Laura Pugno, elogio dell’impuro

04/04/2024

Qui questa storia muta forma, perché non ne ha mai avuta una sola.
Diventa qualcos’altro.
Ricomincia.

«Ibrido è ciò che dissolve» si legge in una pagina di Noi senza mondo, ultimo libro di Laura Pugno, che nel 2018 ci aveva già regalato un piccolo gioiello come In territorio selvaggio, note sparse attorno al tema del selvaggio che divengono al contempo un manifesto poetico. I mondi immaginari che si dissolvono in altri mondi ancora sono una firma dell’autrice fin dal libro che l’ha imposta all’attenzione dei lettori, Sirene, nel lontano 2007.

Ibrido, riprendendo la stessa pagina di Noi senza mondo, è anche ciò che si adatta, si tramanda, sopravvive, «perché ha nuovi sensi per nuove figure del mondo». E pare che questa sia proprio l’operazione messa in atto in questo nuovo volume, il cui fil rouge viene affidato senza nessun timore alla frammentazione e all’incompiuto. Romanzo, racconto, brevi saggi: non è facile inquadrare questo libro; ma perché dobbiamo provare a inquadrarlo se il movimento latente in queste pagine è proprio quello dell’incrociarsi? Una prospettiva dalla soglia, un confine instabile, mutevole e discontinuo; quello che Lacan ha nominato «litorale» potrebbe essere utile per capire meglio il gesto critico ed etico di queste pagine: non più frontiere o barriere, ma un qualcosa in continua riconfigurazione. O, come si legge nella «Scatola nera» (scrigno dell’infanzia):

Ecco cosa sarà questo libro, ancora una volta un quaderno di appunti, una storia di vite e letture che portano ad altre vite e letture. Un palinsesto che, raschiato via, fa affiorare le tracce di libri di cui forse non conoscevamo o avevamo dimenticato l’esistenza, alchimia di grande e piccolo, frattali, spirali, che si ripetono in forme altre, più grandi, immense, tendenti a infinito, e sempre le stesse.

Si potrebbe per certi versi pensare a un diario intimo di esperienze, di letture, di pensieri, una specie di quaderno, addirittura un’avventura interiore, ma l’intimità qui operata vuole l’altro, ha bisogno della presenza del fuoco, che viene evocato più volte in diversi momenti («pensieri e sogni, come immaginazioni dal centro di un fuoco»; «Un fuoco acceso o da poco spento»; «ancora una sosta accanto al fuoco, un momento per pensare col corpo.»). E ciò si conferma verso la fine del percorso quando si legge: «Se mai abbiamo pensato il mondo vuoto, un mondo in cui siamo soli e perduti, non è questo. Il primo contatto si ripete così a ogni passo, l’alienità – che siamo noi e gli altri – è già sulla Terra, non solo ogni volta che il taglio del simbolico spacca in due un nuovo essere umano, ma ogni volta che entriamo in contatto con qualcosa di vivo, se molto, moltissimo, è vivo».

Una strada sbagliata sarebbe quella di leggerlo come un libro sulla fine del mondo, semmai si potrebbe parlare della fine di un mondo; perciò, lo sguardo di Laura Pugno va in cerca di particelle varie e minute che compongono il mondo: parole, foglie, animali, frutti, una variegata gamma di forme di vita. Sono in tutto 6 parti (Nuova Arte della Guerra; Una variazione sul tema. Allegoria H; Scatola Nera; Prima parte. Ricerca quest; Seconda parte. Perdita; Terza parte. Metamorfosi; Il capitolo scomparso), tra testi editi e inediti che danno vita, attraverso anche la fabulazione, a un interrogarsi continuo sull’umano, sulle lingue incomprensibili (delle pietre, delle cortecce…) che esistono attorno a noi. Un libro pensato non a caso durante la crisi della pandemia del 2020, quando l’autrice si trovava isolata a Madrid. Un libro che come lei stessa ha già detto rischiava di non essere consegnato.

