Herzog, o dello spericolarsi

Ai primi di febbraio del 1983 un cantautore poco più che trentenne lanciò dal palcoscenico del Teatro Ariston di Sanremo un proclama, quasi una parola d’ordine per i giovani di almeno due generazioni a venire – tanto amata e ripetuta, quanto destinata a rimanere una (poco pia) illusione. Leggenda e Wikipedia vogliono che l’ispirazione per il testo di Vita spericolata arrivò a Vasco Rossi l’estate precedente, durante un pomeriggio di pioggia a Cagliari, in attesa dell’inizio di un concerto. Forse andò così, ma più di quarant’anni dopo (è incredibile come passa il tempo) vale la pena ricordare che nell’estate del 1982 fu premiato a Cannes e circolò poi in Italia un film, Fitzcarraldo, che oltre a dare fama definitiva al suo autore, Werner Herzog, era la prova di quanto una vita possa essere davvero spericolata.

Anzi, non solo una. Era stata “esagerata” l’esistenza del personaggio al centro del film, il magnate peruviano di fine Ottocento Carlos Fitzcarrald, morto trentacinquenne dopo avere trasportato un piroscafo in cima a una montagna nel cuore dell’Amazzonia, facendo lavorare come schiavi centinaia di nativi. Era indubbiamente “maleducata” quella del suo interprete Klaus Kinski, conosciuto quasi più per gli attacchi devastanti di collera che per le eccezionali doti di attore. E soprattutto si era rivelato spericolato il regista: per realizzare Fitzcarraldo, infatti, Herzog aveva rischiato tutti i suoi soldi e aveva affrontato disastri e sciagure, inclusa una guerra di confine fra Perù e Ecuador, confermando la sua reputazione di temerario eccentrico, già guadagnata agli occhi dei cinéphiles di tutto il mondo, quando aveva percorso a piedi centinaia di chilometri dalla Germania alla Francia mosso dalla certezza, in questo modo, di salvare la vita di Lotte Eisner, la critica cinematografica che lo aveva sostenuto ai suoi esordi e che era malata gravemente. Eisner, va detto, sopravvisse.

Che Vasco abbia visto il film e ne sia stato influenzato, è un’ipotesi. Di certo, film e canzone intercettarono lo spirito del tempo, in bilico tra aspirazioni grandiose e malinconica decadenza. Ed è un fatto che inizialmente Herzog chiamò per il ruolo del protagonista Jason Robards, eroe anche più sgualcito dello Steve McQueen della canzone – e come lui attore prediletto da Sam Peckinpah, uno dei registi che segnarono lo spericolato cinema americano degli anni Settanta. Così come è un fatto che con Robards sarebbe dovuto apparire in Fitzcarraldo Mick Jagger, incarnazione suprema della spericolatezza rock. (Sia Jagger sia Robards dovettero poi lasciare il set, ma li possiamo vedere su YouTube in un lacerto della pellicola originaria, messi a confronto con la successiva interpretazione dell’ancora più scatenato Kinski.)

Werner Herzog e Klaus Kinski sul set di Cobra Verde, 1987

Era la fine di un’epoca, anche se pochi se ne accorsero; come succede, pare, alle rane nel pentolone quando la temperatura dell’acqua sale. Ma per molti di coloro cui è toccato in sorte di avere conosciuto il mondo “prima della rivoluzione” – se rivoluzione vogliamo chiamare per antifrasi quello che veniva definito garbatamente riflusso, e si sarebbe rivelato il più potente dei rulli compressori – risulta ancor oggi strano constatare come la vita spericolata, da stile desiderato sia diventata una condanna quotidiana, mentre un coro in sottofondo ripete che “non c’è alternativa” e la sovraesposizione dei sentimenti non impedisce (anzi) che il dolore sia visto come una pericolosa patologia.

Il contrario esatto di Herzog, che nell’autobiografia Ognuno per sé e Dio contro tutti (uscita in Germania nel 2022, per i suoi ottant’anni, e tradotta alla fine dello scorso anno da Feltrinelli) dichiara la sua avversione “per l’eccessiva introspezione, per l’ossessivo stare sempre a guardarsi l’ombelico” (“Preferirei essere morto piuttosto che andare da uno psicanalista… illuminare l’anima fin nelle sue ombre più tenebrose rende le persone inospitabili”) e pensa che l’esistenza debba essere – o sia, ci piaccia o no – “cruda, impetuosa, travolgente”. In un capitolo intitolato appropriatamente Pura vida, dopo avere notato en passant di essersi fatto estrarre un dente senza anestesia, il regista scrive: “Non ero masochista, rientrava nel mio modo di vedere il mondo e di vivere la vita”.

