori degli oggetti di Morandi, e forse anche di più; altri valori, altra luce. Chi non si accorge di tutto ciò non è altro che il possessore distratto di un biglietto staccato all’entrata di un qualsiasi museo del mondo. Ora non basta essere un San Francesco, si deve essere un Antonio del deserto, ombra incollata alla pietra. Tutto è splendidamente all’incontrario, progresso nel regresso e regresso nel progresso, abbandonare la città per trovare il paese; quale cammino in quale gioventù la vita ci dichiarerà il suo avvenire, in quale coraggio la vita ci dirà quello che vorrà essere. Queste tavole fiamminghe non sono più arte ma ghiacciai che si stanno sciogliendo e ai nostri occhi sembrano incomprensibili; ma un ragazzo soffermandosi sul futuro si preoccuperà di ricavare ancora un’informazione da queste figure-simbolo, e se ne servirà per squarciare con fiducia tutto quanto ancora c’è da apprendere per vivere il suo amore, per disegnare un vaso di fiori e offrirlo a un’anima che si ama. 

Guardando un dipinto di Jan van Eyck ci si accorge di essere entrati in una geografia chiaroveggente; guardando siamo in un luogo ben preciso, forse van Eyck era dotato di un sistema oculare simile a quello degli uccelli rapaci; voliamo nel paesaggio delle Fiandre. Non si vorrebbe lasciare la sala del Louvre, si vorrebbe passare lì la notte, dormirci dentro. Perché? Perché si ha l’impressione di incontrare la verità dei colori, ma qual è la verità nei colori? In quello che vediamo abbiamo l’impressione di essere di fronte allo specchio dei colori… ma qual è lo specchio dei colori? Sono le nostre labbra che quando amano sono spinte ad assaporare le labbra dell’altro, e così imparano cosa sia un colore, l’incontro ravvicinato della nostra pupilla con la pupilla luminosa dell’esterno, lo specchio del nostro cuore. Per questo non si vorrebbe lasciare questa sala dove sono esposte queste opere insondabili di profondità… un bacio ai nostri occhi. 


Jan van Eyck, Annunciazione, 1434-1436, olio su tavola trasferito su tela, cm 93 x 37, National Gallery Washington, photo @ Pino Musi 

Quello della sala è un luogo lasciato in penombra e illuminato dalla luce riflessa dalle tavole dipinte, quasi tutte in legno di quercia; nello spazio i dipinti prendono il valore di pianeti in una galassia dove lo sguardo viaggia con la nostra anima. Abbiamo la strana sensazione che s’incontrino due luci, quella del nostro corpo e quella dell’anima del legno di quercia. Di fronte alle miniature, alle scritture e ai gioielli mi chiedo chi sia stato il primo scellerato a chiamare qualcosa di così incommensurabilmente stupendo «Arti minori». Possiamo eliminare la sperequazione fra minore e maggiore, non c’è più differenza, tutto ha identico valore: un gioiello ricamato di metalli è pari a una tela sciacquata a olio. È la realtà che ci obbliga a riconoscere inediti registri di valore: impegni espositivi di questo genere accelerano con lo studio nuove valutazioni. 


Jan van Eyck, Stimmate di San Francesco, 1430-1440, olio su pergamena incollata su tavola, cm 12,7 x 14,6, Philadelphia Museum of Art, photo @ Pino Musi

La Madonna del Cancelliere Rolin misura 71 x 65 cm. Avviciniamoci ora a un altro dipinto di Jan van Eyck. San Francesco che riceve le stimmate: pergamena incollata su legno di quercia, 12,7 x 14,6 cm, a dir poco una miniatura. Dieci anni di lavoro. Sopraffatti dall’arte di oggi lacerata dalla superproduzione, da artisti spregiudicati che collaborano impunemente al suo consumo malsano. Dieci anni per realizzare una miniatura ci lasciano respirare e sperare, ci consegnano alla sana palpitazione del vedere coi nostri occhi senza essere violentati dalla barbarie del consumo visivo. Gli occhi vogliono di nuovo respirare, il tempo ci prende per mano, apre le sue gambe e ci invita a letto. Ci chiede tempo… ancora amore. La realtà ci mette a bordo del daccapo per rivivere emozioni, relazioni lente col gusto del dono sorgivo del sapere. Come nella Madonna del Cancelliere Rolin, anche sullo sfondo del San Francesco che riceve le stimmate ci sono paesi che diventano la nuova città: a quel tempo venivano costruite città dove regnava la grande speranza del futuro. Nel San Francesco la città è dipinta al centro della scena: si riflette in un lago, simbolo di purezza e di passaggio, acqua battesimale. Città e lago sono contenuti nella forma di due cordoni, presentano quattro serie di nodi per una somma complessiva di otto – l’ottavo giorno, il nuovo giorno. I cordoni che tengono stretta la vita del Santo, e di Sant’Antonio che trattiene il suo volto tra le mani, si stagliano in un paesaggio deserto, in un cammino di prove; dopo aver ricevuto le stimmate San Francesco quasi abbandona il suo paesaggio rigoglioso: magnificamente i piedi del Santo sono fuori asse rispetto al suo corpo, tra le sue mani entra lo spazio della città. Nel dipinto del Cancelliere il paese si unisce alla città attraverso un ponte. 

