Quel passato che non passa

26/04/2024

Mi sembra difficile contestare che, da un ventennio a questa parte, nella galassia narrativa italiana i titoli in assoluto più rilevanti, per la loro indiscutibile originalità stilistica accompagnata da un profondo e appassionato spessore concettuale, si inscrivano, senza filtri o mediazioni, all’interno di quella spuria costellazione contrassegnata come “scritture dell’io”. Basti solo ricordare, per l’unanime riconoscimento ricevuto, alcune opere di Magrelli (Nel condominio di carne, 2003; La vicevita. Treni e viaggi in treno, 2009; Geologia di un padre, 2013), Trevi (I cani del nulla. Una storia vera, 2003; Senza verso. Un’estate a Roma, 2004; Sogni e favole. Un apprendistato, 2018; La casa del mago, 2023), Trevisan (Tristissimi giardini, 2010; Works, 2016, 2022; Black Tulips, 2022), Mari (Leggenda privata, 2017), Anedda (Geografie, 2021) e, proprio negli ultimi mesi, Il fuoco che ti porti dentro di Franchini.  

Il ventaglio di temi, di stili, di intenti, non potrebbe davvero risultare più ampio e variegato. Si va, infatti, dalla collisione frontale, e brutale, cercata puntualmente da Trevisan con ogni segmento della propria esistenza, passata e presente, al nutrito corredo di maschere indossate, con sovrana sprezzatura, da Magrelli per scrutare nelle cavità del proprio corpo: dolente quanto l’intelligenza luciferina di un cogito e di una sensibilità in costante allarme. Anche Trevi non ha mai dissimulato la molteplicità di travestimenti indispensabili per lo scavo micrologico compiuto nel serbatoio di una vita mai giunta a un qualsiasi compimento, perché sempre ravvivata da un “passato che non passa mai” – direbbe Deleuze sulla scia di Bergson. Mari e Franchini vorrebbero, invece, accantonare maschere e travestimenti di ogni tipo lasciando interamente spazio ai truci fantasmi familiari che non hanno mai smesso di perseguitarli: per dare loro la parola devono necessariamente ricorrere, però, a una scrittura alimentata da un’incandescente tensione acrobatica. Devono necessariamente ricorrere a un ulteriore travestimento, con il risultato di prolungare ancora la resa dei conti con i propri fantasmi persecutori.

Ed eccoci alla domanda inaggirabile sollevata da ognuna di queste opere. La medesima domanda che deve aver generato in ciascuno degli autori citati l’esigenza di avventurarsi in uno spericolato corpo a corpo con il proprio passato. Si può richiamare in vita con le parole ciò che è svanito, confinato in un passato che non passa, come vorrebbero Deleuze e Bergson, solo perché siamo noi a trattenerlo, utilizzando quei pochi frammenti rimasti, poco importa se veri o falsi? È un interrogativo antichissimo, riproposto da territori eterogenei e con formulazioni molto diverse lungo l’intero corso del pensiero occidentale, compresa la letteratura, che ne costituisce di sicuro una delle espressioni privilegiate. Dal suo ambito provengono oggi alcune tra le ricapitolazioni più difficili da sottovalutare rispetto alla domanda appena enunciata circa la possibilità di restituire il passato in un tempo a esso successivo.

È il caso degli autori ricordati in apertura. Tutti rivolti a riportare in vita episodi o frammenti di un passato, più o meno remoto, appartenuto realmente a ciascuno di loro. Episodi, frammenti, o addirittura schegge del passato. Non eventi allineati lungo la scansione diacronica del flusso temporale. È questa massima contrazione temporale nelle cadenze di un ininterrotto presente a rendere le opere di Trevi, Magrelli, Trevisan, Mari e Franchini del tutto eccentriche rispetto alle caratteristiche del genere autobiografico.

Il puntuale, sistematico, smembramento di ogni evento del passato nella molteplicità di sezioni temporali che lo comprendono implica un ribaltamento dei piani narrativi, ratificando l’incondizionato primato accordato al presente: il punto di vista ineludibile che seleziona dal flusso caotico dei frammenti trascorsi il materiale da narrare, da ordinare in sequenze dotate di senso. Allora, come non dare ragione a Valéry che dedica alla memoria numerosi, illuminanti, appunti dei suoi Quaderni, rimasti ancora del tutto in ombra nella sterminata riflessione esistente su questo tema? “Ciò che più mi colpisce nella memoria – osserva Valéry nel 1911 – non è il fatto che essa ripete il passato ma che alimenta il presente. Essa gli dà replica o risposta, gli mette le parole in bocca e chiude in qualche modo tutti i conti aperti dell’evento”. Li può chiudere, però, come Valéry sa bene, solo provvisoriamente, poiché, già nel 1905, egli era consapevole che “fra il presente attuale e il presente passato c’è una frattura. La memoria organizzata completa la memoria grezza e la deforma”.

Di queste deformazioni, intrinseche alla sua stessa costituzione, è costretta ad alimentarsi la memoria, come dimostra Freud nell’Interpretazione dei sogni e in ognuno dei “casi clinici” trattati. Non è certo un problema da poco, altrimenti non sarebbe rimbalzato, con intensità incandescente, da una pagina all’altra delle opere di Magrelli e Trevi come di Trevisan, Mari e Franchini. A loro dobbiamo adesso aggiungere definitivamente il nome di Antonella Moscati, della quale da poco è stato pubblicato un testo di particolare originalità, Patologie, che riesce a passare in rassegna e riformulare molti tra i nodi caratterizzanti le “scritture di sé” (da non confondersi, ancora una volta, con il genere autobiografico).