Viene in mente un verso di Boris Pasternak spesso citato da Paolo Nori nei suoi libri (da ultimo in Vi avverto che vivo per l’ultima volta): “vivere una vita non è attraversare un campo” – come a dire che l’esistenza finisce sempre per essere spericolata, anche quando non ci piacerebbe. Sicuramente lo è stata fin dall’inizio per Herzog, nato nel 1942, che da bambino conobbe la povertà e la fame, quella vera (“Quando c’era qualcosa da mangiare, bisognava essere veloci perché altrimenti i fratelli facevano fuori tutto e ancora oggi ho la tendenza a trangugiare il cibo, per quanto mi sforzi di masticare bene”), ed ebbe come campo giochi – molto divertente, giura – gli edifici in rovina della Germania distrutta.

C’è comunque da supporre, e più ancora da sperare, che Herzog abbia ricevuto in dote una soglia del dolore particolarmente alta, tanto è lunga e variegata la serie di incidenti, accompagnati da fratture, tagli, ustioni e lesioni di ogni tipo, da cui è scandita la sua autobiografia. Uno, non il più grave, è citato nel libro; ma si può vedere, diciamo così, dal vivo, di nuovo su YouTube, in un’intervista video realizzata dalla BBC per l’uscita di Grizzly Man. Mentre risponde a una domanda, il regista viene colpito al ventre da qualcuno che gli spara da lontano con un fucile a aria compressa. L’intervistatore è comprensibilmente turbato, c’è una ferita, del sangue. Ma Herzog sorride, è una sciocchezza, gli preme di più sviluppare il suo ragionamento, sempre quello: “Il poeta, l’artista, non deve distogliere lo sguardo, deve puntare gli occhi su ciò che lo circonda, anche le bruttezze, la decadenza, i pericoli”. E alla domanda del giornalista, se questo atteggiamento non implichi il rischio della sconfitta, il regista dice che sì, ma cosa importa? “Ho combattuto e sono stato un buon soldato, un buon soldato del cinema”.

Werner Herzog sul set di Rescue Dawn (L’alba di libertà), 2006

Dunque, il cinema (la vita?) innanzitutto come una guerra da combattere con coraggio e con disciplina, come fa un buon soldato – ma non necessariamente da vincere, anche perché la vittoria può darsi non arrivi mai. L’intervista è del 2007. Se la frase, pronunciata con il forte accento tedesco che Herzog mantiene caro quando parla in inglese, sia stata detta in precedenza, non sappiamo. Di certo verrà detta ancora: una battuta efficace merita di non essere dimenticata, e ogni ripetizione è preziosa, quando si vuole costruire un personaggio, una storia, un mito – e Herzog, appassionato lettore di classici, è artefice consapevole e autoironico del proprio. Ecco quindi “il buon soldato del cinema” tornare in altre interviste, poi nell’autobiografia e infine in un documentario, Werner Herzog – Radical Dreamer di Thomas von Steinaecker, uscito nel 2022 (visibile sul canale Top Doc di Prime Video), anche questo in occasione dell’ottantesimo compleanno del regista.

Del libro il film è in effetti un controcanto visivo, un gioco di specchi dove il vecchio Herzog si confronta con il suo alter ego di decenni fa (così uguale, così diverso) e i suoi ricordi hanno la capacità magica di rendersi visibili ai nostri occhi di lettori/spettatori grazie a spezzoni tratti dalle sue pellicole o da filmati d’epoca. Così, per esempio, la stupenda descrizione della valle cretese piena di mulini a vento che si rivelò d’improvviso al giovanissimo Werner, girovago audace e squattrinato (“mi sembrava di essere davanti a un grande prato pieno di girandole impazzite, un campo di margherite deliranti”), si materializza in uno spezzone di Lebenszeichen, Segni di vita, il lungometraggio con cui il regista debuttò nel 1968 e dove inserì la visione che lo aveva folgorato anni prima. E le ire funeste di Klaus Kinski, descritte vividamente da Herzog, che tra l’altro da ragazzo lo aveva dovuto sopportare come intemperante coinquilino, trovano riscontro auditivo in una telefonata nella quale sentiamo l’attore strillare ogni sorta di contumelie al regista impassibile, quasi divertito.

