Ristretti # 2

Luca Bertolo è un pittore e un docente dell’Accademia di Belle Arti di Bologna. Attraverso un’amica comune sono venuta a sapere che avrebbe voluto realizzare un laboratorio in carcere. Lo scorso anno era toccato a Flavio Favelli, e le cose erano andate più o meno nello stesso modo: ovvero, prima ancora che sia io a invitare qualcuno, qualcuno si propone a me. Ecco quindi una seconda opportunità. Così lo incontro, per comprendere anche e soprattutto – al di là della bontà delle intenzioni – il grado di consapevolezza del luogo in cui andrà a operare. Nel mentre mi chiedo perché mai un pittore dovrebbe dipingere in un carcere e magari disegnare insieme ai detenuti. Pensavo infatti, ma già Flavio mi aveva smentito, che la ricerca degli artisti di natura formalmente partecipativa e relazionale fosse più adatta alla destinazione d’uso. Per una seconda volta, appunto, mi sono dovuta ricredere. All’inizio, infatti, non capivo da dove provenisse l’interesse di Luca. Poi parlando con calma, come già accaduto con altre persone che scelgono di varcare quella soglia, senza condanne addosso e nelle vesti più svariate (professori, volontari, educatori), dietro questo desiderio si sono rivelati motivi legati al vissuto personale, alle storie di famiglia, alle scelte politiche e, non da ultimo, al significato che ancora oggi taluni ricercano nei gesti, nelle azioni, nelle parole che compiono ogni giorno.

Così Luca mi parla delle mura del carcere di Massa che vede quando si reca in stazione per venire a Bologna a insegnare, mura alte, invalicabili. Chissà cosa ci sarà dietro? Mi parla del suo interesse verso questo progetto, di come potrebbe realizzarlo sulla scia di esperienze pregresse fatte però al di fuori dell’istituzione totale, nonché implicitamente del suo lavoro di pittore: in maniera discreta, quasi timida, sicuramente per nulla enfatica. E mi colpisce un dettaglio. Mi racconta che quando un principiante prende una matita in mano nella maggior parte dei casi, dopo un istante di perplessità, reagisce con il classico rifiuto: «no, no, non sono capace!». Ma, se si riesce a superare questo primo scoglio, può accadere qualcosa di magico: «la capacità di disegnare bene, e non solo da un punto di vista mimetico, dipende dalla nostra capacità di guardare il mondo e di entrare in relazione con esso; quanto più tra noi e la cosa guardata si stabilisce un legame, tanto più la mano sarà capace di tracciare delle linee sul foglio in maniera autonoma, soddisfacente, precisa. È una questione di empatia».

Sono passati diversi mesi da questa chiacchiera, Luca Bertolo ha realizzato due laboratori nel dicembre 2023 con gli studenti detenuti della media sicurezza nella sezione maschile che frequentano la scuola in carcere della Casa Circondariale Rocco d’Amato di Bologna (meglio conosciuta come la Dozza).

Luca Bertolo, Il caso Charms #2, 2009

SERENA CARBONE: Quale impatto hai avuto con l’architettura del carcere? Flavio Favelli che ti ha preceduto ne è rimasto molto colpito per i suoi colori, i suoi soffitti bassi, i suoi corridoi angusti. Tu quale sensazione hai provato varcando la soglia d’ingresso?

LUCA BERTOLO: Il primo giorno mi ero dato un appuntamento con un collega insegnante davanti al casotto della guardiania. Si suona, ti guardano dalla finestra, e poi ti fanno entrare. Nome, cognome, qualifica; cellulare nell’armadietto. Si attende davanti alla porta che dà sul primo cortile, verrà aperta con calma. Per arrivare all’aula dove si svolgono le lezioni attraverso almeno altri sei cancelli e porte. Al carcere non si accede varcando una soglia ma una pluralità di soglie, il che non è affatto scontato per chi non ne abbia fatto esperienza. Dopo un po’ che camminavo ho cominciato a considerare l’attraversamento di stanze, cortili e corridoi come una sorta di accompagnamento ritmico. In carcere tutto è soglia.

S.C. Avevi delle aspettative?

L.B. Avevo grosse aspettative; prima tra tutte proprio l’entrata in un carcere, varcare quella soglia. Per la maggior parte di noi il carcere è una zona d’ombra, un pensiero rimosso oltre. L’idea di essere privato delle mie libertà mi ha sempre terrorizzato. L’istituzione totale, «gli invisibili» di Nanni Balestrini. Volevo affrontare questa paura. Non volevo fare qualcosa per i detenuti, ma con loro. I detenuti mi offrivano l’occasione per affrontare una mia paura; io cosa potevo offrire in cambio? Disegnare. Ecco un aggancio concreto, ho subito pensato. Non si tratta di fare o parlare d’arte, ma di disegnare, che viene comunque prima. Il disegno è un veicolo straordinario per vedere meglio le cose, oltre che per progettare utopie. Da bambini si disegna tutti; poi si diventa bancari, spacciatori, avvocati, operai, disoccupati, artisti. In genere, purtroppo, solo questi ultimi continuano a disegnare.

