Bidibibodibiboo. Quando la vita si sconta dal vivo

26/03/2024

Se l’essenza del teatro è quella di erigere un “sovramondo”, una drammaturgia semantica, materiale ed estetica delle vite e delle loro rappresentazioni, cosa succede quando questo teatro non fa altro che risemantizzare il sistemico e limitante realismo collettivo? Megicabula Bidibibodibiboo!

Il regista, autore e attore Francesco Alberici, vincitore del Premio Ubu come performer under 35 nel 2021, scrive e interpreta lo spettacolo Bidibibodibiboo, finalista come miglior testo al Premio Riccione 2021.

La logica dello spettacolo è semplice: la replica dell’evento. Si tratta della storia autobiografica di due fratelli, uno che lavorava per una famosa e innominabile multinazionale che “vende fiori” e l’altro che sgomita nel sistema locale delle arti performative. Tra loro, oltre il lavoro, il tempo. Lo spettacolo inizia con un countdown: il pubblico ha quattro minuti per leggere uno scambio epistolare per mail tra il regista Francesco (qui chiamato Daniele) e il fratello Pietro. I due disquisiscono su quale sia il metodo migliore per approcciarsi allo spettacolo senza avere implicazioni legali. Nelle mail, si cita una frase sul tempo e la lenta produzione di latte di cocco in aree del mondo a noi estreme, aprendo così una finestra esotica nel nostro occidentale immaginario sul lavoro. “Ottimizzare i tempi in un villaggio di pescatori in Nuova Guinea rischia di essere controproducente: poi cosa fai tutto il resto del tempo?” risponde Pietro. Azzerato il timer entra in scena il regista che qualifica la sua posizione, il suo status e le indicazioni per fruire dello spettacolo innescando un progressivo ciclo di autofiction. Dopo questo preludio, infatti, vestirà i panni di suo fratello Pietro, appena licenziato dopo un lungo periodo di mobbing, mentre l’attore Daniele Turconi impersonificherà Daniele, nonché il regista e ora il “fratello”. L’assetto drammaturgico è inizialmente costruito come un’intervista ricca di formalismo, come se ci si trovasse di fronte a un giudice, un HR o un conduttore televisivo. Tuttavia questa conversazione è tra un fratello che parla al proprio fratello di un suo dramma personale. Ciò che è inscenato, quindi, è la recita degli affetti di oggi: l’incomunicabilità delle relazioni umane ci mette di fronte ai rapporti di forza che incorniciano i nostri doveri collettivi che sono il lavoro e il tempo che impieghiamo per esso.


La conversazione esplora l’evento nodale dello spettacolo: Pietro, accantonando il suo talento nella musica e dopo essersi laureato in statistica all’università, viene assunto da una multinazionale dalla luccicante retorica progressista: orari flessibili, vestiti casual, buono stipendio, corsi di formazione. Un’azienda orientata insomma nel circolo virtuoso del “work life balance”: l’equilibrio tra il tempo dedicato al lavoro e il tempo dedicato alla vita privata. Si tratta infatti di un sofisticato strumento retorico del capitalismo avanzato nel quale sia le condizioni di benessere che le condizioni di sfruttamento subiscono un processo disuguale di individualizzazione. Ogni lavoratore e lavoratrice ha infatti la “libertà” di autodeterminarsi all’interno delle logiche del sistema attraverso lo sforzo e il sacrificio fisico, mentale, di tempo e di risorse come fonte principale di guadagno e di autoaffermazione. L’equilibrio, quindi, è sempre dipendente dal lavoro, mai il contrario, rendendo la vita privata, i propri desideri e le proprie relazioni affettive subalterne.

Dal tempo presente, lo spettacolo diventa un parossistico flashback a ritroso inserendo una profondità temporale in una scenografia frontale. Sparse nello spazio ci sono scatole di cartone di diverse dimensioni che a poco a poco vengono aperte per tirar fuori il mobilio di scena: tavolo e due sedie di formica, un boiler, un lavandino, un pianoforte e un distributore automatico di lattine e caffè che con la sua luce raffredda lo spazio e i corpi in scena. Per tutta la durata dello spettacolo, la scenografia di Alessandro Ratti, arreda una sinistra fotografia del reale che tocca la vita di noi tutti e tutte; uno spazio domestico che è sempre ingombrato e illuminato dal lavoro. Seguendo una scia butleriana, lo spettacolo incarna performativamente le iscrizioni culturali che assoggettano i corpi, i destini e i loro desideri. Per il fratello Pietro, infatti, diventare un musicista non era semplicemente una via percorribile. Il suo sentiero era la stabilità contrattuale che l’aveva nutrito di chili eccedenti, depressione e malattie della pelle. Mentre per Daniele, che dopo la laurea alla Bocconi ha deciso di inseguire la passione per il teatro, la sua via non è altro che un re-acting della vita normata del fratello in un’aspettativa di libertà che ha sempre di più i margini friabili. La storia aziendale diventa appunto una storia familiare in quanto Pietro, dopo anni di impiego, inizia ad aver problemi nel suo rendimento lavorativo facendolo allontanare così anche dai suoi affetti più cari. La manager, interpretata da Maria Ariis, con il rassicurante tono conciliatore tipico di una madre, tra un caffè informale all’area ristoro e l’altro, spiega a Pietro che, semplicemente, le sue performances non corrispondono agli standard fissati dalla politica aziendale. Adottando narrazioni e comportamenti di natura manipolatrice, la multinazionale richiede al fratello report settimanali di autovalutazione: si tratta di una logica strutturata di mortificazione e privatizzazione del rendimento e soprattutto del suo fallimento. Al lavoratore si chiede di dimostrare di meritare il proprio posto di lavoro, ciò che quindi viene offerta al dipendente è un’occasione di responsabilizzazione personale che a tratti è simile ad una maternalistica educazione affettiva. L’azienda, quindi, è una matriarca che fa leva sulla sua posizione di potere, impartisce la disciplina e, come tutte le famiglie, modella sensi di colpa. Un senso di colpa che lo stesso regista nutre per la sua passività di fronte al dramma che ha subito suo fratello. Lo spettacolo è quindi un riscatto, un atto d’amore e una presa di posizione politica. Sembra che in Bidibibodibiboo il teatro non sia solo un luogo, è forse il palco per denunciare un sistema del lavoro tremendamente logorante e pervasivo da una prospettiva privilegiata e capace di mettere a fuoco le ingiustizie.


