Anselm Kiefer, ancora melodie da cantare

05/06/2024

Quale singolare evento, o bizzarro incidente, può far sì che nel corso dell’esercizio quotidiano di un attrezzato prosecutore degli antichi artigiani impegnati nel trattamento della materia – fabbri, carpentieri, falegnami, ceramisti – essa perda la propria forza di gravità per cominciare ad assottigliarsi sempre di più, fino a esibire l’invisibile reticolo di fibre che la costituiscono? Se il manovale in questione corrisponde al nome di Anselm Kiefer (o semplicemente Anselm, come lo ha indicato Wenders nel documentario, o meglio nel film a lui dedicato, uscito di recente nelle sale italiane dopo essere stato presentato al Festival di Cannes nel 2023) non c’è nulla di singolare o bizzarro, dal momento che la materia, pur formata da componenti non immediatamente osservabili o afferrabili, conserva intatta la sua consistenza. Proprio perché tali particelle ne costituiscono il serbatoio energetico: non solo secondo le leggi della fisica quantistica, diventate oramai patrimonio comune, ma anche nel solco di un’antica, anzi antichissima tradizione di pensiero che adesso trova in Kiefer un suo erede fedele. Ed è qui, nell’imprevedibile incrocio tra le acquisizioni del sapere scientifico dell’ultimo secolo e gli albori del pensiero filosofico, che l’attività di Kiefer si inscrive con assoluta originalità. La sua attività, si badi bene, non gli impulsi speculativi che spesso gli vengono attribuiti. È dal fare, dal lavoro manuale esercitato con impegno esclusivo (al centro del film di Wenders), che trae origine la complessa, articolata architettura concettuale della sua riflessione estetico-filosofica.

Il punto di partenza è di estrema semplicità. Lo potremmo ricapitolare attraverso queste parole di Richard Feynman, uno tra i maggiori fisici del Novecento, premio Nobel nel 1965: “Cercare di capire in che modo funziona la natura mette a dura prova la capacità della mente. Il cammino è disseminato di trappole sottili meravigliose, assi di equilibrio logiche su cui bisogna procedere con cautela, attenti a non fare previsioni errate”. La natura, cioè, frappone continui ostacoli alla conoscenza, richiede che non ci si attenga alla semplice osservazione, ma si sfidi, piuttosto, le sue leggi soggette a improvvise e incessanti metamorfosi. Era proprio quanto, ai primi passi del logos, aveva intuito già Eraclito in uno dei suoi più noti frammenti che sono stati tramandati: “La natura ama nascondersi”, così lo traduce Giorgio Colli, scegliendolo quale titolo del suo primo libro pubblicato nel 1948. Non la natura inafferrabile, nelle sue leggi misteriose, all’uomo, ma l’universo fenomenico al di là dell’osservazione sensibile: troppo fragile e ingenua per comprendere – come viene riportato da un altro frammento di Eraclito – che “Polemos di tutte le cose è padre, di tutto poi è re”.

Anselm Kiefer, Der Rhein (Il Reno), 1982-2013
collage di xilografie su carta con olio, emulsione, acrilico e gommalacca, montato su tela
cm 330 × 330
Copyright : © Anselm Kiefer
Photo : Georges Poncet

Nessuno ne è convinto quanto Kiefer. Convinto – con Feynman – che “la natura mette a dura prova le capacità della mente” proprio perché interamente soggetta al dominio di Polemos, percorsa senza sosta da una strenua lotta, dal conflitto tra i diversi elementi che la compongono. Non c’è da meravigliarsi, dunque, se in una delle ultime interviste raccolte nel volume Paesaggi celesti Kiefer dimostri di conoscere la fisica dei quanti, citando con pertinenza il principio di indeterminazione teorizzato da Heisenberg. Il volto di Eraclito, invece, compare esplicitamente nella tela Ave Maria, una delle tre dedicate, in questa mostra, ai filosofi antichi. Non è certo una coincidenza che nell’itinerario complessivo di Kiefer le origini del pensiero filosofico convergano con la rivoluzione scientifica avvenuta lungo il Novecento. Ancorata al più profondo anacronismo, per lui, infatti – e la mostra di Palazzo Strozzi lo ribadisce perentoriamente –, il corso della storia procede in avanti per poi ritornare inesorabilmente indietro: in quel tempo delle origini, il “nascimento” al quale si riferisce Colli, dove Polemos appare in tutta la sua prepotente invadenza. E non può essere altrimenti per chi, come Kiefer, in un’altra intervista afferma di non sentirsi un pittore, ma di ragionare “attraverso la pittura”.

