Assenti d’Italia

01/05/2024

In passato la Biennale di Venezia ha portato fortuna a molti artisti italiani: nel 1970 Giulio Paolini, appena trentenne, presenta una sala personale che entrerà nella storia con un’unica opera, Elegia (Abbastanza mi affatica dover trascinare questo simulacro in cui la natura mi ha carcerato. Consentirò anche che si perpetui l’immagine di questa immagine?). Due anni prima Gian Alberto dell’Acqua invita al Padiglione Italia – allora al centro dei Giardini – 23 artisti delle ultime generazioni, a ognuno dei quali destina una sala. Tra di loro ci sono Leoncillo, Gastone Novelli, Achille Perilli, Gianni Colombo e il giovane Pino Pascali: la sua sala incanta la giuria, che intende assegnargli il premio ma non potrà farlo per la morte prematura dell’artista. Nel 1972, sempre in una sala del Padiglione Italia, il venticinquenne Gino De Dominicis allestisce una serie di opere memorabili, tra le quali spicca Seconda Soluzione di Immortalità: l’universo è immobile, dove la presenza di un giovane veneziano affetto dalla sindrome di down suscita uno scandalo di proporzioni esagerate, ricostruito nei dettagli da Gabriele Guercio. Ma la funzione di promozione dell’arte emergente tricolore prosegue anche nel decennio successivo: un valido esempio è la presenza dei cinque artisti della Transavanguardia (Chia, Cucchi, Clemente, De Maria e Paladino) nella prima edizione di Aperto 80 ai Magazzini del Sale, curata da Achille Bonito Oliva e Harald Szeemann. Aperto era la sezione della Biennale voluta da Luigi Carluccio, dedicata agli emergenti e durata dal 1980 al ’93, che aveva permesso a molti giovani artisti del nostro paese di proporre le loro opere in un contesto internazionale di prestigio, con risultati spesso notevoli (cfr. Clarissa Ricci, Aperto 1980-1993, Postmedia Books 2022).

Padiglione Italia: dal centro alla periferia

La questione della presenza italiana nelle diverse edizioni della Biennale di Venezia, l’unica vetrina internazionale per gli artisti del nostro paese, è annosa e complessa. 

Si tratta di un argomento ampio, che tocca macrotemi come il rapporto tra la politica e la cultura nell’Italia degli ultimi trent’anni-analizzato in maniera puntuale da Giorgio Caravale in un saggio illuminante (Senza intellettuali, Laterza 2023). Bisogna ricordare che la Biennale garantisce un livello di visibilità imparagonabile con una mostra in qualunque museo italiano. Per questa ragione è triste constatare che quest’anno la presenza degli italiani emergenti era ai minimi storici. Avevo già sollevato la questione sul rapporto tra la Biennale e gli artisti italiani in un articolo del 2020 e ancora prima in un capitolo di un saggio del 2018 (Perché l’Italia non ama più l’arte contemporanea, Castelvecchi). Oggi ritengo che in occasione della Biennale 2024 Stranieri Ovunque, curata dal brasiliano Adriano Pedrosa, sia necessario tornare su questo tema per inquadrarlo storicamente a partire dalla presenza italiana in Biennale dal 2000 in poi.

Il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia è stato eliminato nel 1999 dal curatore svizzero Harald Szeemann nella sua sede storica al centro dei Giardini, e sostituito otto anni dopo da un altro spazio in fondo all’Arsenale, nell’area delle Tese. Con una differenza sostanziale, che ne ha modificato la natura istituzionale. Prima del ’99 il curatore del Padiglione nazionale veniva nominato dal direttore artistico della Biennale, chiamato a curare la mostra internazionale, mentre quello dello spazio all’Arsenale viene selezionato dal Ministro della Cultura. Dal 2007 quindi la nomina del curatore è di fatto squisitamente politica, con logiche diverse da quelle culturali e meritocratiche e con significative conseguenze per il prestigio culturale del nostro paese sulla scena artistica internazionale. Qualche esempio: nel 1988 Giovanni Carandente nomina al padiglione quattro commissari (Pier Luigi Tazzi, Achille Bonito Oliva, Guido Ballo e Roberto Tassi), che presentano sedici artisti, mentre due anni dopo gli artisti sono diciassette, selezionati dai curatori Laura Cherubini, Flaminio Gualdoni e Lea Vergine. Nel ’95 la Biennale compie cento anni e il curatore Jean Clair chiama a curare il Padiglione Italia un comitato di esperti (composto da Hans Belting, Gabriella Belli, Gillo Dorfles, Maurizio Calvesi, Giulio Macchi oltre che dallo stesso Jean Clair) che seleziona venti artisti di diverse generazioni. Nel ’97 il curatore della Biennale Germano Celant si autonomina curatore del padiglione e invita Maurizio Cattelan, Ettore Spalletti ed Enzo Cucchi a rappresentare l’Italia, mentre due anni dopo come detto Harald Szeemann elimina il Padiglione per dare spazio alla mostra internazionale curata da lui stesso, salvo poi premiare con il Leone d’Oro le cinque artiste italiane “senza padiglione”. Sono dunque Monica Bonvicini, Grazia Toderi, Bruna Esposito, Paola Pivi e Luisa Lambri le ultime artiste italiane ad aver ricevuto l’agognato premio, ormai venticinque anni fa, anche se molti commentatori allora lo considerarono come una risposta alle polemiche per la scomparsa del Padiglione, fatta salva l’ottima qualità delle artiste.

