Sprofondati nello sguardo

Fra le questioni agitate dall’Estetica hegeliana quella relativa alla necessità della manifestazione ha un’importanza tanto più decisiva quanto più la s’intende come relativa non già a una possibile rivelazione senza perdita né resto di ciò che è da pensare, ma – lo ha osservato Philippe Lacoue-Labarthe – a un’apparizione che non si presenta in sé stessa ma si differenzia, s’aliena, s’esteriorizza, s’estasia, si dona e, donandosi, si perde. Nell’intervallo fra ciò che si dà a vedere e l’«irrappresentabile» si compirebbe l’economia d’una Darstellung, d’una «raffigurazione» governata da una dialettica per la quale «la superficie e la parvenza [Schein] del sensibile», l’esporsi dell’unità del tutto, s’accompagna a una perturbazione imposta dal fait divers. Il quale, elemento falotico e anomico contenente in sé tutto il suo sapere, vive sopra un rapporto di causalità aberrante, perturbata, stupefatta: su una «fatalità intelligente – ma inintelligibile». 

La stessa fatalità connoterebbe la Fotografia. Non perché, come ritenuto da Barthes, la trascinerebbe nel disordine degli oggetti, ma perché ne permetterebbe l’iscrizione fra gli «artefatti anacronici». Fra quegli artefatti che – come magistralmente illustrato, sulla scorta degli studi di Jacques Rancière, da Alexander Nagel e Christopher S. Wood in Anachronic Renaissance (ora tradotto da Quodlibet) – favoriscono particolari modalità di connessione di parole, eventi, sequenze significanti fuoriusciti dal loro tempo e dotati simultaneamente della capacità di definire degli scambi temporali inediti e di garantire il salto da una linea temporale all’altra. 

È di questa capacità propria della fotografia di afferrare un passato, di creare un passato e forse anche un futuro, che parrebbe avvalersi Katja Petrowskaja nell’antologia di articoli, scritti fra il 2015 e il 2021, pubblicata in Germania nel 2022 col titolo Das Foto schaute mich an e ora, nella perfetta versione di Ada Vigliani, edita da Adelphi. In copertina è posto (come nell’edizione tedesca, che pure si limita al taglio degli occhi) un fotogramma tratto dal documentario In the Mirror of Maya Deren, di Martina Kudláček. Vi è ritratta «una donna alla finestra. Nella sua stanza. Sprofondata in sé stessa». Vengono alla mente alcuni componimenti – cui la Petrowskaja ha dedicato la propria tesi di laurea – di Vladislav Chodasevič, misconosciuto autore russo (ma in Italia noto almeno per Necropoli, apparso per Adelphi nel 1985), che sovente evoca fin dal titolo delle sue poesie un’immagine simile. In Chodasevič la finestra si porrebbe – ha osservato Caterina Graziadei, introducendone l’antologia Non è tempo di essere (Bompiani 2019) – come il centro d’un universo bizzarro, «lente e focus d’un occhio testimone» che volentieri indugia sui dettagli. Come se soltanto da essi potesse promanare l’indizio di altre dimensioni. 

A questo modo di guardare la Petrowskaja si rifà con compunta attenzione, squadernando l’aspetto visivo specialmente in quei particolari in cui «da osservare non c’è molto»: là dove più impotente, flebile, se non agonizzante è il punctum: ciò che punge la vista mentre osserviamo un’immagine. Ad attrarre verso uno scatto fotografico – che sia quello d’un relitto bellico, di due ragazzi in un porto sul Caspio, della copertina di un vinile di Schubert, o ancora d’una nuvola che campeggia sulle fronde degli alberi del parco berlinese di Friedrichshain – è la possibilità di vedere per un istante, più che un flash, un’esperienza strappata all’ordine dello spazio e del tempo, la cui forza risiede – nelle parole di Sándor Csoóri, ricordate da Petrowskaja – «non già nell’essere vera, ma nell’essere concepibile». 

