Da dietro le sbarre. Fotografare il manicomio

14/05/2024

Fra i molteplici prodotti editoriali e multimediali[1] che ci sta offrendo il centenario della nascita di Franco Basaglia (1924-1980) ricopre un ruolo particolare la ristampa, per i tipi del Saggiatore, del fototesto e libro icona della rivoluzione basagliana: Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, a cura di Franco e Franca Basaglia. In apertura poche righe di Alberta Basaglia e Luca Formenton sottolineano la volontà di ripubblicarlo «nella sua integrità, perché possa testimoniare alle nuove generazioni quale fosse la condizione dei malati mentali prima della rivoluzione di Franco Basaglia, di Franca Ongaro Basaglia e di tutte le donne e gli uomini che insieme a loro hanno operato per scardinare quel sistema». Ritorniamo così a parlare di classe, di povertà e di salute mentale, temi affrontati di recente anche qui per l’edizione delle fotografie di Carla Cerati (La classe è morta. Storia di un’evidenza negata,2023), importante pendant editoriale di questo intenso anno basagliano. 

La prima edizione di Morire di classe usciva per la «Serie politica» di Einaudi nel 1969 e diventava in breve tempo il libro simbolo delle attività di denuncia e di sovversione del sistema psichiatrico che Basaglia e il suo gruppo portavano avanti dall’interno dell’istituzione. Lo psichiatra aveva iniziato il suo lavoro di smantellamento nel manicomio di Gorizia già dal 1961 e avrebbe proseguito in quello di Colorno, a Parma, e infine a Trieste. Morire di classe nell’edizione del 1969 era stato, per John Foot, «un oggetto di design, un foto-libro politico e sociologico, un libro da guardare (o dal quale distogliere lo sguardo)» (La Repubblica dei matti, Feltrinelli 2017). L’impatto visivo con il drammatico mondo sommerso dei manicomi sarebbe stato infatti dirompente e rivoluzionario, in linea con il cambiamento che il mondo della psichiatria democratica auspicava.

Questa riedizione è l’occasione in primo luogo per osservare le immagini dell’internamento e dei suoi effetti sulle persone con nuovo sguardo. La ricerca storica ci permette di contestualizzare queste immagini rispetto allo choc visivo che provocarono all’uscita, quando Basaglia distribuì il libro in Parlamento perché tutti conoscessero lo stato reale dei manicomi italiani. Oggi è cosa nota che nel 1968 a Gorizia, quando Cerati e Berengo Gardin scattavano le loro fotografie, la situazione era in fermento da anni e i pazienti erano già stati liberati dalle contenzioni. Basaglia, arrivato lì nel 1961 con il suo primo incarico, aveva infatti nel frattempo avviato il processo di deistituzionalizzazione. A Gorizia erano confluiti inoltre quei giovani psichiatri – Agostino Pirella, Giovanni Jervis, Antonio Slavich – che avrebbero propagato il nuovo approccio in altri ospedali psichiatrici. La selezione di quelle foto, tuttavia, aveva privilegiato gli aspetti più drammatici del manicomio e non il suo cambiamento; nasceva dall’intento di portare in primo piano i volti e i corpi annientati dall’istituzione e non da quello di rendere pubbliche le immagini dei reparti aperti o della comunità terapeutica che stava costituendo. Possiamo dunque riconoscere con John Foot, a più di mezzo secolo dalla prima edizione, che il libro mostrava il passato e non il presente, «ri-vittimizzava» i pazienti senza testimoniare il cambiamento perché «il messaggio era secco: questi posti vanno chiusi».

Le foto scattate nei tre ospedali sarebbero state scelte da Carla Cerati e da Gianni Berengo Gardin, insieme ai coniugi Basaglia, con il chiaro obiettivo politico di mostrare l’orrore e non il progresso, parzialmente già in atto. La funzione di Morire di classe era in linea con quella di tutte le altre attività del gruppo basagliano: «aprire per chiudere», vale a dire mostrare i manicomi dall’interno per suscitare una risposta politica e civile.

Alcuni fotografi, in quegli anni, erano già entrati negli ospedali psichiatrici per testimoniarne il degrado. Lo avevano fatto, ad esempio, Francesco Jovane nel manicomio di Nocera Inferiore nel ’59, e Luciano D’Alessandro nel ’65 al Materdomini di Nocera Superiore. Il suo importante libro fotografico Gli esclusi, uscito nel ’69, fu in parte oscurato dal successo del volume einaudiano. Ma ciò che distingueva Morire di classe dagli altri fototesti era – e rimane – il montaggio originale fra immagini e testi, l’accostamento imprevisto della parola alla fotografia, l’assenza di riferimenti autoriali e topografici. Un libro che raffigura una porzione di umanità in un tempo e in un luogo indecifrabili in cui siamo tutti chiamati in causa. La restituzione di quelle immagini in bianco e nero, sempre scottanti, ci obbliga prima di tutto a ripensare a quanto è stato fatto e resta ancora da fare nell’ambito della cura della salute mentale.