Dopo aver rinunciato al perso il proprio spazio istituzionale in nome di una “internazionalità” alla quale solo una nazione debole e priva di memoria storica può ambire, le presenze in Biennale di artisti italiani sono frutto di un caos istituzionale senza precedenti. Se nel 2001 i quattordici artisti italiani vengono invitati da Szeemann all’interno della mostra internazionale Platea dell’Umanità, nella Biennale del 2003 Sogni e conflitti, curata da Francesco Bonami, ci sono addirittura due Padiglioni italiani. Il primo è La Zona – una costruzione temporanea affidata alla cura di Massimiliano Gioni che invita cinque artisti – mentre all’ex padiglione Venezia, in fondo ai Giardini, il MIC presenta i quattro vincitori del Premio per la giovane arte italiana, curato da Paolo Colombo e Monica Pignatti Morano (nelle modalità ripetute anche due anni dopo). Quale dei due rappresenta davvero l’arte italiana emergente a livello istituzionale?

Nel 2007 il MIC annuncia l’apertura del nuovo Padiglione Italia nell’area delle Tese all’Arsenale con uno spazio di 1000 metri quadrati (raddoppiato nel 2009), curato da Ida Gianelli, nominata dal ministro, la quale invita due artisti, Giuseppe Penone e Francesco Vezzoli. Un esordio promettente per uno spazio suggestivo ma periferico, che si trova in fondo al percorso dell’intera mostra, e quindi appare poco efficace per promuovere gli artisti italiani in Biennale, come invece accadeva nella struttura centrale ai Giardini.  Nei dodici anni successivi le nomine dei curatori da parte di ministri  appartenenti a diversi schieramenti politici, ma uniti dallo stesso disinteresse per la promozione dell’arte italiana, hanno prodotto Padiglioni ispirati a temi di tipologia e qualità molto diseguali  sotto forma di partecipazioni collettive, all’insegna di un ecumenismo spesso casuale e poco consapevole, che possono funzionare nel Padiglione Centrale ma appaiono ridondanti nel nuovo contesto dell’Arsenale  (Collaudi: venti  artisti invitati da Luca Beatrice e Beatrice Buscaroli nel 2009; L’arte non è cosa nostra: duecento artisti invitati da Vittorio Sgarbi nel 2011; Vice versa: quattordici artisti invitati da Bartolomeo Pietromarchi nel 2013; Codice Italia: quindici  artisti invitati da Vincenzo Trione nel 2015). Solo nelle ultime due edizioni degli anni Dieci – Il mondo magico, curato da Cecilia Alemani nel 2017 e La sfida al labirinto, curato da Milovan Farronato nel 2019 – il numero degli artisti invitati è sceso a tre.

A questo proposito è opportuno ricordare che la Biennale di Venezia non è solo una mostra ma anche una competizione tra nazioni e artisti. La vittoria del Leone d’Oro per il singolo artista, protagonista di un padiglione nazionale, può determinare un grande aumento di visibilità – oltre che di quotazioni di mercato – come dimostra il caso di Anne Imhof, vincitrice del Leone d’Oro nel 2017 con il progetto Faust al Padiglione Germania. Ma di questi dettagli lo Stato italiano pare non curarsi.

Ricomincio da uno

Dopo quasi 130 anni, nel 2022 l’Italia si presenta alla 59a edizione della Biennale, curata da Cecilia Alemani, con un unico artista. Si tratta di Gian Maria Tosatti, invitato dal curatore Eugenio Viola, che presenta un progetto assai ambizioso, intitolato Storia della notte e destino delle comete: suscita opinioni contrastanti tra i critici ma un buon apprezzamento da parte del pubblico. Si tratta di una grande installazione ambientale legata a temi come l’equilibrio tra uomo e natura, sviluppo sostenibile e territorio, etica e profitto. Due anni dopo il Padiglione ospita di nuovo un unico artista, Massimo Bartolini, con un’opera intima leggera e poetica, di segno opposto a quella di Tosatti. Curato da Luca Cerizza, Due qui / To Hear è un percorso installativo intimo e sensibile, legato al rapporto tra l’arte e il suono, con brani dei compositori Caterina Barbieri, Kali Malone e Gavin Bryars. Purtroppo però né Tosatti né Bartolini riescono a suscitare l’interesse delle giurie internazionali.