Pugno sceglie come punto di partenza L’ultimo dei Mohicani di James Fenimore Cooper non perché questo libro abbia segnato la sua infanzia, ma perché le serve per tornare a un tema ormai caro alla sua scrittura, cioè l’Antropocene. Un’intensa lettura che riflette sul non-pensato, la quale poi diviene un vero e proprio dialogo con sé stessa: la presenza della seconda persona (rivisitazione senz’altro della tradizione poetica). Scrigno memoriale, montaggi di letture, mosaico citazionale – che accentuano il carattere dialogico – un insieme di voci, suoni e toni che sfilano e ci avvertono della caduta dell’illusione di un certo mondo. Voci che invadono anche la pagina, segnata in corsivo, annunciando il passaggio tra i sei momenti che compongono la partitura di Noi senza mondo.

La prima volta che un movimento ti diventa possibile – o la prima volta che all’interno di un movimento impossibile appaiono piccoli movimenti possibili. Con il corpo, o nella scrittura. Quel movimento esatto.

E ancora:

Il corpo che passa da un tutto fisso a un intero mobile.

Questi brani in corsivo che si ripetono segnalando così le sei parti del libro vengono sempre messi in mezzo alla pagina: parole e silenzio convivono. Questi due succitati si trovano alla fine del primo movimento del libro, cioè Nuova Arte della Guerra, testo non inedito che riprende L’Arte della Guerra di Sun-Tzu. Ma cosa possiamo intravvedere qui? Forse una metariflessione? Quello che viene descritto nel primo potrebbe essere pensato in analogia al proprio darsi della scrittura di questo stesso volume. Una scrittura che si fa possibile solo quando si è già immersi nel processo della scrittura stessa, la quale provoca «piccoli movimenti», che ora possono essere letti come piccole aperture verso qualcosa. La presenza della seconda persona («un movimento che ti diventa possibile») è una specie di interposta persona che si dirige sia all’autrice sia al lettore. Poi attraverso la possibilità di questi movimenti si arriva al secondo brano, che potrebbe essere letto addirittura come una dichiarazione della tesi di Noi senza mondo: «da un tutto fisso a un intero mobile». Ciò significa non più il mondo – come è già stato detto prima – ma dei mondi «possibili» (per riprendere il termine che si ripete più volte nel primo brano). O ancora questo potrebbe riferirsi a quel cortocircuito costituente della poetica di Laura Pugno, vale a dire, riprendendo le sue stesse parole:

Ibrido è un testo che ho scritto per Chiara Lagani, drammaturga dei Fanny&Alexander, per una serie dedicata al Mago di Oz. È uscito su Doppiozero il 17 dicembre 2019.

Ibrido è oggi ciò che esiste nello sguardo di un altro, che sempre è definito-da-un-altro come categoria del non puro, dell’impuro, del mescolato, del mescidato. Non conta che esser-puro non esista, che il sangue non esista, che la sua natura non sia visibile, che sia ibrida ogni forma della specie umana/non umana, le sue cellule che sono uno con più uno, i suoi mondi esterni di batteri, archeobatteri.

Cortocircuito dell’impuro. Elogio dell’impuro, se si vuole (uno dei pezzi più poetici!). Infatti, Noi senza mondo è anche una vera e propria mescidazione di romanzo, racconto, poesia, saggistica e studio. Una scrittura in proprio, dunque, che ne divora altre (anche i suoi libri precedenti) e, così facendo, offre al lettore un movimento singolarissimo di pensiero.