Non siamo di fronte a chi scrive per professione, o per vocazione, ma a una nota e attrezzata studiosa di filosofia. Da tale angolatura Moscati (della quale “Antinomie” si è occupata anticipando alcune pagine dell’edizione francese di questo libro, precedente la sua traduzione italiana, ora integrata di un secondo capitolo) ha cominciato a esplorare nel 2006, con Una quasi eternità, le parti anche più intime del proprio corpo, le metamorfosi che il tempo inscrive su di esso, per poi scavare in Deliri (2009), con coraggio pari a una straordinaria capacità introspettiva, nei turbamenti profondi della propria interiorità e iniziare, attraverso Una casa (2015, pubblicato, come gli altri, da nottetempo), la sua personale recherche.  

Un itinerario che trova ora, con la nuova edizione di Patologie, un ulteriore prolungamento. Assolutamente essenziale. Dopo una cronaca sarcastica – ma nello stesso tempo per l’autrice stessa inquietante – dell’asfissiante atmosfera di ipocondria collettiva nella quale è cresciuta, il capitolo successivo, dal titolo Agt (acronimo di Amnesia globale transitoria), offre, attraverso un calibrato e suggestivo intreccio tra registro filosofico e narrazione autobiografica, una chiave preziosa per tornare a riflettere sulla dislocazione temporale richiesta da ogni “scrittura del sé”. Non c’è più alcun transito lineare da passato al presente. Al contrario. Sottoposta all’inesorabile priorità del presente alla quale si accennava in precedenza, la reminiscenza autobiografica rende quel passato che cronologicamente la precede del tutto soggetto alla sua sfera di azione. Ecco la prospettiva suggerita da Moscati partendo da un recente episodio di totale amnesia duratole poche ore.

Durante uno dei primi bagni primaverili un’“ombra compatta” si insinua nella sua coscienza, fino ad avvolgerla completamente. Senza perdere i sensi, non conserva più nessuna consapevolezza di sé e di ciò che le sta intorno: “Quella mattina al mare per me non è niente, non c’è, non c’è mai stata e non ci sarà mai, perché non ne ho mai avuto mai coscienza, pur senza aver mai perso né coscienza né sensi”. Il presente, il presente di Antonella Moscati, non può tollerare che quest’ombra del passato rimanga compatta. Rischierebbe di incrinare il riconoscimento della sua identità. Che è tale, per ciascuno di noi, solo se si dipana lungo il continuum temporale, più esteso possibile. È indispensabile, perciò, districare i fili di un simile cortocircuito psichico, soprattutto da parte di chi conosce tutti i timori perversi insiti nelle presunte patologie. Il confronto tra l’Io vigile del presente e l’ombra scura del passato non può che manifestarsi, dunque, nei termini di un conflitto, interno alla costituzione e alle articolazioni del medesimo soggetto. Medesimo, però, solo se osservato attraverso i rassicuranti specchi immaginari dell’Io. È impossibile, in realtà, azzardare qualsiasi risposta alla domanda, cruciale e brutale, sollevata dalla voce narrante mentre tenta di proiettare un fascio di luce su questa “ombra antica” che continua a incalzare il suo presente:

“Al mio posto, allora chi c’era? Chi è quell’ombra antica, quel residuo incolore, cieco e sordo, che pur senza aver perso i sensi ne è completamente privo, perché sentire è sempre anche sapere di sentire, forse perfino per i neonati. […] Eppure era in qualche modo mia quell’ombra, perché conosceva il mio nome e il mio indirizzo, diceva il nome della spiaggia di Torre Pozzelle, e doveva aver capito di aver avuto un problema cerebrale, altrimenti io, più tardi, non avrei continuato a chiedere ossessivamente all’infermiera di turno rassicurazioni sul mio stato di salute, sulla possibilità di avere un cancro al cervello o di aver avuto un ictus o un’ischemia. Era ancora mia quell’ombra compatta di cui io non so niente ma che, come me, ha paura delle malattie, ha paura del cancro al cervello, ha paura degli accidenti vascolari cerebrali.”

Proprio così. Mediante il resoconto dell’amnesia globale transitoria di cui è stata vittima, Moscati sta prendendo atto che quell’ombra compatta insediatasi per qualche ora nel suo Io le rimarrà sempre indecifrabile. Né l’Io penso di Kant né l’“appercezione” di Leibniz, da lei evocati con la consapevole padronanza dell’impatto esistenziale posseduto da alcune tra le astrazioni teoretiche decisive, possono venirle in aiuto. Sarà il presente allora, solo il presente di chi scrive o parla, a disporre in sequenze temporali le falle, i buchi, le crepe di cui è intessuto il passato. Un passato che, di conseguenza, diventerà oggetto di una costante invenzione, o meglio re-invenzione. È il punto di approdo al quale, da esperta archeologa, giunge Moscati:

“Ora, a distanza di qualche mese, quell’immemore mattinata si sta animando di un insieme di ricordi che altro non sono che frammenti di racconti altrui immaginati poi da me, deduzioni e immagini proiettate sulle mie deduzioni.”

Non si esce, non si può uscire, dal labirinto di racconti e immagini. Che, però, si rinnovano sempre. Questa è la loro forza.

Antonella Moscati
Patologie
Quodlibet, 2024
96 pp., € 12

Arturo Mazzarella

insegna Letterature comparate nell’Università Roma Tre. Tra i suoi libri più recenti “Politiche dell’irrealtà. Scritture e visioni tra Gomorra e Abu Ghraib” (Bollati Boringhieri 2011), “Il male necessario. Etica ed estetica sulla scena contemporanea” (ivi 2014), “Le relazioni pericolose. Sensazioni e sentimenti del nostro tempo” (ivi 2017); “La Shoah oggi. Nel conflitto delle immagini” (Bompiani 2022).

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