Anselm Kiefer, Engelssturz (Caduta dell’angelo), 2022-2023
emulsione, olio, acrilico, gommalacca, foglia d’oro, tessuto, sedimento di elettrolisi e carboncino su tela
cm 750 × 840
Copyright : © Anselm Kiefer
Photo : Georges Poncet

La “sopravvivenza” – direbbe Warburg – del dissidio, della lotta, quale motore del processo storico, di ogni processo storico, viene testimoniata da Kiefer in Caduta dell’angelo: il quadro di gigantesche dimensioni, composto per l’occasione, che nel cortile di Palazzo Strozzi apre la mostra. Qui, come nel successivo Lucifero, Kiefer sembra offrire la chiave interpretativa di tutto l’allestimento, ribaltando l’antagonismo tradizionale tra l’invisibile e il visibile, tra il principio spirituale e l’universo sensibile, in una loro necessaria, imprescindibile, coesistenza. Entrambe le tele sono ispirate ai testi biblici – specialmente all’Apocalisse di Giovanni –, diventati nei secoli repertorio tematico dell’iconografia cristiana, alla quale si ispira Kiefer attraverso contaminazioni con l’angelologia di matrice ebraica a lui particolarmente cara. Nella Caduta dell’angelo la figura dell’arcangelo Michele campeggia, con una spada nella mano destra, su un fondo d’oro che rievoca – nel lessico di Florenskij – le “porte regali” dell’icona e, insieme, il vertice di quella trasmutazione alchemica entrata stabilmente tra i riferimenti privilegiati da Kiefer.  Eppure l’ammasso indistinto di vestiti e di volti disposti, e sovrapposti, nella parte inferiore del quadro mantiene – proprio come avviene nell’altrettanto maestoso Lucifero (2012-2023) collocato nella prima sala della mostra – una tale imponenza figurale che non consente di assimilare la caduta degli angeli ribelli a una loro sconfitta. Tutt’altro. Gli abiti sconnessi, lacerati, quasi irriconoscibili, che giacciono sul fondo dei due quadri, testimoniano il passaggio degli angeli dal mondo celeste a quello umano e, di conseguenza, la persistenza del male nelle sue inesauribili capacità metamorfiche. Ribadite, in Lucifero, dall’ampia ala di piombo di un aereo militare che si protende dall’alto della tela, segno di una minaccia ancor oggi sempre presente. 

Anselm Kiefer, En Sof (L’Infinito), 2016
vetro, acciaio, legno, piombo, zinco, gesso, sedimento di elettrolisi e carboncino
cm 280 × 115 × 76
Copyright : © Anselm Kiefer
Photo : Georges Poncet

La sconfitta dell’arcangelo Michele, del “visibile testimone del mondo invisibile” – lo definirebbe Florenskij –, non potrebbe essere rappresentata con maggiore evidenza. Ci saranno, allora, sempre nuovi angeli che dovranno cadere. È il rischio inaggirabile dal quale, nell’ultimo trentennio, hanno preso le mosse il processo creativo e la riflessione di Kiefer. Consapevole, come pochi altri artisti contemporanei, che qui, nell’incombenza di questo pericolo sempre in agguato, la materia rivela la sua indistruttibilità, il suo vigore indomabile. Invisibile ancor più del mondo celeste ma, a differenza di esso, dotato di una tale tangibilità da diventare, per Kiefer, l’epicentro esclusivo della sua interrogazione.

Interrogazione sulla paradossalità della materia. Su una dannazione che, rinnovandosi di continuo, celebra la propria resistenza, che nessun potere riuscirà mai a spegnere. Prima che la vita inorganica è il mondo organico a esserne intriso: quella natura esplorata da Kiefer fin dai suoi esordi, come puntualmente sottolinea Wenders attraverso testimonianze e montaggi risalenti a periodi diversi. Una natura che, smembrata nei suoi singoli elementi, ha sempre coinciso, per Kiefer, con una geologia tormentata, dove vagano schegge di un’esistenza disgregata. Ne sono un emblema i numerosi girasoli (figura per lui cruciale sulla scorta di Van Gogh, una delle sue stelle polari dagli anni giovanili) riproposti in questa mostra, e dei quali ovviamente si ricorda lo stesso Wenders. 

Anselm Kiefer, Hortus philosophorum (Il giardino dei filosofi), 1997-2011
collage di xilografie su carta con emulsione, acrilico, gommalacca, gesso e carboncino montato su tela
cm 580 × 280
Copyright : © Anselm Kiefer
Photo : Georges Poncet

L’incandescenza, l’incendio cromatico che animano nella pittura di Van Gogh anche i girasoli recisi o appassiti hanno ceduto il posto, nel repertorio figurale di Kiefer, a un’essenzialità scheletrica, che però non ha nulla di funebre. “Quello che al nostro occhio miope sembra immobile è una danza selvaggia”, afferma Feynman ribaltando i principi della fisica classica, dal momento che “ogni forma di vita è in relazione con ogni altra”. L’immobilità dei girasoli presenti, da protagonisti, nei quadri di Palazzo Strozzi è solo apparente. Nella loro agonia si annida un’ipotesi di rigenerazione contenuta nei semi che discendono dagli steli dei fiori: in Sol Invictus (1995) quasi a ridestare il corpo privo di sensi dell’artista, in Danae (2016), Per Antonin Artaud: Eliogabalo (2023) e SOL INVICTUS Eliogabalo (2023) a indicare, invece, una nuova, possibile, fioritura, i cui germogli si possono già scorgere, per esempio, in Hortus Philosophorum (1997-2011), oppure in qualcuna delle sessanta opere (appartenenti agli ultimi quarant’anni) che gremiscono, riprodotte specularmente, l’installazione dei Dipinti irradiati.  