Bidibibodibiboo, Piccolo Teatro Grassi, Milano 2024, photo © Masiar Pasqual

Ad un certo punto lo spettacolo ricostruisce l’evento in una nuova dimensione temporale. Alberici è nel set pronto a debuttare, tecnici entrano per sistemare le luci e gli oggetti di scena, l’attore Andrea Narsi ha dei dubbi su alcune battute per la parte dell’avvocato difensore e Pietro, il vero fratello (interpretato da Salvatore Aronica), è disorientato sul palco. Pietro e il regista si incontrano e ora si parlano frontalmente, la discussione è sfibrante quanto intima. Pietro ha dei dubbi sullo spettacolo e non vuole che vada messo in scena, ha dopotutto il diritto di scegliere per se stesso, mentre Alberici difende il proprio (posto di) lavoro. I ruoli si capovolgono, Pietro incolpa suo fratello di sfruttare la sua storia per inscenare una vicenda catchy e di levatura politica che compiaccia la critica del settore teatrale; il regista, invece, difende la propria performance.

Questa scelta metateatrale è un sofisticato ritratto della condizione di precarietà del sistema del lavoro, un dispositivo che rende instabili i nostri rapporti umani e obsoleti i nostri immaginari. “Mi sento ogni tanto un cavallo da corsa e il tempo mi sfugge di mano” pronuncia il drammaturgo pronto a impersonare il fratello alla sua prima a teatro. Seppur non inserito dentro i confini di un’azienda, anche a Francesco Alberici è chiesto di performare bene, non fare passi falsi, essere all’altezza delle aspettative, competitivo e responsabile del proprio merito o del proprio fallimento. Il regista espone il suo dramma personale all’interno del sistema del lavoro culturale a Pietro che è stato vittima delle stesse logiche in un contesto più dichiaratamente filo fordista. Dopotutto, arriva sempre puntuale il momento in cui l’incantesimo svanisce e la bellissima carrozza ritorna ad essere una zucca. L’agghiacciante presentimento è che non ci si salvi mai e che tutti i nostri rapporti famigliari non siano altro che mediati dal dispositivo capitalista sotto la luce di un distributore di bevande da prendere a calci.

Maurizio Cattelan, Bidibibodibiboo, 1996, tassidermia di scogliattolo, fòrmica, legno, pittura e metallo, photo © Zeno Zotti, collezione Fondazione Sandretto Re Rebaudengo

Quello che il lavoro di Alberici attiva è l’interrogativo di un teatro che non è più una rappresentazione fittizia del mondo del lavoro che il pubblico osserva, interpreta e comprende, ma la produzione di un rapporto contrattuale tra l’esistere e il subire, il rappresentarsi e l’essere rappresentati da. La percezione dell’evento scenico agisce immediatamente sui corpi di chi lo osserva: tutti gli individui, infatti, partecipano alla medesima mise-en-scène nelle loro vite di tutti i giorni e in tutti gli ambienti lavorativi.

Lo spettacolo trae ispirazione dall’opera omonima di Maurizio Cattelan in cui uno scoiattolo è suicida all’interno di uno scarno spazio domestico. Anche il filosofo Mark Fisher ha deciso di interrompere similmente la sua vita. Tuttavia mi sovviene sempre un passaggio essenziale e confortante del suo Realismo: “Quello che dobbiamo tenere a mente, è sia che il capitalismo è una struttura impersonale e iperastratta, sia che che questa struttura non esisterebbe senza la nostra cooperazione”[1]

Se le pronunci che avviene laggiù? Bibbidibobbidiboo.

La performance lavora tra noi.

Bidibibodibiboo
regia e drammaturgia di Francesco Alberici
produzione: SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione
Lo spettacolo è andato in scena al Piccolo Teatro di Milano (Teatro Grassi) dal 20 febbraio al 3 marzo 2024


[1] M. Fisher, Realismo capitalista, NERO, Roma 2018, p. 48 (corsivo dell’autore)

Fabio Ranzolin

(Vicenza, 1993) è laureato in Arti Visive e dello Spettacolo a Venezia e specializzato in Visual Cultures e Pratiche Curatoriali a Milano. I suoi interessi riguardano principalmente gli studi di genere e queer, l’estetica evoluzionistica, l'estetica della performance e infine la museologia.

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