Nel mondo

24/05/2024

”La filosofia”, scrive Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche, “si limita a metterci tutto davanti, e non spiega e non deduce nulla. – Poiché tutto è lì in mostra, non c’è neanche nulla da spiegare. Ciò che è nascosto non ci interessa”. È tutto lì in mostra, per questo non c’è niente da spiegare, basta aprire bene gli occhi, e la meraviglia del mondo si mostra. In questo senso la filosofia non trasporta fuori del mondo e tantomeno oltre il mondo, al contrario, la filosofia è un modo diverso di abitare il mondo. Propriamente, è un modo diverso di vedere il mondo; si tratta, come dice nella Conferenza sull’etica, di vederlo come un “miracolo”. Vederlo cioè non come qualcosa a nostra disposizione, e tantomeno come un problema che richieda di essere compreso e spiegato. Al contrario, solo quando rinunciamo a cercare la spiegazione del mondo, solo allora il mondo apparirà nel suo splendore, uno splendore che non possiamo che umilmente accettare. In questo senso la filosofia non è tanto una impresa conoscitiva, quanto una forma di vita, una conversione al mondo. Impegnarsi nella filosofia significa allora uscire da sé.  

È la scoperta che sta facendo la figura solitaria che cammina lungo un sentiero, attraverso un paesaggio terroso e ondulato, sullo sfondo di una lontana montagna innevata. Quella sagoma umana è nel mondo, coincide con il mondo, è il mondo stesso che si cammina. Per questo non è impaurita, perché si sente a casa nel mondo, perché coincide con il mondo. È l‘immagine della copertina del libro di Pedro Alcalde e Merlín Alcalde, Metafora. La storia della filosofia in 24 immagini (L’Ippocampo, 2024). Un libro che è tanto da leggere quanto soprattutto da esplorare con gli occhi, un libro che cerca di mostrare, attraverso i dipinti del pittore catalano Guim Tió, ventiquattro concetti – o per meglio dire immagini, o forse ancora intuizioni originarie – della storia della filosofia (e non solo di filosofi, in realtà), da fiume (Eraclito) per finire, circolarmente, con liquido (Bauman). Perché alla fine si torna sempre lì, in quel mondo che la filosofia si ostina a metterci davanti agli occhi. Un mondo che proprio non riusciamo a vedere, mentre siamo indaffarati nel tentativo di spiegarlo e di adattarlo ai nostri bisogni. Mentre cioè facciamo di tutto per non vederlo come un miracolo.

Si tratta di un libro ambizioso, e non tanto per la particolare scelta dei concetti da mostrare (che sarebbe comunque stata arbitraria), quanto perché, come dicono gli autori nella Premessa, cerca di rendere con una immagine – alcune più esplicite (come deserto di Arendt, o il già citato liquido di Bauman – o altre meno, ad esempio aura (Benjamin) o rizoma (Deleuze) – le intuizioni in qualche  modo visive che sono alla base delle “metafore filosofiche” che “hanno una luce diversa e rivelatrice che illumina il mondo intorno a noi, il mondo-ambiente con le sue forme e i suoi colori, la sua vita, il suo sangue e il suo odore”. In effetti le immagini di Tió hanno tutte colori brillanti. Perché il mondo, come appunto scrive Wittgenstein, è sempre luminoso, cioè aperto allo sguardo, anche quando è buio, come nella caverna di Platone nella Repubblica.