Cosa dire delle città di oggi strozzate dagli affitti, dalle vite umane consumate dal sonno sotto un tetto che oramai è una maledizione senza sogno. A Parigi, città dove abito, si vive in case grandi come le nostre tasche, lontani dal respiro dello spazio, dello sguardo condannato ad abitare nel perimetro di una tasca. Invece andrebbe rimesso spazio negli occhi, gli occhi dovrebbero riflettere sulla cornea la felicità dell’incontro con l’altro scaturito dalla generosità, terreno dove germoglia ogni cosa. Ormai le grandi città sono delle serre, hanno le loro bombole fatte di una moltitudine di gas, un’artificiosità scaduta che toglie respiro. Ci piace pensare che la miniatura di Jan van Eyck ci indica la strada opposta, ci indica un paese da costruire e abitare di nuovo, un altro respiro, un conquistato equilibrio naturale: l’ottavo giorno di un itinerario fisico che va da San Francesco a Sant’Antonio del deserto. L’equilibrio che ci respira dentro col cuore dello sguardo. 

Nella sala si va da una pietra angolare all’altra, una continua costruzione di figure aeree possibili. Si sosta su tre carte disegnate da Antonio Pisanello… con uno sfregio Roberto Longhi gli diede del «guardarobiere»… è solo da poco che finalmente il pianeta Pisanello splende di magnifica luce propria. Ci vogliono secoli per far sì che un lavoro trovi la sua armonia celeste e terrestre. Qualche anno fa ho avuto la possibilità, grazie a Francoise Viatte allora direttrice del Cabinet des Estampes et Dessins del Louvre, di fotografare l’intero Codex Vallardi, la raccolta di tutti i disegni di Pisanello: ogni disegno uno strumento ottico, ogni disegno un dialogo preciso con la vista, questi disegni fanno parlare il mondo. I tre fogli di questa mostra hanno un valore illuminante, ci mostrano come i disegni viaggiassero in groppa alla conoscenza, disegnati allo stesso modo di come si scrivono i libri. I disegni sono la testimonianza a parole di ciò che l’occhio vede. Torno alle mani del San Luca di Rogier van der Weyden, dita che si stagliano precise tra una colonna e un muro come sfondo, le dita prendono il posto di canne d’organo, San Luca non sta disegnando il volto della Vergine, lo sta suonando con la cassa armonica degli occhi. Mani, occhi e piedi sono passati dal laboratorio dell’orefice, dove i metalli si sciolgono per dare vita a una scintilla. Una scintilla che ora per noi deve costituire una collana di ragione, una ragione che dovrebbe farci esploratori di cose senza importanza, come un sorriso che scompare e si fa pianto; riflessi di colori umani, dove la vita nella sua gioia e nel suo dolore si spoglia per accoglierci, lontana da qualsiasi assordante rumore. Il rumore ha vinto ma il silenzio si è salvato. 

Ho visitato più volte questa mostra, volevo vedere le briciole secche della fetta di pane del mio passato, i morsi dati al tempo, e i morsi che il tempo ha dato al cammino fatto… ho visto solo spazio vuoto, il vuoto che mi piace lasciare vuoto. Mi sono accorto che intorno c’è ancora aria da respirare. Di sabato sono andato al Louvre con Pino Musi, fotografo amico: le immagini di questo testo sono un suo dono gentile. Mi sono soffermato solo su pochissime opere, ho tralasciato altre luminosità visive. Dante ci esortava a uscire a riveder le stelle: nel tempo in cui viviamo possiamo mettere da parte le stelle, ma ci accorgiamo che il respiro è determinante per il nostro benessere, per il nostro viverci dentro e fuori. Lo sguardo cerca respiro e vuoto. Diamoglielo. 

Revoir van Eyck. La Vierge du chancelier Rolin
Paris, Musée du Louvre
fino al 17 giugno 2024

Giuseppe Caccavale

(Afragola, 1960) vive tra Parigi e Bari. Insegna Arti Murali, Poetica degli spazi e Disegno all’École Nationale Superieure des Arts Decoratifs di Parigi. È stato uno degli artisti che hanno rappresentato l’Italia alla 56a Biennale d’Arte di Venezia, curata da Vincenzo Trione; ha partecipato alla prima Triennale Internazionale d’Armenia, a cura di Adelina von Furstemberg; le sue ricerche sono state presentate alla Vereniging Voor Het Museum van Hedendaagse Kunst te Gent; alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia, a cura di Chiara Bertola, ha presentato il progetto “Resi Conto”; con il compositore Stefano Gervasoni, ha realizzato il “Viale dei Canti” dell’Istituto Italiano di Cultura di Parigi. Da sempre la cura editoriale delle pubblicazioni delle sue ricerche è parte integrante del lavoro: fra i suoi titoli “Fresques / Affreschi”, su testo di Erri De Luca (Parenthèses, Marseille); “Voce Parla Luce”, su testo di Pier Luigi Tazzi (Musée de Marseille); “Serenella d’Agri”, su testo di Vassilis Vassilikos (L’art et la manière, Castellet); “Armenia”, su testo di Osip Mandel’štam (Parenthèses, Marseille).

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