S.C. L’arte per lo meno quella di sistema, coincidente del resto con ciò che i più identificano con la parola «arte» è abbastanza lontana dalla realtà di un carcere; quale reazione hanno avuto i detenuti alla tua richiesta di disegnare?

L.B. Eravamo lì in quell’aula, io e una decina di uomini tra i venticinque e i sessant’anni. Un altro docente mi aveva brevemente presentato dicendo che quella mattina avremmo fatto un laboratorio d’arte. Ho chiesto: cosa significa per voi la parola «arte»? C’è stato qualche istante di silenzio durante il quale ho opposto artificiosa nonchalance al severo scrutinio dei loro sguardi. Poi, con tono di sfida mi ha risposto Alexandru (i nomi che userò sono tutti di fantasia), un ragazzone rumeno seduto in prima fila. «Impara l’arte e mettila da parte» mi fa. «Ok – ho risposto – partiamo da qui». Ho fatto rapido accenno a quel mondo – il mondo dell’arte – che per lo più appare lontano, una roba per ricchi, senza alcun legame con la vita delle persone normali. Poi ho chiesto a tutti di prendere matite e fogli, e di farsi uno il ritratto dell’altro, a coppie. Come sempre accade in questi casi, qualcuno ha cercato di sottrarsi dicendo di non saper disegnare e così via. «Tutti sanno disegnare – ho detto – come tutti sanno camminare. Semmai ognuno lo fa alla sua maniera». E si sono disposti a coppie, e hanno cominciato a farsi il ritratto. Essendo in numero dispari, Adil era rimasto senza compagno e allora mi sono seduto davanti a lui e ci siamo fatti il ritratto. Successivamente abbiamo guardato tutti assieme i disegni, tra cui parecchi notevoli, discutendo se e quanto la qualità del disegno dipendesse dalla rassomiglianza col soggetto ecc. ecc. A dispetto dei complimenti che mi facevano, il disegno che avevo fatto io era tra i più banali. Dopo una pausa sigaretta, il mio ritratto realizzato da Adil era scomparso. Mi piaceva molto, e di fronte alle mie insistenze Adil confessa di averlo distrutto: non gli piaceva. Insisto, voglio averlo anche se appallottolato. Adil scuote la testa, ma io non mollo. Alla fine estrae da sotto il banco decine di pezzettini di carta. La faccenda ha ormai attirato l’interesse di tutti. «Ma come – dico ad Adil – io ti regalo il mio disegno e tu in cambio non mi vuoi regalare nulla?». Poi propongo di proseguire con un altro esercizio. Dopo un po’ mi accorgo che Adil sta disegnando per i fatti suoi. Prima di andare via mi mette in mano una seconda versione del mio ritratto, realizzato a memoria.

Ritratto di Luca Bertolo disegnato da Hamid, carcere Dozza, 2023

S.C. Prima di passare alla seconda giornata del laboratorio, vorrei chiederti se credi nel fattore “socializzante” dell’arte. Immagino che la maggior parte del tempo lavori allo studio e il tuo lavoro si finalizza su una superficie-supporto concreta, tangibile, misurabile. Cosa pensi dell’arte che si fa più aerea, impalpabile, gesto e parola insieme? È ancora Arte? (non mi riferisco tanto al concettuale di matrice dada, quanto all’aspetto comunicativo, alla possibilità di creare relazioni ancora attraverso un linguaggio che come dici e dicono è ritenuto dei ricchi).

L.B. Non credo che l’arte di oggi sia una roba da ricchi più di quanto lo sia stata ai tempi di Hayez o di Tiziano. Quanto all’aspetto “comunicativo” dell’arte credo che per evitare malintesi, frequentissimi in questi casi, valga la pena soffermarsi un attimo sul termine comunicazione.  La formulazione più chiara che conosco (non a caso di ambiente matematico) la definisce come il passaggio di informazioni – più o meno disturbato – tra un emittente, che le codifica nel messaggio, e un ricevente, che decodifica il messaggio utilizzando le stesse regole dell’emittente. Per controllare l’integrità delle informazioni contenute nel messaggio lo si ripete identico (“ridondanza”). Niente di tutto questo avviene in arte, sebbene nella parlata comune possano avere senso frasi come «questo quadro mi comunica serenità». Quanto all’immaterialità dell’arte, non vedo alcuna differenza di potenza, di importanza tra una buona poesia e un buon quadro, tra una performance e una scultura.