Gianni Berengo Gardin

Nell’edizione del Saggiatore ci sono alcune novità che vale la pena evidenziare. Se l’originale era un libro non autoriale e non localizzato, privo di didascalie e di indicazioni su quale dei due fotografi avesse scattato e dove (se a Gorizia, Colorno o Firenze), nell’edizione odierna la pagina del colophon riporta invece l’elenco dettagliato degli scatti: trentotto di Berengo Gardin e ventiquattro di Cerati. Che fosse lei l’autrice dell’immagine della prima copertina Einaudi, la donna seduta con la camicia di forza e il capo reclinato, ma anche di quella della copertina attuale, con l’uomo che si tiene il capo fra le mani, lo aveva detto il volume recente di Cerati, La classe è morta. In aggiunta oggi scopriamo che questi stessi soggetti, la donna e l’uomo delle due copertine, come pure gli altri presenti nel libro, vennero ripresi da entrambi i fotografi da angolazioni diverse. E ce li immaginiamo allora, Carla Cerati e Franco Berengo Gardin, aggirarsi nel ’68 nei reparti e nei cortili dei manicomi, cercando la luce e l’angolazione migliori per restituire l’immagine di quei corpi buttati in terra o abbandonati su sedie e panche, o aggrappati alle sbarre e alle reti che li escludono dal resto del mondo. Quasi nessuno degli internati guarda nell’obiettivo; qualche uomo ha lo sguardo più vitale, le donne lo hanno obliquo, sembrano fissare senza vedere. Solo una di loro ci guarda e ci interroga, ancora oggi, da una delle immagini più brucianti del libro. Riusciamo a scorgere i suoi interlocutori muti, i fotografi, dalle ombre che si allungano sul bordo inferiore della foto, di fronte a quel corpo avvolto nella camicia di forza. Nella pagina accanto, in uno dei montaggi che costruiscono la narrazione di questo testo, un salotto borghese e una festa.

Gianni Berengo Gardin

Anche la copertina merita una certa attenzione. Nell’edizione del ’69 era bicromatica, in rosso e viola. Nella metà di sinistra c’era la fotografia di una donna ingabbiata in una camicia di forza e seduta su una sedia, con il capo reclinato in avanti. La particolarità era nel filtro rosso dell’immagine che la trasformava in una sola cosa con il muro alle sue spalle: donna, muro e camicia di forza confusi nello stesso colore.

Morire di classe, Einaudi 1969, foto di copertina di Carla Cerati

La citazione virgolettata in basso a destra accompagnava l’immagine spiegando, in un certo senso, la dissolvenza della paziente nello sfondo: «Alla fine di questo processo di disumanizzazione, il paziente che era stato affidato all’istituto psichiatrico perché lo curasse, non esiste più: inglobato e incorporato nelle regole che lo determinano. È un caso chiuso. Etichettato in modo irreversibile, non potrà più cancellare il segno che lo ha definito come qualcosa al di là dell’umano, senza possibilità di appello». La citazione era tratta dal volume che Franco Basaglia aveva pubblicato un paio di anni prima, Che cos’è la psichiatria?, ma il suo nome non compariva mai in Morire di classe se non per indicare in copertina la curatela sua e della moglie. Libro “senza autore”, Morire di classe intendeva mettere in primo piano non la malattia ma il malato, come Basaglia aveva dichiarato a Sergio Zavoli nell’intervista inclusa nel documentario I giardini di Abele, girato a Gorizia, altro caso editoriale e televisivo del ’69.

Morire di classe, il Saggiatore 2024, foto di copertina di Carla Cerati

La scelta di un’altra foto di Cerati per la nuova copertina ripropone una delle immagini simbolo del movimento, meno drammatica e più mediatizzata rispetto a quella della donna con la camicia di forza. Lo stesso Zavoli l’aveva inserita come immagine fissa nei primi minuti dei Giardini di Abele, in un sapiente montaggio che mostrava ciò che in Morire di classe era stato deciso di non far apparire: pazienti ben curati in grado di narrare con linguaggio appropriato il dramma della loro esperienza in manicomio.

La sequenza interna delle fotografie rimane invariata, con una nuova impaginazione che intervalla le immagini di uomini e donne, corpi legati in varie maniere, cortili vuoti, ambienti interni in rovina, infermiere con le chiavi, sbarre e grate, con pause di colore nero, a mezza pagina o a pagina intera. A livello visivo resta la discontinuità dei corpi tipografici, ingranditi a dismisura per creare un effetto urlato, come ad esempio nelle citazioni da Primo Levi e da Erving Goffman.

La serialità è un altro elemento di questa galleria fotografica: le foto in totale sono cinquantotto ma più della metà, trentaquattro, viene riproposta nel libro due o tre volte, in maniera identica oppure da una diversa angolazione (che, come scopriamo ora, corrisponde agli scatti dei due fotografi sullo stesso soggetto).