Alessandra Ferrini – courtesy Biennale Arte

Per partecipare alla competizione per il Leone d’Oro della Biennale, riservato agli artisti invitati presenti nella mostra internazionale, gli italiani hanno possibilità quasi nulle, dato che  il loro numero si assottiglia sempre di più nelle rassegne proposte dai curatori stranieri. Questi i numeri degli ultimi quindici anni: nel 2009 Daniel Birnbaum invita nove italiani su 89, nel 2011 con Bice Curiger sono 13 su 83, nel 2013 Massimiliano Gioni ne invita 14 su 150 e nel 2015 Okwui Enwezor quattro su 136. Le ultime due edizioni degli anni Dieci sono state per i nostri artisti ancora più penalizzanti: nel 2017 Christine Macel ne invita sei su 120, mentre Ralph Rugoff ha invitato due italiani su 79 artisti. Dopo la pandemia la tendenza si inverte, perché i due curatori delle edizioni del 2022 e del 2024, Alemani e Pedrosa, hanno invitato numeri più alti di artisti italiani. Purtroppo però la maggior parte sono scomparsi o già affermati, e non vengono promossi gli emergenti.  Al Latte dei sogni su 213 artisti invitati ci sono 26 italiani, dei quali però soltanto sei giovani (Sara Enrico, Chiara Enzo, Diego Marcon, Ambra Castagnetti, Elisa Giardina Papa e Giulia Cenci). Ancora più esiguo il numero di italiani emergenti nella mostra di Pedrosa, dove su 332 artisti troviamo solo quattro emergenti (Alessandra Ferrini, Claire Fontaine, Agnes Questionmark e Giulia Andreani) accostati a nomi illustri come Anna Maria Maiolino, Filippo de Pisis o Nedda Guidi.

Agnes Questionmark – courtesy Biennale Arte

In conclusione, la stessa istituzione che l’Italia aveva lanciato per promuovere la propria arte nel mondo alla fine dell’Ottocento, all’inizio del Ventunesimo secolo l’ha di fatto dimenticata. Negli ultimi vent’anni abbiamo coltivato un’esterofilia profonda, unita a un desiderio di internazionalismo a tutti i costi, che ha portato la rilevanza degli artisti italiani emergenti in Biennale ai minimi termini. Senza contare il fatto che per i nostri giovani artisti le scarse occasioni di confronto con i loro colleghi stranieri e l’assenza di sfide istituzionali sembra aver determinato in loro una sorta di timidezza nel realizzare opere significative, per rifugiarsi in dimensioni intimiste e poco muscolari, all’interno di un sistema dell’arte provinciale e poco ambizioso. La sensazione di non essere considerati rilevanti per lo Stato nel raccontare il presente, in un’agorà globale dove invece ogni nazione cerca di rappresentarsi nella maniera più interessante e convincente, ha di fatto depotenziato l’energia creativa degli artisti italiani delle ultime generazioni.

Al di là di considerazioni di carattere nazionalista, è un dato di fatto che l’efficacia della Biennale come strumento di promozione della nostra arte emergente si sia ridotto negli ultimi tre decenni in maniera drastica. Dopo aver perso gli spazi del padiglione Centrale, la presenza dell’Italia in Biennale è del tutto risibile. Se, come ha dichiarato Charles Guarino, l’editor americano di «Artforum», «le nazioni forti difendono i loro artisti», sarebbe opportuno porci una domanda: la Biennale dovrebbe tornare ad essere la principale piattaforma di visibilità per l’arte italiana, come è accaduto per tutto il Ventesimo secolo con risultati eccellenti?

Stranieri Ovunque – Foreigners Everywhere
60a esposizione internazionale d’arte
a cura di Adriano Pedrosa
Venezia, Giardini e Arsenale
dal 20 aprile al 24 novembre 2024

Ludovico Pratesi

è nato a Roma nel 1961. Collabora con il quotidiano La Repubblica , con Artribune ed Exibart. È direttore artistico di Spazio Taverna. È professore di Didattica dell’arte all’Università IULM e direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. È stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro fino al 2017 Ha pubblicato una serie di saggi editi da Castelvecchi tra i quali “Arte come Identità”, “Perché l’Italia non ama più l’arte contemporanea” e “L’arte di collezionare arte contemporanea nel mondo globale”.

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