Werner Herzog, 2016

Ma in Radical Dreamer, accanto alla carrellata di testimoni famosi, consueta in questi documentari vagamente agiografici (l’adorante Nicole Kidman, il disincantato Wim Wenders, l’ironico Robert Pattinson e via di celebrities), prendono parola e volto altre figure meno note, ma centrali nell’autobiografia del regista, e tanto più nella sua vita: Thomas Mauch, direttore della fotografia fra l’altro di Fitzcarraldo; i fratelli Till e Lucki – quest’ultimo, nel suo ruolo di produttore, il salvatore di molti film di Herzog; la prima moglie, Martje Grohmann, attrice e sceneggiatrice, con lui sul set di Aguirre e di Nosferatu; e l’attuale compagna, la fotografa russa Lena Pisetski, che gli ha suggerito di raccogliere e trascrivere i suoi ricordi. Delineate attraverso le parole dell’autore nel libro o dotate di voce propria nel documentario, le figure di questo piccolo coro contribuiscono a dare del regista un’immagine che, senza contraddire il mito del “sognatore radicale”, illumina un modo di lavorare – e di vivere – in cui l’individualità dell’artista si pone in costante relazione con il contesto esterno.

Contrario all’idea di una (im)possibile neutralità dello sguardo (“Voglio essere un calabrone che punge, non una mosca invisibile sul vetro”, scrive infastidito contro le posizioni del cinéma-vérité), Herzog si protegge dalle intrusioni: “Non tutti devono per forza sapere tutto. I film che ho girato, i libri che ho pubblicato sono sufficienti vie d’accesso, brecce nella mia fortezza, che già solo per questo è spalancata e indifesa”. Ma al tempo stesso il suo è un mondo sempre vivo, “abitato” – dai ghiacci, dai deserti, dai vulcani, forze di una natura tanto più grande e potente di noi umani; dai personaggi, veri o inventati, conosciuti attraverso le letture in cui trova nutrimento e conforto; e soprattutto dalle figure amiche o familiari, che popolano il suo “labirinto dei ricordi” e fanno parte della trama della sua vita presente.

Se poi tutti i fatti contenuti nell’autobiografia siano accaduti così come li racconta il regista nell’autobiografia, si farebbe fatica a giurare: nulla esclude che anche qui Herzog abbia avuto in mente la sua “verità estatica”, cioè un vero più profondo rispetto alla rigida fattualità, che il regista applica per dare forma ai personaggi dei suoi film, di finzione o documentari (ma la linea è, appunto, evanescente). La verità estatica, però, è il contrario dell’indeterminatezza, del pressapochismo, e lo conferma un episodio che riguarda l’edizione italiana del libro, e in particolare il finale, nell’originale volutamente tronco.

“Stavo terminando la stesura del libro, quando ho sollevato lo sguardo perché, fuori dalla finestra, avevo visto qualcosa lampeggiare e sfrecciare verso di me. Brillava di un verde chiaro, ramato. Ma non era un proiettile, bensì un colibrì. In quel momento ho deciso di fermarmi. L’ultima frase s’interrompe semplicemente dove ero appena arrivato”, scrive Herzog nell’introduzione. Ma nel corso di un incontro pubblico il regista si è accorto che al “come se” di chiusura sono stati aggiunti tre puntini di sospensione. Poca cosa, all’apparenza, ma Herzog lo ha rilevato con garbato e giustificatissimo disappunto.

E dunque, volendo da tutto questo ricavare una qualche lezione, appare evidente che una vita spericolata non si improvvisa. Ci vuole, certamente, una predisposizione naturale e una notevole dose di coraggio, ma poco si riuscirà a combinare se manca una pratica quotidiana di studio, rigore e disciplina – senza contare, infine, l’importanza di una famiglia (naturale o acquisita poco importa), pronta a offrire il proprio appoggio al sognatore radicale. Tutti ingredienti, purtroppo non sempre facili da reperire.

Werner Herzog
Ognuno per sé e Dio contro tutti
traduzione di Nicoletta Giacon
Feltrinelli, 2023
368 pp., € 22

Maria Teresa Carbone

Giornalista, autrice e traduttrice, ha coordinato la redazione della rivista online «alfabeta2» dal 2014 fino alla sua chiusura, nel settembre 2019. In precedenza ha diretto la sezione Arti del settimanale «pagina99», ha lavorato alle pagine culturali del quotidiano «il manifesto» e ha curato alcune edizioni del festival romapoesia. Da diversi anni si occupa di promozione della lettura in Italia e all’estero. Il suo libro più recente, “111 cani e le loro strane storie”, è uscito nel 2017 per Emons e l'anno successivo è stato tradotto in tedesco.

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