Patrizia Vicinelli, la sguainata

15/05/2024

Intervistato da Jonida Prifti, ineffabile performer avant-punk d’origine albanese (che dell’attuale e tambureggiante Vicinelli-renaissance può dirsi antesignana con l’e-book La poesia e l’azione, nutrito d’una quantità di preziosi inediti e pubblicato giusto dieci anni fa da Onyx), ricorda Nanni Balestrini che una sera, a Milano, Patrizia Vicinelli entrò in scena a cavallo (chissà se prima o dopo i ben più celebri exploit di Jannis Kounellis alla galleria dell’Attico, e dei Magazzini Criminali al mattatoio di Riccione…): memorabile anche perché – aggiungeva Nanni con un sorriso – l’animale, forse per la tensione del battesimo sulle scene, s’imbizzarrì, s’impennò (non sappiamo se così disarcionando la performer in posa equestre) e infine lasciò sul palco un’enorme cacca fumante. Nel suo piglio epico, non meno che nell’esito desublimante (così magari mitigando i toni lutulenti per lei adottati dalle sue cultrici più esagitate), pare questa un’allegoria della vicenda non meno che tragica della scrittrice nata a Bologna nel 1943 e morta male (di AIDS), a meno di cinquant’anni, nel 1991.

à, a. A, (1967) in mostra al MACRO (2021)

La renaissance di cui sopra – coronata dall’essenziale antologia poetica ora proposta dalla bella serie di Argolibri, che ha già visto i miracolosi restauri di Corrado Costa, Cosimo Ortesta e Franco Ferrara – è stata scandita negli ultimi anni da una quantità di riprese, performance, concerti, incontri di studio e testimonianza, nonché dalla mostra documentaria Chi ha paura di Patrizia Vicinelli, curata da Luca Lo Pinto e Lisa Andreani al MACRO di Roma alla fine del ’21, e ora anche da una seconda e agguerrita monografia critica di Marzia D’Amico (Figlie del sé. L’epica rivoluzionaria di Amelia Rosselli e Patrizia Vicinelli, Mimesis, pp. 243 ill. col., € 22). Ma i prodromi risalgono al 2009, quando Cecilia Bello Minciacchi firmava una ben più ampia raccolta di testi, rimasta insuperata per cure filologiche e generosità d’impaginato (Non sempre ricordano, uscita nella perenta collana fuoriformato de Le Lettere), accompagnata da un dvd con un’antologia di performance curata da Daniela Rossi (un cui spin-off fu l’anno seguente lo spettacolo Fragili guerriere, ideato dalla stessa Rossi con Rosaria Lo Russo, che già accomunava Vicinelli alla ben diversamente “epica” Rosselli: entrambe le sventurate poetesse, peraltro, erano state pubblicate negli anni Ottanta – quando, dopo i furori dei Sixties, nessuno pareva più volerne saperne – dalla benemerita cooperativa emiliana Ælia Lælia animata con Rossi, fra gli altri, da Carlo Bordini e Beppe Sebaste).

Interpretatio nominis (in mostra al MACRO)

Già, perché il paradosso rappresentato da Vicinelli è quello di un’opera che sin dall’inizio, e programmaticamente, eccede qualsiasi supporto cartaceo chiamato a veicolarla. Tutti i suoi profili biografici cominciano con l’esordio folgorante: a ventitré anni, al penultimo convegno del Gruppo 63 a La Spezia nel ’66 (c’era anche Rosselli, sì): quando il suo scatenarsi in scena riuscì nell’impresa di mettere d’accordo Balestrini con Sanguineti, e impressionò una che se ne intendeva come Kathy Berberian. Ma le prime pubblicazioni risalivano in effetti a quattro anni prima, pronubi i dioscuri profeti della «poesia totale», Emilio Villa e Adriano Spatola: già allora su riviste e fogli d’oltranzistico layout (oggi highlights d’ogni catalogo di rarità bibliografiche), messi a dura prova dalle sue partiture esplosivamente parolibere. L’esito di questa prima stagione “concreta” è à, a. A, che Roberto Lerici pubblica prima come registrazione fonografica, nel ’66 allegata alla rivista «Marcatré», e poi l’anno dopo in un prodigioso fuoriformato di 20 x 25 centimetri (altra eloquente simmetria con Rosselli: se si pensa alle peripezie della sua Serie Ospedaliera infine accolta, nel ’69, in un non meno abnorme volume del Saggiatore), come si capisce scotomizzato dalla riproduzione anastatica ma lillipuziana di tempi, come i nostri, editorialmente tanto meno coraggiosi di quelli. L’apice dell’impubblicabilità è il poema visivo Apotheosys of a schizoid woman (il titolo è un d’après dai King Crimson) scritto in Marocco nel ’70, in forma di collage «a strati» multicolori, da leggere a ritroso come un manga: l’edizione Argolibri ne fornisce preziosi specimina finalmente a colori, ma dal formato sempre penalizzante. (Il titolo misterioso dell’opera prima, invece, allude forse al manque à être dell’«oggetto A» teorizzato da Jacques Lacan nei seminari del ’59-60 – a lungo inediti ma, come sa chi conosce l’opera di Zanzotto, allora ben circolati per vie traverse –: Lacan è citato nei successivi diari a collage di Vicinelli, per lo più ancora inediti, del ’69-70.)