Il termine impuro a questo punto si fa interessante anche per riflettere su alcune letture rimaste nella memoria della bambina dai lunghi capelli neri che ormai è cresciuta ma ha ancora i lunghi capelli neri. Popoli che scompaiono è il titolo di un testo della Prima parte, ma è soprattutto il titolo di una pubblicazione che ha segnato tutta una generazione, uscito per Mondadori nel 1972, e che potrebbe far parte di quella categoria dei libri dell’infanzia. Sono citati dei brani di Popolo che scompaiono, scritti in un linguaggio che ormai oggi non è più accettabile, proprio perché in essi c’è una visione del mondo visto dall’UNO – un noi al singolare, monocorde, non inclusivo. La fascinazione per la scoperta di altre culture, di altri popoli si trasforma, passati gli anni, anche in una riflessione sul linguaggio e sulla politica attuale, sulla nostra contemporaneità:

C’è qualcosa di straziante in questo linguaggio di cinquant’anni fa, che parla di Indiani come in un vecchio film western – un linguaggio che leggiamo oggi attraverso il filtro del tempo e di occhi nuovi, come se dovessimo ripulirlo da macchie e polvere –, nel suo uso per descrivere cose che anche un bambino potrebbe capire, che una bambina dai lunghi capelli neri – una bambina che non sa che fare di se stessa nei pomeriggi in casa, una bambina che ha deciso di non piangere mai e da adulta non potrà riuscirvi – pure capisce. Cose che continuano ad accadere incessantemente ora, nel Brasile che ha eletto e poi ha ricacciato Jair Bolsonaro, nei tempi delle nuove epidemie, in cui uccidiamo come sempre con il corpo – ed è già accaduto tante volte nella Storia –, con la sola presenza

L’UNO si riferisce anche a quel linguaggio che appunto non riconosce la diversità e le possibilità (per riprendere un termine semplice ma al contempo così essenziale qui). Si potrebbe pensare addirittura alle recenti parole del presidente argentino Milei, durante la sua campagna elettorale. Che mondi sono questi? Saranno questi dei mondi? O «che cos’è una vita vera?», questione posta da Adorno e ripresa da Judith Butler nel 2012, quando del suo discorso in occasione del premio Adorno cerca di delineare una strada di resistenza all’ordine dato alle vite. Al posto dell’UNO, dunque, la figura del più di UNO o del molteplice, che è comunque un richiamo all’altro, o per meglio dire, agli altri. Al posto della supremazia dell’UNO, una rete di rimandi e collegamenti tra le forme di vita con tante concrezioni e storie. «Un modo che scompare», come dice Antonella Anedda in Poesia come ossigeno, e tanti altri che potrebbero crescere dove «non ti saresti aspettato».

Lo sguardo dunque verso un’altra cosmovisione, anche questa un’apertura necessaria: quanti altri mondi non esistono in un mondo? Tutto sembra collegato, ma quante vite e dettagli diventano poi illeggibili? Qui si apre un varco per lo spazio-tempo che riverbera nella lettura di Esiste un mondo a venire? Saggio sulle paure della fine di Déborah Danowski e Eduardo Viveiros de Castro (citati nella Seconda e Terza parte, non a caso intitolate Perdita e Metamorfosi): «il fatto che gli indios avrebbero qualcosa in più da insegnarci in materia di apocalisse, di perdita di mondo, di catastrofi demografiche e di fine della Storia, significa semplicemente questo: per i popoli nativi delle Americhe, la fine del mondo ha già avuto luogo cinque secoli fa». Questo discorso non si riferisce tuttavia ai popoli scomparsi, bensì soprattutto a quelli che scompaiono; ed è dunque un discorso rivolto al nostro presente e futuro. Riprende Pugno: «e ora ci mostrano come, forse, sopravvivere in un altro mondo sia ancora possibile, dopo la fine di un mondo»; per concludere poi con una citazione da Viveiros de Castro e Danowski: «parlare della fine del mondo non significa parlare della necessità di immaginare un nuovo mondo al posto di quello presente, ma un nuovo popolo; il popolo che manca». E qui si ritorna ancora una volta al discorso della frammentazione, il quale è alla base di Noi senza mondo, un’unità che manca, ma la cui mancanza si fa assolutamente necessaria.