O come succede nella immagine qui sotto, che cerca di commentare visivamente il celebre passo della Critica della ragion pura: “la leggera colomba, al sentire la resistenza dell’aria mentre vola liberamente, potrebbe pensare di volare molto meglio in uno spazio vuoto d’aria”. Se non ci fosse aria la colomba, cioè l’aspirazione metafisica a spingersi oltre il mondo sensibile, non potrebbe più volare. Non ci si può liberare del corpo, e della pesantezza del mondo, e così il cielo non è meno terreno della superficie sabbiosa su cui si muove la figura solitaria che sembra osservare la vastità celeste, azzurra e blu del cielo. Osservando queste immagini, in effetti, a colpire maggiormente è la sproporzione fra il soggetto umano e lo scenario con cui si confronta. Fra i ventiquattro concetti del libro manca, in effetti, l’idea del sublime, che invece è lo stato d’animo più spesso rappresentato dai dipinti di Guim Tió. C’è quasi sempre un solo essere umano, in queste immagini, una volta ce ne sono due che si fronteggiano in lupo (Hobbes) e al massimo sette in gioco (Wittgenstein), degli sciatori che tracciano delle traiettorie incrociate su un pendio innevato (non c’è quasi mai un collegamento evidente fra il concetto filosofico e l’immagine che la riprende, è uno dei meriti del libro). In realtà c’è poi anche un cavallo, in viaggio (Montaigne), ma in tutte le altre immagini c’è una sola figura umana.

Ad un primo sguardo potrebbe sembrare la riproposizione della tradizionale opposizione metafisica fra soggetto e oggetto; in realtà Guim Tió vuole mostrare il genuino movimento filosofico, che consiste invece nell’uscire verso il mondo, uscire dalla gabbia dell’io, e del linguaggio che non fa che allontanarlo dal mondo (dire “io”, in fondo, non serve ad altro che a staccarsi dal e a contrapporsi al mondo), per intraprendere il percorso inverso, verso il divenire mondo. Viene allora da chiedersi perché per Guim Tió, e probabilmente anche per Pedro e Merlín Alcalde (il primo è un compositore appassionato di filosofia, il secondo un giovane filosofo), in fondo la filosofia sia una faccenda solitaria. Forse è ancora Wittgenstein che può aiutarci a capirlo. Nel Tractatus scrive, quasi alla fine del libro: “Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta”. E poi, subito dopo: “La risoluzione del problema della vita si scorge allo sparire di esso”. Uno stato d’animo del genere è assolutamente individuale, dal momento che richiede un completo cambio di sguardo sul mondo. La posta in gioco, come abbiamo vistto, non è una migliore comprensione del mondo, come quella che può darci una spiegazione scientifica; si tratta, al contrario, di stare al mondo senza vederlo più come un problema da risolvere. Solo allora, per Wittgenstein, potremo vedere realmente il mondo, una visione che propriamente significa essere diventati il mondo che guarda sé stesso attraverso i ‘nostri’ occhi. È la posizione isolata del soggetto, e il suo dissolvimento nel mondo, la posta in gioco di Metafora.

Si prenda il caso dell’immagine che commenta liquido, il concetto – ormai fin troppo celebre, come osservano gli stessi autori del libro – per cui è diventato famoso il sociologo polacco Zygmunt Bauman: un uomo si tuffa in mare, anche se il mare in cui si sta tuffando è così denso da sembrare un prato. Ché anche il mare, alla fine, è pieno così com’è pieno il mondo. Ma l’immagine di Guim Tió è enigmatica, perché non si capisce da dove possa essersi tuffato il tuffatore. In effetti non c’è trampolino, o roccia, da cui possa aver preso lo slancio per tuffarsi. E allora, da dove viene il tuffatore? Il tuffatore è il soggetto che si illude di essere separato dal mondo, di esistere indipendentemente dal mondo. Ma non è possibile essere separati dal mondo. Il soggetto come entità separata semplicemente non esiste. Per questo il tuffatore non proviene da nessuna parte, perché non esiste nessuna parte separata dal mondo. Il tuffatore non si è mai allontanato dal mare del mondo, ne ha sempre fatto parte, è sempre stato nient’altro che mare che torna al mare. Non c’è nessuna separazione. Se la domanda sulla funzione della filosofia fosse una domanda sensata, non avrebbe che questa risposta, aprire lo sguardo al miracolo del mondo. Ma non è una domanda sensata, perché già porla rende triste e inutile la filosofia. Non resta che uscire fuori per il mondo, come fanno le figure silenziose di Guim Tió, e allora la filosofia prende corpo direttamente nel mondo. 

Pedro Alcade, Merlín Alcade, Guim Tió
Metafora
L’ippocampo, 2024
64 pp., 15 €

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