È questo a distinguere la Petrowskaja da un apparentamento (suggerito soprattutto dall’utilizzo della fotografia, nel romanzo del 2014 Forse Esther, come medium per recuperare la memoria di permiste genealogie familiari) con la «fotoletteratura» (giusta la definizione di Jean-Pierre Montier) di W.G. Sebald, John Berger, Patrick Modiano, Annie Ernaux, ma anche coi pezzi consegnati da Teju Cole alla rubrica On Photography del «New York Times» (di cui alcuni excerpta si leggono in L’estraneo e il noto, Contrasto 2018). Le descrizioni che si trovano nella Foto mi guardava,distillate in un tedesco affilato intriso di «verità ed illusione», sono infatti a volte vere a volte soltanto accadute: come a rivendicare, a cospetto d’un irremeabile passato colto nel reperto fotografico «così come propriamente è stato», le prerogative dell’affabulazione. Le cose mostrate vengono estraniate dalla Storia e dai suoi automatismi, e rese sorprendenti: in conformità all’idea, cara al formalismo russo, che lo scopo dell’arte sia di trasmettere l’impressione dell’oggetto come «visione» in divenire, e non come «riconoscimento» del suo essere «già compiuto».

Se per tradizione – lo ha analiticamente messo in luce Luigi Marfè – i fototesti si qualificano come uno «spazio intermediale in cui ciascuna immagine rappresenta un enigma che le parole cercano di decifrare», nella Petrowskaja quanto si realizza è un’autentica ecfrasi: dal momento ch’essi traducono intersemioticamente un’immagine in forma verbale, per quindi tentare di lasciar proliferare, all’interno di quest’ultima, diverse possibilità di scarto semantico. Ogni foto, celando un avvenire situato al di fuori del nostro campo visivo, le consente di sperdersi in direzioni diverse da quelle indicate dalla Referenza, quale ordine fondatore della Fotografia. In tal modo la fotografia si trasfigura in Testo, un intarsio di lessie riunite in una galassia di significati, di cui è difficile stabilire l’inizio e la fine. «Sull’immagine si moltiplicano le scritte»: esse la trasformano, la ottundono, la sfigurano e quindi la fanno scomparire. O meglio, la consegnano a un ambito di realtà ontologicamente distinto dall’intero dell’esperienza, perché vi urge un altrove più lontano dell’orizzonte e come perduto al mondo. Un altrove forse felice, dove dimenticare i drammi dell’esistenza, e rimodellare la realtà alla luce dell’immaginazione. «Anche se soltanto per poco».

Katja Petrowskaja
La foto mi guardava
traduzione di Ada Vigliani
Adelphi, 2024
259 pp. ill. col., € 24

Luigi Azzariti-Fumaroli

(Milano 1981) insegna filosofia della comunicazione e del linguaggio presso l’Università Pegaso di Napoli; ha svolto e svolge attività didattica e seminariale presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale e l’Università di Pavia. Studioso di filosofia moderna e contemporanea, è autore di numerosi saggi e studi monografici fra i quali: “L’oblio del linguaggio” (Guerini 2007); “Alla ricerca della fenomenologia perduta. Husserl e Proust a confronto” (Mimesis 2009); “Brice Parain-Impromptu” (ESI 2010); “Giuseppe e i suoi fratelli: dalla filosofia narrante alla rivelazione” (Editoriale Scientifica 2012); “Passaggio al vuoto. Saggio su Walter Benjamin” (Quodlibet 2015) “Monoteismo plurale. Teologia ed ecclesiologia in Schelling” (Il Pozzo di Giacobbe 2019). Ha curato l’edizione italiana di opere di Derrida, Baumgardt, Hegel, Maimon. Di prossima pubblicazione, presso Quodlibet, è “Filosofia dell’ombra. Tre saggi”. Giornalista pubblicista, collabora con diversi periodici.

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