Non è un caso allora che tra le letture riportate sia presente un volume più che prezioso come quello dell’antropologa americana Anna Tsing, Il fungo alla fine del mondo. La possibilità di vivere nelle rovine del capitalismo, tradotto in Italia nel 2021. Il discorso e lo studio antropologico di Tsing fa eco – scrive la Pugno – a ciò che dicono Antonella Anedda ed Elisa Biagini in Poesia come ossigeno. E qui torniamo alla Prima parte, quella che riporta come sottotitolo «Ricerca, quest», per cui all’inizio del percorso proposto al lettore. L’idea delle specie compagne di Donna Haraway, cioè un pensiero relazionale capace di rompere con le categorizzazioni, che mette in atto e al centro appunto la relazione, tenendo presente le molteplici interferenze e sovrapposizioni, la simbiogenesi tra natura e cultura, non è allora molto lontana dalle considerazioni fatte da Tsing nel suo studio dedicato al fungo matsutake. Sono questi due testi (Haraway e Tsing) che hanno un peso politico quando si pensa all’idea del vivere insieme nella differenza. Oppure un vivere insieme che ormai non può essere che un imperativo etico e politico. E tutto ciò provoca cambiamenti nel paesaggio, o meglio, nello sguardo di chi si affaccia a un determinato paesaggio a qualsiasi latitudine.

Scrivere diviene allora un movimento attraverso i testi letti, un camminare la cui azione trascina con sé il peso e la leggerezza di certi incontri (reali o immaginari che siano); smembra e rielabora le tessere di ieri, di oggi, di un possibile avvenire. Sentire la Terra, il suo variegato e molteplice paesaggio (che come già avvertiva Deleuze può solo apparire in moto), questo luogo per eccellenza del transito è anche quello che offre Laura Pugno, insieme ai suoi molteplici compagni di viaggio nell’avventura della scrittura. Camminare… camminare nel bosco terracqueo, entrare e sentire tutta la densità dei linguaggi ivi presenti, potrebbe ricordare l’inizio di un corto ma certamente incisivo testo di Giorgio Agamben, non casualmente dedicato a un poeta (La fine del pensiero, 1985, con dedica appunto «a Giorgio Caproni»):

Avviene come quando camminiamo nel bosco e a un tratto, inaudita, ci sorprende la varietà delle voci animali. Fischi, trilli, chioccolii, tocchi come di legno o metallo scheggiato, zirli, frulli, bisbigli: ogni animale ha il suo suono, che scaturisce immediatamente da lui. Alla fine, la duplice nota del cucco, schernisce il nostro silenzio e ci rivela, insostenibile, il nostro essere, unici, senza voce nel coro infinito delle voci animali. Allora proviamo a parlare, a pensare.

Quante sono allora le forme di vita non considerate o alcune addirittura pensate come vita sostituibile? Quante sono oggi le forme contemporanee dell’abbandono nascoste attraverso sistemi o strutture – perfino sociali – che ci vengono imposti? La crisi dell’Antropocene provoca una crepa irrimarginabile, che non è un «alibi» per le sue devastazioni, «è solo un bagliore di speranza». Che si presenta forse come un avvicinarsi a quella soglia oltre la quale si possa vivere in un altro mondo nel mondo.

Laura Pugno
Noi senza mondo
Marsilio, 2024
128 pp., € 16

Patricia Peterle

è nata a San Paolo del Brasile nel 1974 e vive a Florianópolis, dove insegna letteratura italiana presso l’Universidade Federal de Santa Catarina. Ha pubblicato, tra gli altri, studi su Ungaretti, Saba, Montale, Caproni, Sereni, Pascoli, Testa, Sanguineti, Delfini, Cavalli, Anedda, Magrelli. Recentemente ha curato l’antologia Vozes: cinco décadas de poesia italiana (2018). È condirettore di «Mosaico Italiano», rivista pubblicata a Rio de Janeiro. Ha tradotto in portoghese Agamben, Esposito, Pascoli, Caproni, Testa, Magrelli, De Signoribus.

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