Anselm Kiefer, Daphne (Dafne), 2008-2011
resina, gesso e rami
cm 212 × 152 × 132
Copyright : © Anselm Kiefer
Photo : Atelier Anselm Kiefer

Nell’adesione autobiografica a Van Gogh. Il suicidato della società, Artaud aveva scritto che “i suoi girasoli d’oro e bronzo sono dipinti; sono dipinti come girasoli e nient’altro, ma per capire un girasole in natura, bisogna adesso rifarsi a van Gogh”. Ecco il motivo del riferimento ad Artaud (oltre che a Van Gogh) da parte di Kiefer in queste recenti tele. Artaud, con brutalità selvaggia, ha disinnescato infatti sia dalla natura sia dal corpo umano qualsiasi tèlos, restituendo entrambi alla loro potenza puramente fenomenica, al loro puro apparire, che comprende tanto i girasoli di Van Gogh quanto “la culla di sperma” del giovanissimo imperatore Eliogabalo, altro custode di quella “identità dei contrari” considerata da Artaud – nel libro a lui dedicato – l’indispensabile alimento di un’energia vitale trascinante. Fuori dall’identità dei contrari anche per Kiefer non esiste alcuna modalità conoscitiva, della Natura naturans come della Natura naturata. In un’altra intervista, raccolta sempre in Paesaggi celesti, non dimostra alcuna difficoltà ad ammetterlo: “Gli angeli assumono molte forme. Satana era un angelo. Non siamo in grado di immaginare Dio in uno stato puro. Abbiamo bisogno di simboli che siano meno puri, che comprendano elementi umani”. Per questo il suo percorso artistico non potrà mai fare a meno di imbattersi negli Angeli caduti, nella molteplicità di figure sospese tra il cielo e la terra. Così, non a caso, Wenders ritrae Kiefer nella sequenza forse più pregnante del film: mentre da acrobata cammina lungo un filo disteso nel cielo, con le rovine di una città sullo sfondo. Tra le mani tiene un girasole. Questi versi di Celan, del suo Celan (tratti da Svolta del respiro e da lui stesso riportati in L’arte sopravvivrà alle sue rovine, il volume che raccoglie le lezioni tenute tra il 2010 e il 2011 al Collège de France), potrebbero costituire la colonna sonora della passeggiata aerea di Kiefer:

FILAMENTI DI SOLE,

Sopra lo squallore grigionero.
Un pensiero ad altezza
d’albero s’appropria il tono
che è della luce: ancora
vi sono melodie da cantare
al di là degli uomini.

Anselm Kiefer. Angeli caduti
a cura di Arturo Galansino
Firenze, Palazzo Strozzi
fino al 21 luglio 2024

catalogo Marsilio Arte, 2024
192 pp. ill. col., € 40

Wim Wenders
Anselm
Germania, 2023, 93 minuti


Opere citate

Antonin Artaud, Eliogabalo, o l’anarchico incoronato (1934), a cura di Albino Galvano, Adelphi, Milano 1967

Antonin Artaud, Van Gogh. Il suicidato della società (1947), a cura di Paule Thévenin, Adelphi, Milano 1988

Paul Celan, Poesie, a cura e con un saggio introduttivo di Giuseppe Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998

Giorgio Colli, La natura ama nascondersi (1948), a cura di Enrico Colli, Adelphi, Milano 1988

Giorgio Colli, La sapienza greca III. Eraclito, Adelphi, Milano 1980

Richard P. Feynman, Il senso delle cose (1998), Adelphi, Milano 1999

Pavel Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona (1969), a cura di Elémire Zolla, Adelphi, Milano 1977

Anselm Kiefer, Paesaggi celesti. Interviste, da un’idea di Germano Celant, a cura di Studio Celant, il Saggiatore, Milano 2022

Anselm Kiefer, L’arte sopravvivrà alle sue rovine (2011), prefazione di Gabriele Guercio, Feltrinelli, Milano 2018

Arturo Mazzarella

insegna Letterature comparate nell’Università Roma Tre. Tra i suoi libri più recenti “Politiche dell’irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib” (Bollati Boringhieri 2011), “Il male necessario. Etica ed estetica sulla scena contemporanea” (ivi 2014), “Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo” (ivi 2017); “La Shoah oggi. Nel conflitto delle immagini” (Bompiani 2022).

English
Go toTop