Kripton non è solo il pianeta di Superman

14/05/2024

Kripton è il pianeta, lo stesso di Superman, dal quale afferma di provenire Marco Antonio. Seriamente. Ed è il titolo del film documentario di Francesco Munzi, presentato al Roma Film Festival nell’ottobre 2023, in uscita il 18 gennaio 2024 nelle sale.

Marco Antonio, con Dimitri, Georgiana, Benedetta, Okoro, Emerson e Silvia sono stati i soggetti delle riprese, durate cento giorni, in due comunità terapeutiche alle porte di Roma. Munzi ha osservato la loro interazione con gli psichiatri e il personale sanitario, con i familiari e con le altre persone inserite nel vivere quotidiano. Di tutti loro – fra i venti e i trent’anni – ha colto gli sguardi immersivi, resi dai primissimi piani degli occhi, le parole e i silenzi, i gesti consueti e i movimenti improvvisi. E ne ha fatto una narrazione visiva potente, originale, straniante, densa di questioni aperte.

D’altronde Munzi, dopo il film sulla ’ndrangheta Anime nere (2014), aveva già fatto emergere uno sguardo attento alle giovani generazioni in Futura, realizzato nel 2021 con Alice Rohrwacher e Pietro Marcello. Lì i tre registi avevano attraversato l’Italia delle città e dei piccoli centri per cercare le risposte di ragazzi e ragazze sulla loro idea di futuro, di lavoro, di realizzazione. Ne scaturiva un quadro necessariamente eterogeneo, difforme e a tratti preoccupante agli occhi di spettatori adulti convocati a rispondere di ciò che si sta offrendo e lasciando in eredità agli adolescenti di oggi.

Qui, in Kripton, lo sguardo di Munzi si specializza, il disagio che va cercando e filmando è riconosciuto e diagnosticato, gli spazi che lo contengono – i centri di cura e i dipartimenti di Salute mentale – sono il risultato odierno del lungo iter di de-istituzionalizzazione che gli ospedali psichiatrici hanno percorso in Italia, lentamente e progressivamente, a partire dalla Legge 180 (1978), più nota come legge Basaglia.

Kripton non è un semplice documentario: il montaggio costruisce un ritmo narrativo che oscilla fra le esperienze dei protagonisti, le immagini di repertorio e i filmini di famiglia innestate nel discorso, fra le scene che si ripetono e quelle si completano. Al centro della narrazione restano il disagio, la cura e la relazione, sia familiare che terapeutica.

Dimitri

Dimitri è il primo ospite della comunità con cui iniziare a familiarizzare, le sue riflessioni sulla malattia che lo ha condotto a vivere lì una parte della sua vita sono lucide: si tratta di “pensieri veloci in testa” che non riesce a gestire, che lo fanno stare male. Subentra poi Emerson che parla dello stato di crisi dapprima in termini teorici – “la crisi è la manifestazione di un determinato problema in un determinato momento” – salvo poi calarcisi dentro: è “tipo un terremoto”, “e la mente deve riorganizzarsi tutta daccapo”.

Dai primi colloqui di questi due ventenni con lo psichiatra Mauro Pallagrosi emerge la sensazione di una vicinanza possibile al loro dolore, ai loro dubbi. Come afferma Munzi in un’intervista, i ragazzi della comunità “sono il nostro rimosso”. Nei loro discorsi, di fronte a una macchina da presa di cui sembrano aver dimenticato la presenza, si interrogano sul senso dell’esistenza, del lavoro, del loro posto nella società, sul desiderio di restare o meno nel limbo protetto della comunità invece di andare nel mondo “normale”. Ognuno di loro porta un tema nella costruzione del profilo della comunità e nel panorama delle cure: alcuni si colgono con grande chiarezza, come l’anoressia per Silvia, l’oscurità che ci avvolge tutti per Georgiana, l’ebraismo e la predestinazione divina per Marco Antonio, l’annichilimento e il desiderio di “distruggersi” per Dimitri. Più che soggetti clinici, i ragazzi e le ragazze protagonisti, il cui sgomento esistenziale a volte esplode nei primissimi piani, sono narratori di storie, rilevatori di sofferenze, amplificatori delle sfasature interne ai rapporti familiari.

Le scene di colloquio dei medici con genitori e parenti aprono altri versanti di significato e di sofferenza, di fatica e, talvolta, di opacità nello sguardo che posano sui figli. Come loro, cercano risposte.

