Il peso del ferro

17/05/2024

Nei tre giorni della settimana dell’inaugurazione della Biennale di Venezia nove persone, fra curatori, critici, artisti e operatori del mondo dell’arte, mi hanno mandato la foto dell’opera A Espiral do Medo del 2022, una scultura in ferro dell’artista Kiluanji Kia Henda, artista angolano, con lo stesso messaggio: sembra una tua opera. Il pannello diretto a chiarire scrive: “Kiluanji Kia Henda nasce a Luanda nel 1979, quattro anni dopo l’indipendenza dell’Angola dal Portogallo e l’inizio della guerra civile. Kia Henda presenta tre opere che, benché realizzate nell’arco di sette anni, sono tra loro strettamente collegate. The Geometric Ballad of Fear (2015) comprende nove fotografie che documentano le ringhiere metalliche protettive dipinte di bianco che si trovano negli edifici e nelle case dell’Angola e che sono un a preminente caratteristica nelle grandi città del Sud globale, contraddistinte da notevoli disparità tra le popolazioni…. A Espiral do Medo (2022) utilizza le ringhiere metalliche prese dagli edifici e dalle case di Luanda che nel 2015 hanno attirato l’interesse dell’artista. Seppure costituita da ringhiere metalliche che un tempo offrivano una solida protezione a chi si trovava all’interno, la scultura di grandi dimensioni appare ora permeabile e alquanto stabile – come una sorta di rovina – e funge da mero emblema della paura”. 

Kiluanji Kia Henda, A Espiral do Medo, 2022

Utilizzo le ringhiere e cancelli di ferro da tanti anni; la prima opera, costituita da questi materiali, fu esposta alla GAM di Bologna, nel 2005, poi ho presentato vari progetti, anche pubblici, come a Torino nel 2011 in Corso Casale e due opere permanenti, una a Cagli (PU) nel 2011, in piazzale Unità e una a Santa Sofia (FC) nel 2018, al Parco di Sculture. Nel 2019 ho esibito Traliccio Tunisi alla mia personale Il Bello Inverso a Ca’ Rezzonico a Venezia e nel 2023 a Palazzo Collicola a Spoleto, Ferro di Confine, una grande scultura sempre composta da inferriate di finestre, ringhiere e balaustre varie, formalmente e concettualmente del tutto simile a A Espiral do Medo.

Flavio Favelli, Ferro di Confine, 2023 – foto Stefano Bonilli-Emaki

Stesso materiale, stesse patine e usure, stessi decori (quelle italiane sono leggermente più varie e più raffinate, i fabbri portoghesi in Angola forse avevano la mano un po’ troppo pesante) e stesso aspetto. È chiaro che la grande differenza fra la mia opera e quella dell’artista angolano risiede in due relazioni: la provenienza di quei pezzi di ferro e la provenienza dell’artista, che sembrerebbe sia più autorizzato ad esporre un materiale ambiguo e conflittuale come la ringhiera domestica di ferro. Essere un autore del Sud del mondo, nativo africano di una ex colonia, con materiali ex coloniali, fa la differenza, perché l’artista angolano è portatore, per sua natura, di un quid che un artista bianco occidentale di un ex paese invasore non può avere. Questo quid sarebbe, si presume, legato all’identità della persona che garantisce una sorta di maggiore autenticità, meglio veridicità, dell’opera d’arte, perché di questi tempi, l’arte, nonostante la sua natura diversa, deve diventare sempre più reale. L’artista angolano è più straniero di me. Così si presume che l’artista bianco occidentale, oltre a non essere autorizzato, non possa dare un significato differente se non quello dell’oppressore e così la sua ringhiera rimarrà, visto la sua natura opprimente, decisiva nel costituire la sua opera, per decreto, colonialista. 

Le mie opere con le ringhiere sono colonialiste. 

E questo per il motivo della mia origine, visto che sono nato a Firenze e vissuto a Bologna – ma alla fine da estraneo a questi due buchi di città e dal 2000 vivo sull’Appennino – all’interno di una famiglia borghese (che si è sfasciata consumandosi fra tribunali, patrie galere, ospedali psichiatrici e case di cura, testimoniando un perfetto modello di fallimento alla maniera occidentale esaltando ogni contraddizione e ipocrisia).

