DOGOD, una danza intersezionale

28/03/2024

Dogs and people figure a universe.
(Donna Haraway)

Qualsiasi cane è contiguo e infinito, o prossimo.
(Mario Corticelli)

La parola palindroma del titolo, DOGOD, traccia da subito alcune piste di riflessione sul ruolo dei cani in scena e sul modo particolare con cui, in questo lavoro della coreografa e danzatrice Barbara Berti, lo spazio viene condiviso dalle due specie. Con questa parola, che appare quasi un neologismo, non si intende indicare il termine ‘dog’ (cane) come equivalente di  ‘god’ (dio) ma piuttosto portare l’attenzione sull’animale non umano. Il cane appare come il punto focale di uno specchio che nelle riflessioni di Berti riconsidera, rinvia, capovolge e smonta prospettive consolidate sulla performance. Il cane viene infatti a profilarsi come la figura ‘parametro’ di apertura della relazione fra corpi e spazio in una sintonizzazione favorita dalla pratica coreografica del ‘sensing body/corpo del sentire’, che scompone scale gerarchiche usuali e sviluppa una piacevole ‘orizzontalità’ interspecifica nell’avvicinamento fra umani e non.

I corpi umani, nello spettacolo, paiono determinati e guidati, nell’esplorazione dei movimenti, proprio dai cani. Come scritto da Davide Turrini in occasione del debutto italiano di DOGOD al festival di Santarcangelo qualche anno fa, “Il confine culturale e sociale tra le specie finisce immediatamente dentro allo spazio inclusivo di una scena rotonda, pavimento centrale con tutt’attorno disposti paritari senza poltrone o gradini gli spettatori”.

DOGOD, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, dicembre 2023, photo © Marco Mazoni

Barbara Berti conosce, cita e dà corpo a quanto Donna Haraway proponeva già dal 2003 col Manifesto delle Specie Compagne. Proprio dal desiderio di “far fiorire la coesistenza delle alterità nelle loro differenze specifiche”, la coreografa italiana, che svolge la sua ricerca fra Berlino e l’Italia, realizza lavori come DOGOD, in cui coltiva processi di cooperazione e co-creazione dello spazio semantico fra interpreti, umani e non, e spettatori così da ridefinire traiettorie di intimità nella coabitazione e socializzazione fra e dentro le ‘specie’. Succede, così, che in DOGOD, pur non trattandosi di un lavoro ‘circense’, Lilli, Chichina ed Aimée, tre cani, ‘presenze materiali-semiotiche in carne e ossa nel corpo della scienza’, secondo la definizione di Donna Haraway, appaiano tranquilli rispetto ai numerosi osservatori che li circondano; e con agio si muovono, osservano, interagiscono fiduciosamente con le due performer e talvolta anche con chi guarda, in  una silenziosa lettura/scrittura reciproca di posture che si formano, decrescono e crescono in ogni momento. Infatti, l’orizzontalità viene anche agita a livello temporale come disponibilità ad accogliere senza preconcetti i momenti nelle loro stratificazioni di ritmi e punti di attenzione differenziati, fra “connessioni parziali situate, multiformi, non finite, consequenziali”.

Con le loro presenze e azioni, le danzatrici (Barbara Berti e Claudia Tomasi) preparano l’atmosfera intercettando, col pieno dei loro corpi, traiettorie di uno spazio apparentemente vuoto. Nel loro stare – fatto di passi lenti e impalpabili, brevissimi inserti vocali in un respiro consapevole, attenzione che si potrebbe chiamare tattile – le performer dispongono un tessuto le cui maglie costituite di più sensi vibrano e muovono i presenti verso una modalità simpoietica, una coreografia del lavoro. In questo terreno sconosciuto dove, a differenza di quel che accadrebbe in un’improvvisazione fra soli umani, non ci sono aspettative di reciprocità, negoziazione, reattività artistica o altro, le artiste restano nel particolare stato di creatività, pronte ad accogliere la sensibilità diversa degli animali con forme di osservazione sottile che irradiano e captano vicinanze e possibilità.


Zone of Acceptance, Uferstudio Tanzfabrik, Berlin, agosto 2023, photo © Alicja Hoppel

In generale, quella di Barbara Berti non è una danza espressiva, anzi si potrebbe quasi chiamare ‘costruttiva’. A partire da basi di somatics, contact improvisation, e del body mind centering, Berti mette in gioco quello che nelle sue parole è ‘il corpo del sentire prima del corpo fisico’, corpo che si configura come un insieme di forme interne di accoglienza, posture dinamiche di lettura, partiture istantanee atte a recepire, leggere appunto, e dunque scrivere,  particelle microscopiche, trame ‘subatomiche’ finalizzate a far entrare in uno spazio di incontro con il non umano e con parti della nostra coscienza.  Facendo cenno ad alcuni concetti della meccanica quantistica, Berti ritiene che sentire, osservare siano anche un modificare, un creare. Come per il gatto di Schroedinger, anche in queste pratiche performative l’osservazione determina il risultato dell’azione stessa. Per Berti la creazione è tanto nelle mani del pubblico quanto in quella dei ‘performer’. In questo modo le conversazioni gestuali, che si sovrappongono in una festosa confusione fra corpi, sono continuamente in fieri e lasciano scie di empatia e di sorprese, a ricordare che l’atto creativo può essere un linguaggio universale, trasformativo a più livelli, della struttura e della densità del presente.

DOGOD, Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, dicembre 2023, photo © Marco Mazoni

Val forse la pena ricordare che Barbara Berti affianca alle una serie di attività collaterali significative per comprendere la complessità del suo lavoro. Tiene, ad esempio, interessantissimi laboratori interspecifici di gruppo e individuali aperti a un pubblico di non addetti ai lavori oppure cura installazioni sui temi ambientali e sulla creazione di spazi rispettosi degli animali non umani e di altre forme viventi.

Il suo lavoro si rivela, così, un polimorfo progetto di indagine, sulle tracce di Gregory Bateson, di modelli estetici e connettivi ‘più ampi’, capaci di creare, come in ZOA – Zone of Acceptance, una ‘danza di animali umani e non umani e piante’ per una nuova e consapevole ‘interdipendenza biologica’.

Stefania Zampiga

vive in Toscana (Prato). Attualmente si dedica alla scrittura e alla traduzione di poesia (con testi di prossima pubblicazione per Animamundi, Zacinto Edizioni e Industria e Letteratura, ed altri contributi presenti in riviste come Nazione Indiana, Layout Magazine, blog e antologie. Premio Arcipelago Itaca 2023 e segnalazione al Premio Montano 2023). Ha scritto versi per il teatro danza (tpo.it, companyblu.it). È da lungo tempo appassionata di linguaggi performativi di ricerca.

English
Go toTop