Georgiana

Marco Antonio, il giovane uomo da Kripton convinto di essere il predestinato in quanto portatore di stimmate, riempie la seconda parte del film con una presenza forte, riflessiva e straniante. Le sue osservazioni sulla sofferenza e sulla relazione con gli altri si svolgono in un territorio di senso sospeso tra la realtà e il suo mondo privato, profondo, a noi sconosciuto. Ma pur nella differenza con gli altri, ciò che sorprende è la progettualità, viva in tutti, anche provvisoria ma presente. Quando Dimitri riflette sul senso del tempo si chiede (e ci chiede, forse): “perché tutto questo se alla fine bisogna lasciare tutto?”. E ancora, quando afferma che non se la sente di dare il suo tempo a qualcun altro, che “magari lo usa pure male”, sta progettando una vita ai suoi occhi meno banale rispetto a che si rassegna a un’esistenza monotona e – per lui – senza senso. Similmente, le proteste di Marco Antonio scaturite dall’esigenza di avere uno spazio privato e stabile, senza influssi negativi, sono un tentativo di autodeterminazione all’interno della comunità, senza negare la propria patologia ma esibendola, piuttosto, come una possibilità alternativa di stare al mondo, non necessariamente peggiore di altre.

E se Georgiana progetta un futuro con la figlia da cui i servizi sociali l’hanno allontanata (come non pensare a una delle protagoniste della Pazza gioia di Virzì?), Emerson sogna di gestire un resort in Sardegna e Silvia, forse, semplicemente di liberarsi dell’ossessione del cibo e del corpo.

Emerson

Tutto è cambiato dai tempi dei registi che, dalla fine degli anni Sessanta in poi, filmavano il disagio mentale in documentari di grande impatto. Si chiamavano Zavoli, Bellocchio, Agosti… Non c’è dubbio che le comunità odierne siano una delle risposte possibili che la Legge 180 cercava alla pericolosa mistificazione dell’efficacia del ricovero coatto negli ospedali psichiatrici. Tutto è cambiato, eppure almeno una cosa in comune resta: la necessità di “esporre” la realtà invisibile della malattia mentale, come diceva Franco Basaglia.

Nei titoli di coda di Kripton leggiamo: “si stima che in Italia, nel 2022, le persone che hanno manifestato disturbi mentali di rilevanza clinica siano state circa tre milioni”, di cui 800.000 “in cura presso i servizi di salute mentale pubblici” e “circa 28.00 ospitati in strutture residenziali comunitarie”. A fronte di questi aumenti esponenziali di cure e di consumo di psicofarmaci sta invece “la riduzione delle risorse investite nella sanità pubblica” e, in particolare, nei servizi di salute mentale. Il punto in comune, che persiste nei decenni, è dunque lo stigma sociale, accompagnato e nutrito dalla “carenza di informazione sulla malattia mentale”.

Matteo e Georgiana

La funzione che possiamo dare a questo film è evidente. D’altronde nel 2023 Berlino ha premiato Sur l’Adamant, il documentario che Nicolas Philibert ha realizzato in una comunità terapeutica di Parigi, riconoscimento che aveva dato nel lontano 1976 a Matti da slegare di Bellocchio, Agosti, Rulli e Petraglia. Questi, come molti altri film e documentari sul disagio mentale dell’ultimo mezzo secolo, hanno la capacità di produrre empatia e reazioni, di mostrare ciò che era invisibile, di dare vita a un dibattito culturale e politico, di costruire opinione pubblica e impegno sociale.

C’è un’urgenza di parlare della malattia mentale e della sua cura, con cautela ma al tempo stesso con efficacia, possibilmente con la stessa delicatezza con cui lo fa Benedetta, ripresa nella scena finale di Kripton all’ombra di un maestoso albero mosso dal vento. Dopo averla vista in tutto il film alle prese con righe sul pavimento e con tracciati di movimento nello spazio che lei sola conosce, Benedetta interrompe il silenzio in cui è stata immersa fin lì per dire: “that’s life”. E sorride.

Domani alle 19 Kripton verrà presentato dall’autore a Roma, alla Sala Troisi, in dialogo con Emanuele Trevi e con Mauro Pellagrosi, dirigente medico psichiatra ASL Roma 1 e co-protagonista del film. Modera Francesco Giai Via (repliche sabato 20 alle 17.15, domenica 21 alle 15.30, martedì 23 alle 17, mercoledì 24 alle 20.30).

Marina Guglielmi

si occupa del rapporto tra narrazione e disagio mentale, in particolare lavora da qualche anno sulla rappresentazione letteraria e visiva della de-istituzionalizzazione dei manicomi in Italia dagli anni Sessanta a oggi. Su questo argomento ha pubblicato “Raccontare il manicomio. La macchina narrativa di Basaglia fra parole e immagini” (Franco Cesati 2018) e co-curato con Francesco Fiorentino Spazi chiusi. Prigioni, manicomi, confinamenti, stanze («Between» n. 22, 2021). Ha co-curato con Giulio Iacoli “Piani sul mondo. Le mappe nell’immaginazione letteraria” (Quodlibet, 2012); con P.P. Argiolas, A. Cannas e G.V. Distefano “Le Grandi Parodie ovvero i Classici fra le nuvole” (Nicola Pesce 2013); con Claudia Cao “Sorelle e sorellanza nella letteratura e nelle arti” (Franco Cesati 2017). Insegna Letteratura comparata all’università di Cagliari, co-dirige la rivista «Between».

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