Ma non è ugualmente struggente e devastante il fatto che un manufatto di ferro battuto con un raffinato disegno proveniente da una pratica di decoro secolare, sia usato tanto per abbellire quanto per separare e dividere e ribadire la proprietà private e i limiti – ingentiliti, ma invalicabili –, anche se siamo nell’Occidente che non è solo trionfante (solo trionfante lo è solo nel pensiero di circa sei miliardi e mezzo di persone, cioè gli abitanti dell’America Meridionale, quelli dell’Asia e dell’Africa, più molti occidentali che una volta si chiamavano terzomondisti e ora invece sono gli intellettuali politicamente corretti)? 

E non è ugualmente struggente e devastante che queste ringhiere, raccolte da chi le vorrebbe rivendere a estrosi architetti per ristrutturare casali e villini toscani e umbri shabby chic, siano usate per una perversa costruzione, un assemblaggio che le tiene insieme, come catasta arrugginita per mostrare un cippo-recinto, quasi monumento scassato, a ricordo ambiguo di oggetti belli e violenti al tempo stesso? E queste staccionate pesanti, tanto deliziose quanto perturbanti, non evocano ambigui conflitti di un’abitudine antica del separare, delimitare e vietare, ancora più incisiva, visto il loro aspetto estetico piacevole? Ma i conflitti non sono solo quelli dell’oppressore sull’oppresso, ci sono anche all’interno della società che opprime e che forse sono sottili, forse perché più sofisticati, più complessi. E poi non è ugualmente struggente e devastante il fatto che queste ringhiere italiane-occidentali si siano salvate dal richiamo del ferro alla patria e non siano diventate cannoni per combattere il nemico (che poi è diventato amico), in una vicenda assolutamente tragica? 

Dico struggente e devastante perché credo che siano due termini appropriati per la scultura di Kiluanji Kia Henda, a meno che non si voglia circoscriverla solo a una mera esposizione del ferro dei vincitori, esposto dai vinti. 

Flavio Favelli, Traliccio Tunisi, 2019 – foto di Dario Lasagni

La mia opera Traliccio Tunisi del 2019 ed esposta proprio a Venezia, nel periodo della 58a Biennale, è composta da grate di finestre tunisine, comprate tanti anni fa da un raccoglitore del Magreb, ma in Italia. Strana vicenda perché non era un mercante, ma un raccoglitore di ferro vecchio e muratore che le vendeva, messe su un ribaltabile, in un mercatino all’aperto in un paesino dell’Appennino. Grate e ferri ribattuti a mano, artigianali, dipinte con quei colori oramai lasciati scadere dal popolo che vuole le ferramenta nuove e industriali. 

E allora la torre un po’ moresca e un po’ irriverente (e perché mai delle belle grate tradizionali in ferro battuto non si riutilizzano o non si appendono in una bella casa di campagna, ma si assemblano per farne un traliccio precario?) non condensa tutti questi tragici intrecci di vicende che raccontano conflitti struggenti e devastanti allo stesso modo della storia coloniale? Non evocano la stessa tragicità di noi e loro, stranieri con gli stranieri, con i familiari, con i mercanti e i muratori, con i poveri e con i ricchi? 

Sulle grandi bilance per rottami, il ferro arrugginito e usato delle case di Luanda pesa come quello che fu delle villette con giardino di Riccione. 

Flavio Favelli

(Firenze, 1967), dopo la Laurea in Storia Orientale all’Università di Bologna, prende parte al Link Project (1995-2001). Ha esposto con progetti personali al MAXXI di Roma, al Centro per l’Arte Pecci di Prato, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, alla Maison Rouge di Parigi e al 176 Projectspace di Londra. Partecipa alla mostra “Italics” a Palazzo Grassi nel 2008 e a due Biennali di Venezia: la 50a (“Clandestini”, a cura di Francesco Bonami) e la 55a (Padiglione Italia a cura di Bartolomeo Pietromarchi). Nel 2008 realizza “Sala d’Attesa”, ambiente permanente nel Cimitero Monumentale della Certosa di Bologna che accoglie la celebrazione di funerali laici. Nel 2015 l’opera “Gli Angeli degli Eroi” viene scelta dal Quirinale per commemorare i militari caduti nella ricorrenza del 4 Novembre. Tra i suoi ultimi progetti “Senso 80” (Albergo Diurno Venezia di Milano, 2017); “UNIVERS. Un negozio metafisico” (Venezia, 2017); “Serie Imperiale” (Casa del Popolo ed ex miniCoop di Bazzano, 2018), vincitore della seconda edizione di Italian Council; “Il bello inverso” (Ca’ Rezzonico, Venezia, 2019). Il suo ultimo libro è “Bologna la Rossa” (Corraini 2019).

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