Morire di classe è anche l’occasione per ripensare alle forme di impegno che hanno mosso gli anni Settanta dando vita a flussi di opinioni e a gruppi eterogenei e coesi al lavoro per offrire una risposta civile alla questione psichiatrica. Un impegno collettivo cui collaborava in forma attiva il mondo editoriale, in particolare tramite la figura di Giulio Bollati – in quegli anni interno a Einaudi – che avrebbe sostenuto la pubblicazione alla fine degli anni Sessanta dei titoli destinati a cambiare la storia della psichiatria in Italia, da L’istituzione negata (1968) di Basaglia – che inaugura la serie dei suoi titoli pubblicati da Einaudi – agli studi di Erving Goffman, Robert Castel, Michel Foucault. Le nuove edizioni delle opere di Basaglia ci arrivano oggi tramite sia Baldini & Castoldi sia il Saggiatore, che insieme a Morire di classe ha riproposto per il centenario i suoi Scritti 1953-1980 con le prefazioni di Pier Aldo Rovatti e Mario Colucci. Segno di un’attenzione editoriale al tema psichiatrico già testimoniata nel 2021 dalla riedizione ampliata del repertorio di voci registrate e raccolte nei manicomi di Gorizia e di Arezzo da Anna Maria Bruzzone nel volume Ci chiamavano matti. Voci dal manicomio (1968-1977), curato da Marica Setaro e Silvia Calamai.

Le voci del manicomio sono presenti anche in Morire di classe: le immagini sono accostate a stralci da lettere di ex degenti psichiatrici, a fotografie delle loro scritte sui muri dei manicomi, insieme a brevi citazioni da regolamenti per gli ospedali psichiatri e da autori e studiosi quali Fanon, Foucault, Goffman, Nizan, Pirandello, Swift, Rilke, Primo Levi.

Con una precisa strategia di comunicazione la coppia Basaglia architettava il libro eclissandosi e lasciando che parlare fossero i testi, le immagini e la tensione prodotta dal loro accostamento imprevisto. Unica loro presenza, non firmata, era l’introduzione al volume. Ritroviamo qui una sintesi degli snodi cruciali del pensiero di Basaglia e della sua attenzione ai temi del corpo istituzionalizzato del malato, della sua identità sottomessa, del linguaggio come forma di potere e di controllo sulle classi disagiate. Chiude l’introduzione un timore (o un presagio) che riemergerà con forza negli scritti degli ultimi anni, quando la Legge 180 era già stata approvata: «non si sarà mai sicuri che le mura, i cancelli, la violenza, una volta eliminati dall’istituzione psichiatrica, non tornino a proporsi – anche sotto forme apparentemente diverse». E la corrispondenza, questa volta tra parole, si crea con Franz Fanon, citato nell’ultima pagina di Morire di classe. Con una lettera del 1956 al governatore generale d’Algeria, lo psichiatra si dimetteva dopo tre anni dall’incarico in un ospedale psichiatrico algerino ammettendo il fallimento della sua «scommessa assurda di voler far esistere dei valori mentre il non-diritto, l’ineguaglianza, la morte quotidiana dell’uomo sono eretti a principi legislativi». Fanon si dimetteva per «non essere complice». Sulla sinistra della citazione, a chiusura di Morire di classe, è accostata un’ultima immagine di Carla Cerati: una donna internata che urla di fronte alle sbarre.

Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin
a cura di Franco e Franca Basaglia
il Saggiatore, 2024
88 pp., € 24


[1] Il centenario basagliano ci sta offrendo, fra le altre cose, anche vari prodotti multimediali che aiutano a ricostruire storicamente e a meglio comprendere i due decenni della rivoluzione psichiatrica, quale ad esempio il podcast Archivi della follia. In cerca di Franco Basaglia, realizzato da Vanessa Roghi per Rai Play, che include registrazioni e testimonianze sull’esperienza di Morire di classe.

Marina Guglielmi

si occupa del rapporto tra narrazione e disagio mentale, in particolare lavora da qualche anno sulla rappresentazione letteraria e visiva della de-istituzionalizzazione dei manicomi in Italia dagli anni Sessanta a oggi. Su questo argomento ha pubblicato “Raccontare il manicomio. La macchina narrativa di Basaglia fra parole e immagini” (Franco Cesati 2018) e co-curato con Francesco Fiorentino Spazi chiusi. Prigioni, manicomi, confinamenti, stanze («Between» n. 22, 2021). Ha co-curato con Giulio Iacoli “Piani sul mondo. Le mappe nell’immaginazione letteraria” (Quodlibet, 2012); con P.P. Argiolas, A. Cannas e G.V. Distefano “Le Grandi Parodie ovvero i Classici fra le nuvole” (Nicola Pesce 2013); con Claudia Cao “Sorelle e sorellanza nella letteratura e nelle arti” (Franco Cesati 2017). Insegna Letteratura comparata all’università di Cagliari, co-dirige la rivista «Between».

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