Apotheosys of a schizoid woman

A questi esordi così promettenti non corrispose però un prosieguo altrettanto roseo. Il ritorno all’ordine della cultura post-avanguardista fu tutt’uno col dérèglement pervicacemente perseguito da chi (per dirla sempre con Rosselli) continuava a sperimentare, ma – ben più pericolosamente – con la vita. «La memoria è una trama, è un trauma», si legge in un suo collage; e infatti tutti gli scritti successivi – torturati da stesure ribattute, pubblicazioni parziali, catastrofiche perdite e riscoperte fortunose – sono in sostanza rielaborazioni di schegge d’un vissuto che oggi è leggenda, ma allora fu dannazione: al fianco di altri spericolati come Aldo Braibanti, Tonino De Bernardi, Gianfranco Baruchello, Mario Gianni, Claudio Caligari e i suoi compagni di vita Alberto Grifi e Gianni Castagnoli, che variamente hanno documentato in video, fra tardi Sessanta e metà Ottanta, l’incessante performatività (sia detto fra molte virgolette) della viaggiatrice incessante, dell’interprete impareggiabile di testi propri e altrui, e – massimo degli scandali – dell’eroinomane impenitente. Lo schermo fa fatica a contenere questo cranio trascendentale che si piega a scatti, vibra, sussulta echeggiando violento una biografia come traumatologia: che l’epidermide registra con la puntualità di una cartella clinica.

Patrizia Vicinelli al festival Parole sui muri, Fiumalbo, agosto 1967

Proprio la droga, dopo essere rocambolescamente sfuggita una prima volta alla cattura per due grammi di hashish trovatile addosso dieci anni prima, la porta in carcere nel ’77. A Rebibbia passa quasi un anno, e lì mette in scena con e per le con-detenute il dramma Cenerentola (ne parlano tutti i giornali ma verrà pubblicato solo, postumo, da Niva Lorenzini). È il punto di massima tangenza fra la scrittura di Vicinelli e le tematiche “femministe” (definizione a lei sgradita) che oggi, si capisce, la fanno riscoprire dalle sue lettrici più giovani: la protagonista è una tipica ragazza degli anni Settanta, desiderosa di un’emancipazione alla quale non pare affatto pronta; in suo soccorso interviene una compagna più esperta che porta il nome astronomico di Cassiopea, e che sarà per lei davvero una stella polare. La riscrittura della fiaba di Perrault ne capovolge la morale: non interverrà un principe azzurro (maschio) a salvare Cenerentola, bensì la solidarietà delle cosessuate. (Per inciso: sebbene dalla scrittura assai semplificata – per il pubblico d’eccezione cui era destinata – l’allegoria di questo percorso di liberazione è ben più efficace della testimonianza offerta dalla assai più nota Università di Rebibbia della già sottovalutata, ma ora assai sopravvalutata, Goliarda Sapienza. Allo stesso periodo risale un altro testo invece incompiuto, Quando Swanne vide come andava la sua vita, che comincia così: «A TUTTI QUELLI CHE STANNO CREPANDO NELLE GALERE E NEI MANICOMI CHE SONO TORTURATI REPRESSI OPPRESSI RICATTATI DEDICO QUESTO LIBRO».)

Patrizia Vicinelli ritratta da Gianni Castagnoli

Fatta parentesi del provocatorio «romanzo» Messmer – tutto sesso e droga ma senza troppo rock ’n’ roll, alternate take al femminile dei coevi Altri libertini di Tondelli – e dell’incompiuto opus ultimum, il sapienziale poema I fondamenti dell’essere (1985-87), il capolavoro di Vicinelli resta per me il «poema epico» Non sempre ricordano, scritto fra il ’77 e l’85. Anche questo era stato «concepito come opera di scrittura a mano» e, ricorda lei, «è stato poi trascritto in composizione tipografica, per una più fruibile lettura e per problemi di difficile edizione» (così una nota d’autrice), ma è in effetti – dai tempi dell’opera prima – l’unica scrittura di Vicinelli a raggiungere, lei viva, l’edizione in volume. Balestrini, di ritorno dall’esilio francese, la saluta come un «canto selvaggio», una «poesia del dissenso, della rottura, dell’innovazione». Ma l’epica del sottotitolo è soprattutto quella della memoria, s’è detto, in forma di trauma (al modo dell’amato Dino Campana che nel «paesaggio italiano», diceva, «collocava dei ricordi»).

Alberto Grifi, da In viaggio con Patrizia (1967)

D’esito diseguale, come il resto dell’opera di Vicinelli: a tratti irritante per l’agitarsi s-composto a tutte maiuscole, ma per lo più è tumultuosa in modo a sua volta memorabile questa atroce psicomachia nella quale l’autrice si rappresenta, quasi vindice erinni tarantiniana avanti lettera, come «samuray» con la «splendente fiammeggiante / scimitarra alla mano» (dove nell’icona della spada, attante ricorrente della sua drammaturgia, non sfugga l’allusione tossica). Votata alla catastrofe, certo, ma sempre a fronte alta e in «MODO HEROICO»: «STRETTA SALDAMENTE / L’IMPUGNATURA ALLA MANO. // NON AVANZERANNO PIÙ DI UN SOLO PASSO». 

Patrizia Vicinelli
La Nott’e’ l Giorno. L’opera poetica
a cura di Roberta Bisogno e Fabio Orecchini
Argolibri, 2024
253 pp., € 16

Una versione più breve di questo articolo è uscita sulla «Domenica» del «Sole 24 ore»

Andrea Cortellessa

(Roma, 1968) critico e saggista. Insegna Letteratura italiana contemporanea all’Università di Roma Tre; nel 2018 ha tenuto la «cattedra De Sanctis» al Politecnico di Zurigo. Ha pubblicato saggi, curato testi e realizzato trasmissioni radiofoniche e televisive, spettacoli teatrali e musicali. È nella redazione del «verri» e collabora ad «Alias», «Il Sole 24 ore», «Tuttolibri», «doppiozero», «Le parole e le cose2» e altre testate.

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