Infine – ma sono tutte domandone, le tue, che richiederebbero ben altre risposte! – ho una posizione abbastanza scettica riguardo al “fattore socializzante” dell’arte. Sarei ipocrita a pensarla diversamente dato che nella galleria dei miei eroi si trovano per lo più dei nevrotici, psicotici, individui con tendenze asociali quando non suicide. Come diceva Henry Miller, a differenza delle formiche, gli artisti non hanno mai amato le colonie. Ma lascio da parte gli artisti come individui: quanto valuto il potenziale socializzante del/le loro operare/opere? Poco. Un impegno comune – per preparare la cena di capodanno, per spalare il fango dopo un’alluvione o per fondare un nuovo partito politico – mi sembra un fattore socializzante. L’arte, a mio parere, agisce su un altro piano, e solo tirandola per i capelli le si accolla una funzione para-sociale, para-politica. C’è un’eccezione curiosa: tutti gli appassionati di Thomas Bernhard o di Miles Davis o di Edvard Munch si sentono in qualche modo uniti tra loro…

S.C. Quando insegnavo in carcere ora purtroppo non lo faccio più mi colpiva la diversa percezione del tempo al suo interno. Con le porte che si chiudevano, lasciavo dietro di me anche il cellulare, le chiamate sempre urgenti e quasi sempre inutili, un mondo che vuole avvisarti continuamente di qualcosa, violentando il tuo tempo. Procedevo così nel silenzio, nei severi corridoi, e guardando fuori dalle grate mi colpiva il rosso di una rosa appena sbocciata. Witold Gombrowicz in un suo testo su Dante scrive che «l’etterno», ovvero l’essenza dell’inferno, è la ripetizione senza tempo. Forse in questa forma di a-temporalità ristretta e forzosa oggi in maniera quanto mai assurda e contraddittoria, si può sperimentare un’altra forma di relazione che ci mette in dialogo con il passato, con artisti, scrittori, opere che sono state e non sono più in quel tempo al di fuori che scorre veloce.

Scusa la digressione, ma la questione “socializzante” dell’arte mi pone sempre molti interrogativi e, nonostante cerchi di praticarla, le questioni che solleva sono molte, soprattutto da un punto di vista etico, a maggior ragione quando si parla di contesti come il carcere. E vengo al motivo che credo valido di questi laboratori: spezzare l’«etterno». L’arte può riuscirci benissimo avvalendosi del suo doppio legame con il tempo. Da una parte la rottura della ripetizione, dall’altra l’apertura di varchi verso altre dimensioni: in cui il perduto, il vissuto e l’immagine del futuro si colgono nel medesimo istante. E credo questo possa valere per i detenuti come per le persone libere che scelgono di varcare quella soglia. Tornando a noi, nonostante la forma delle parole traduca ma tradisca spesso il reale come il sentimento, mi sembra che i laboratori siano stati un momento in cui l’arte sia stato strumento per “comunicare”…

L.B. Abbiamo disegnato assieme, questo è vero. E credo di non essere stato l’unico ad aver trascorso piacevolmente quelle ore. Inoltre abbiamo parlato molto: si comincia dalle narici del naso, difficili da rendere a matita, e si finisce con le differenze tra un carcere e l’altro. Forse, dico forse, qualcuno dei presenti ha trovato nelle stranezze che dicevo uno spunto per qualche pensiero nuovo. Io, nelle loro stranezze, ne ho trovati molti. Se questo processo, intenso e sensato, vada chiamato «comunicazione» non è poi così importante.

S.C. E la seconda volta che li hai incontrati come è andata?

L.B. Io ero un po’ meno spaventato dal contesto (routine carceraria, spazi opprimenti ecc.) e più preoccupato di non rifare alcuni errori che mi sembrava di aver commesso la volta precedente. Sebbene mi fossi raccomandato di essere il più pratico possibile, avevo teorizzato un po’ troppo; e il mio uditorio, per quanto educatamente, me l’aveva fatto capire. Non che tra i partecipanti mancassero delle belle teste, tutt’altro. Era il tipo di teoria che era sbagliato. Ci vuole tempo per queste cose, forse dopo una decina d’incontri…

S.C. Sono passati diversi mesi dalla fine dei laboratori, quale immagine porti dentro di quella esperienza?

L.B. L’immagine di me in piedi, appoggiato al tavolo, davanti a una decina di uomini seduti. Sono il più anziano e mi sento un bambino.

S.C. Grazie.

Luca Bertolo

(Milano, 1968) ha studiato informatica all’Università Statale di Milano e poi pittura all’Accademia di Brera, dove si è diplomato nel 1998. Ha partecipato a mostre in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero. Suoi articoli sono apparsi su varie riviste e blog, tra cui “Flash Art”, "Il Giornale dell’arte”, “Exibart”, “Artribune”, “Warburghiana”, “Doppiozero”, “Le parole e le cose”, "ATP Diary.” Nel 2018 pubblica “I baffi del bambino. Scritti sull’arte e sugli artisti”, Quodlibet. Dal 2015 insegna pittura all’Accademia di Belle Arti di Bologna.

Serena Carbone

(1981) si occupa di storia e critica d’arte contemporanea, con particolare riguardo alla relazione che intercorre tra arte, storia e società. PhD in Studi Culturali Europei, è autrice del libro “Marcel Broodthaers. Poetiche dell’ombra” (Mimesis 2018). Ha curato la mostra “No, Oreste, No. Diari da un archivio impossibile” al MAMbo con la relativa pubblicazione (2019) e insegna presso la Fondazione Accademia Internazionale di Imola. Ha scritto saggi e articoli su diverse riviste di settore, collabora con il quotidiano “il manifesto”.

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